Il valore dell’area ospedaliera va difeso.

Area ospedalieraNel post che tratta la vendita dell’area ospedaliera pubblicato qualche giorno fa ho sostenuto che si rischia di vendere tutto il complesso a prezzi inferiori  a quelli stimati dieci anni fa. Circostanza molto preoccupante soprattutto se si confronta la destinazione urbanistica attuale molto più lucrosa (quasi tutta a destinazione privata, residenziale, commerciale, uffici ecc, esclusi gli standard) con quella di allora ( più della metà dell’area a destinazioone pubblica- Università).

Qualcuno, non  molto informato, ha sostenuto in maniera vibrata che nel decennio considerato il valore degli immobili è crollato e quindi sarebbe equa la cifra di cui si parla sui giornali come base  per la nuova asta. (una cifra vicina ai 70/75 milioni di euro)

In proposito mi sono permesso di consultare  qualche sito specializzato e ho appreso che in media  “dall’introduzione dell’euro al 2010 i prezzi degli immobili a Bergamo sono quasi raddoppiati”. Quindi le preoccupazioni in proposito aumentano.

Da considerare che la prima asta si è tenuta ormai più di due anni fa e da allora nulla di ufficiale si è saputo.

Ultima, per ora, considerazione:

Io continuo a ritenere quell’area di grande pregio per il contesto nel quale è collocato (pregio venale, ma soprattutto paesaggistico). Chi segue la via opposta, denigrando la qualità del complesso e non considerando il contesto, va contro l’interesse del bene pubblico e credo che non ci sia neanche  bisogno di spiegare il perché.

2 consigli:

– Riflettere sul perché è andata deserta la prima asta;

– Guardare anche i prezzi richiesti per la vendita di altri edifi pubblici.

Esisto asta di settembre 2009:

http://www.bergamonews.it/bergamo/articolo.php?id=16135



L’edificazione selvaggia che erode il nostro futuro.

Ogni giorno in Italia vengono cementificati 130 ettari di terreno fertile. Sviluppo necessario? Non sempre, visto il gran numero di aree dismesse destinate a restare inutilizzate.

Ma allora perché le misure a salvaguardia del suolo continuano a incontrare tante ostilità?

La Provincia di Torino ha appena approvato un piano di governo del territorio che introduce per la prima volta, all’articolo 1 e come principio cogente per i Comuni, «il contenimento del consumo di suolo». E dunque: stop alle edificazioni indiscriminate su aree libere, riuso di quelle già compromesse. Una rivoluzione, in un territorio in cui le nuove costruzioni in quindici anni hanno occupato un’area vasta quasi quanto Torino, mentre la popolazione rimaneva invariata. La frantumazione dei nuclei familiari (il 53% ha meno di tre componenti), che aumenta la domanda di nuovi alloggi, giustifica solo in parte il fenomeno. Infatti nell’ultimo decennio in Italia sono state costruite 4 milioni di case, ma ce ne sono 5,2 milioni vuote solo nelle grandi città.

«Il consumo di suolo è la grande emergenza del nostro Paese», spiega il presidente della Provincia di Torino Antonio Saitta. «Io non sono un talebano, ma non si può più consumare il futuro». In Italia si cementificano ogni giorno circa 130 ettari di suoli fertili. Si tratta di una stima, perché lo Stato non si è mai occupato del problema e ogni Regione fa a modo suo (solo cinque hanno banche dati), quindi ci si affida ai dossier di associazioni ambientaliste e professionali o a studiosi appassionati tra cui Andrea Arcidiacono, Paolo Berdini, Vezio De Lucia, Georg Josef Frisch, Luca Mercalli, Paolo Pileri, Edoardo Salzano, Salvatore Settis, Tiziano Tempesta.

Dal 2000, con la possibilità di spendere gli oneri urbanistici liberamente, è stata data ai Comuni la licenza di svendere il territorio: con gli incassi si tamponano le falle nei bilanci. Altri Paesi hanno preso sul serio la faccenda. La Germania si è ripromessa di dimezzare i 60 ettari consumati ogni giorno. La prima legge in tal senso fu promossa negli Anni 80 da Angela Merkel, all’epoca ministro dell’Ambiente. Inoltre ha stanziato 22 milioni di euro per ricerche, mentre in Italia l’ultima finanziata con denaro pubblico risale agli anni ‘80. In Gran Bretagna, ogni anno il premier stila un documento sul suolo consumato: quanto, come e perché, ettaro per ettaro, considerando che la legge obbliga a costruire per il 60 per cento su «brownfield sites» (aree già edificate).

In Italia il ministero dell’Ambiente non ha nemmeno un osservatorio.

Il suolo è prezioso per diverse ragioni: garanzia di sovranità alimentare, come dimostra l’accaparramento delle terre a opera delle economie emergenti; antidoto al dissesto idrogeologico, in un Paese a rischio per due terzi; serbatoio di anidride carbonica; formidabile riciclatore di rifiuti. «Insomma il suolo è il fegato dell’ecosistema terra», sintetizza l’agronomo Antonio Di Gennaro, autore del libretto «La terra lasciata» (Clean Edizioni). Non solo. La pellicola di suolo formatasi in processi millenari si distrugge facilmente e in modo irreversibile.

A metà del secolo scorso, l’Italia aveva il massimo della superficie coltivata. Poi è cominciata l’edificazione di massa, che negli ultimi decenni si è concentrata sul 20 per cento di territorio pianeggiante, cioè più fertile e delicato. Contemporaneamente, l’abbandono della montagna causava un aumento dei boschi per 80 mila ettari. Notizia solo apparentemente positiva: la montagna senza manutenzione rovescia acqua sulla pianura inflazionata. Seguono disastri. Che fare? Negli ultimi anni, qualcosa si è mosso: dal piano regolatore di Napoli, elaborato ai tempi della prima giunta Bassolino dai «Ragazzi del piano» (titolo di un libro dell’urbanista Vezio De Lucia, Donzelli) a quello della Provincia di Foggia, firmato da Edoardo Salzano, fondatore del sito web eddyburg.

In Lombardia, che ha il record di 15 ettari consumati ogni giorno, Domenico Finiguerra, giovane sindaco della minuscola Cassinetta di Lugagnano, è diventato portabandiera dell’urbanistica a consumo zero di suolo. Per ovviare agli incassi ridotti, ha creato un business dei matrimoni attirando turisti fin dalla Russia: dopo i primi contrasti, è stato rieletto a furor di popolo e ora gira l’Italia a raccontare la sua esperienza. Successo inaspettato ha ottenuto Nicola Dall’Olio, autore del documentario fai-da-te «Il suolo minacciato» sulla pianura padana sepolta dai capannoni vuoti.

A Milano la ricerca «Spazi aperti», promossa dalla Fondazione Cariplo e realizzata dal Politecnico, ha monitorato la corona di comuni intorno all’area dell’Expo: in soli otto anni più di mille ettari di campi, prati e boschi sono stati persi «con il rischio che gli appetiti sollecitati dal grande evento spazzino via gli ultimi spazi liberi». Due anni di lavoro e settemila fotografie sono diventati una mostra alla Triennale con 5 mila visitatori in due settimane.

Movimenti e comitati si moltiplicano in tutta Italia e due mesi fa Slow Food ha lanciato un appello con il network «Stop al consumo di suolo», proponendo una moratoria per legge sulle aree non edificate. Proprio quello che ha deciso di fare la Provincia di Torino. Per lunghi anni (e in molte parti d’Italia ancora oggi) questi piani provinciali sono serviti solo a elargire laute consulenze, producendo libroni di vaghi e inattuati precetti. In realtà, possono essere importanti.

La Provincia di Torino lo ha elaborato proprio nel pieno della polemica sul nuovo megastore Ikea. Lo stesso Saitta aveva bocciato il progetto della multinazionale del mobile low cost: un nuovo megastore su una zona agricola nell’hinterland torinese. Saitta aveva obiettato: con tante zone industriali dismesse, non è il caso di compromettere un’area libera. L’azienda aveva già da tempo opzionato i suoli, il cui valore nel frattempo si era moltiplicato da 4 a 16 milioni di euro, impuntandosi: o lì o niente investimento. E così è nato un braccio di ferro. Lo scontro ideologico sull’Ikea avrebbe potuto mandare all’aria il piano del territorio, che negli stessi giorni giungeva a conclusione di un lungo iter.

Invece è accaduto il contrario: è stato approvato rapidamente sia in Provincia (maggioranza di centrosinistra) che in Regione (centrodestra) e condiviso con gran parte dei 315 sindaci del territorio. Ora Ikea sta trattando con le istituzioni una diversa collocazione del megastore, su un’area industriale dismessa. Se l’accordo andasse in porto, un capannone abbandonato sarebbe riutilizzato e oltre 150 mila metri quadri di terreno agricolo (un’area pari a venti campi di calcio) sarebbero salvi.

Di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa 10/10/11

Ecodem: L’Italia è in default ambientale.

ROMA – ”Smettiamola di chiamarle calamita’ naturali: le frane delle colline, le esondazioni dei corsi d’acqua, gli allagamenti delle citta’, le devastazioni del territorio che provocano vittime e ingenti danni economici hanno responsabilita’ precise”. Lo afferma Fabrizio Vigni, presidente nazionale Ecologisti democratici, in riferimento alle alluvioni che hanno colpito molte zone d’Italia, sottolineando che ”mentre l’Italia affonda sotto il peso dell’incuria verso il territorio, il Ministero dell’Ambiente viene di fatto cancellato e le risorse, a cominciare da quelle per la difesa del suolo, sostanzialmente azzerate”.

Secondo Vigni, ”cos’altro ci si puo’ aspettare quando su un territorio cosi’ fragile come quello italiano, gia’ ferito per decenni dall’incuria, dall’abusivismo edilizio, dalla mancanza di politiche di prevenzione, si scaricano anche gli effetti dei pesantissimi tagli ai finanziamenti per la difesa del suolo operati dal governo? Mentre corre il drammatico rischio di un collasso economico – finanziario, l’Italia e’ gia’ in default ambientale”.

Un piano nazionale per la riqualificazione ambientale e la difesa del suolo – conclude il presidente Ecodem – deve essere considerata la piu’ importante opera pubblica di cui l’Italia ha bisogno, se vogliamo garantire la sicurezza dei cittadini, evitare i costi conseguenti a frane ed alluvioni, contribuire alla crescita di un’economia sostenibile”.

Vendita area ospedaliera di Bergamo: una beffa per la Città

ospedali riuniti di bergamo.jpgPeggio di ogni possibile previsione negativa! Così si può definire l’accordo  in merito alla presenza dell’Università all’interno del progetto per la futura riqualificazione dell’area ospedaliera di Bergamo.

Per ben quindici anni gli strumenti urbanistici avevano previsto nel comparto una ripartizione al cinquanta per cento tra destinazioni private e destinazioni pubbliche (Università) per un totale di 140.000 metri quadrati. Opzione condivisa da tre amministrazioni di colore politico diverso, da un Piano Regolatore e da due accordi di programma (2000 e 2004).

Il Piano Regolatore nel 1999 prevedeva una estensione del Campus universitario fino a un massimo di 95.000 metri quadrati ridotti a 70.000 con l’Accordo di programma del maggio 2000. Il rettore riteneva eccessiva le superfici indicate.

Nel 2008 i 70.000 mq a disposizione dell’Università si sono ridotti a 20.000aumentando naturalmente  gli spazi disponibili per gli investitori immobiliari.

Ieri i 20.000 mq ad uso università sono stati cancellati e sostituiti dalla previsioni di alcuni impianti sportivi e qualche palestra. 

A questo punto ( non si sa se ridere o piangere) qualcuno dei protagonisti dell’accordo  ha avuto i coraggio di affermare che invece del CAMPUS avremo il MINICAMPUS.  Proprio così: Laddove era prevista la localizzazione di tutta l’Università con centinaia di aule, uffici , rettorato ecc. ci sarà qualche campo sportivo per un totale di circa 5.000 mq. E tanto è bastato per affibbiare la definizione di minicampus: “Una suggestione per il previsto Campus”.

Ma l’aspetto tragico di questa vicenda è questo: In tutti questi conciliaboli e incontri non è stata posta al centro una prospettiva per lo sviluppo della qualità del territorio in termini, appunto, di  qualità dei servizi. No! Il tema centrale era e rimane il seguente : Bisogna rendere l’area appetibile per gli imprenditori immobiliari che si faranno avanti per l’acquisto.

E fa niente se alla fine si venderà a un prezzo notevolmente più basso del suo valore venale, senza parlare del  notevole valore paesaggistico di un comparto destinato ad ospitare case, alberghi, negozi, uffici e altro. Si è capito o no che l’affare lo faranno gli acquirenti? Si è tentato un paragone con le vendite di altri edifici pubblici a Bergamo?

Otto anni fa con  95.000  mq destinati a campus universitario  si prevedeva di incassare circa 67,150 milioni di euro.  Oggi con la trasformazione totale dei 130.000 mq (salva la quota standard)  in negozi, alberghi e appartamenti si ipotizza di incassare la stessa cifra o anche meno. Assurdo, non c’è logica.

Altro elemento importante: i cittadini sono stati tagliati fuori in quanto non hanno potuto dire la loro con osservazioni alle varianti come dovrebbe avvenire normalmente.

La cosa che lascia sgomenti è che alla fine gli autori di questi accordi sono tutti soddisfatti e beati e anche alcuni giornali hanno   apprezzato. E Bergamo arretra.

 

 

Troppo cemento affoga le città.

di Emanuele Rigitano

Legambiente.it

cemento affoga le città.jpg

L’alluvione che ieri mattina si è abbattuta su Roma e che oggi sta creando seri problemi nel napoletano, ha riacceso i riflettori sul problema, fin troppo trascurato, del dissesto idrogeologico di sui soffre l’Italia. Le precipitazioni si fanno sempre più intense e violente, ma di azioni di prevenzione non se ne vede neanche l’ombra. Non è bastata la devastazione accaduta in Veneto meno di un anno fa, con migliaia di aziende in difficoltà in un territorio soffocato dal cemento, al punto che l’area compresa nelle città di Verona, Vicenza e Padova è diventata un unico agglomerato urbanistico, una sorta di enorme città.

Proprio su questo argomento è stato creato un dossier dell’Istituto per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), che spiega come «dal secondo dopoguerra le aree urbane si sono espanse secondo criteri guidati spesso più da interessi particolari» che non da seri piani che tenessero conto dei territori interessati e degli impatti che l’edificazione avrebbe comportato. Incredibile come spesso siano stati scelti proprio terreni fertili e più adatti per l’agricoltura che non per ospitare palazzine o fabbriche, anche per i rischi dovuti alla conformazione del territorio circostante. Si è “allegramente” costruito a ridosso degli alvei dei fiumi, come nelle aree ad alto rischio sismico e su vulcani ancora attivi, di cui Napoli è un caso emblematico.

La sostituzione della terra e dell’erba con il calcestruzzo e l’asfalto non permette più l’assorbimento dell’acqua da parte dei terreni né il corretto drenaggio e flusso, arrivando a provocare eventi che mettono a rischio l’incolumità dei cittadini, come abbiamo potuto tragicamente assistere proprio a Napoli e nella Capitale in questi giorni. Per quanto riguarda le frane il documento dell’Ispra ci dice che in ambito urbano sono proprio le attività umane, quali scavi, presenza di cavità e perdita degli acquedotti e delle fogne a diventare causa degli smottamenti.

STIMA DEL CONSUMO DI SUOLO NELLE AREE URBANE

L’indagine Ispra ha voluto analizzare il consumo di suolo, in settantamila punti studiati, considerando la quantità di suolo permeabile perso in questi decenni. Quel che ne esce fuori è che «le superfici coperte in maniera permanente con materiali impermeabili siano passate dal 2,38% del secondo dopoguerra al 6,34% del 2006, con un incessante consumo di suolo naturale, agricolo o forestale» (100 ettari al giorno, in Italia, tra il 1999 e il 2006; ISPRA, 2010).

Altri due punti del rapporto riguardano la percentuale di suolo impermeabilizzato e l’intensità d’uso. Per quanto riguarda la superficie impermeabile per cause antropiche si riscontra un sensibile aumento nelle aree di dispersione urbana. Tra le città oggetto di studio solo poche città possono vantare una diminuzione della crescita della quantità di terreno impermeabile.

Sul dato dell’intensità d’uso, cioè il rapporto tra suolo consumato e abitanti, un risultato che salta all’occhio è quello di Roma: in poco meno di vent’anni da 110 abitanti per ettaro di suolo consumato a 80. Sono valori che indicano chiaramente la tendenza alla dispersione urbana nella Capitale.

DISSESTO DA FRANA NEL TERRITORIO COMUNALE

l’area dei 48 comuni presi in considerazione, che hanno subito delle frane, si attesta sui 167,17 km2, circa l’1,68 per cento rispetto alla superficie totale dei comuni interessati. Il dato risulta ben più alto (6,9%) se si considera l’intero territorio nazionale, che comprende le aree collinari e montane, più soggette ad eventi franosi. Trento, Genova, Ancona e Perugia presentano i valori più elevati di area in frana sul territorio comunale, mentre Genova, Ancona, Perugia e Torino presentano i valori più elevati di superficie urbanizzata interessata da frane.

«L’unica vera grande opera da fare in Italia è un piano per la messa in sicurezza del territorio dal rischio idrogeologico», è quanto ha dichiarato il presidente dei Verdi Angelo Bonelli dopo la pubblicazione del rapporto. «I dati Ispra indicano che le superfici impermeabili in Italia hanno raggiunto livelli elevatissimi: 1.911.960 ettari. E c’è ancora chi ha il coraggio di parlare di eventuali condoni edilizi». Il leader del “Sole che ride” ha concluso sottolineando come «mettere in sicurezza il territorio non solo aumenterebbe la sicurezza e la qualità della vita degli italiani ma consentirebbe di creare oltre 500 mila posti di lavoro per l’unica vera opera utile di cui il paese ha bisogno».

 

 

 

Ecosistema Scuola. Rapporto Legambiente

Rapporto di Legambiente sulla qualità dell’edilizia scolastica, delle strutture e dei servizi.

Il miliardo dei fondi Cipe deliberato nel maggio 2009, ci aveva fatto ben sperare che si aprisse una nuova fase per i finanziamenti all’edilizia scolastica. Andando ad analizzare i dati di questo nostro XII Rapporto di Ecosistema Scuola che fanno riferimento all’anno 2010, possiamo vedere come finanziamenti dati a pioggia e non con un approccio programmato e continuo, non abbiano cambiato il quadro dello stato complessivo nazionale degli edifici, che gli enti locali ancora dichiarano bisognosi di manutenzione urgente per circa il 37%. Il riscontro positivo ci sarà certamente stato per i circa 1700 edifici che hanno usufruito o usufruiranno dei 358 milioni del miliardo Cipe destinati a interventi urgenti, ma pare non abbiano innescato un processo virtuoso capace di aprire una nuova fase.


Scaricala versione integrale del dossier nel file di seguito.

ECOSISTEMA SCUOLA.pdf

Files

Perché lo chiamano l’Ospedale dei bergamaschi?

L’Ospedale di bergamaschi. Cosi da tempo è stato chiamato il nuovo ospedale in fase di costruzione da alcuni opinionisti locali. Vale la pena, tuttavia, ripetere una riflessione che circa cinque anni fa ho pubblicato su una rivista diffusa in città.

Cosa manca alla nuova struttura sanitaria per meritarsi quell’etichetta? Cosa dovrebbe caratterizzare questo nuovo e mastodontico complesso? Risposta: LA TRASPARENZA nei confronti dei cittadini. Punto.

Avevo anche suggerito, sempre pubblicamente, un accorgimento semplice: Pubblicare, durante i vari stati di avanzamento dei lavori, ad esempio ogni sei mesi, un piccolo pieghevole o giornalino informativo con il riepilogo di pochi dati: specificazione delle risorse entrate e quelle uscite, come ad esempio i finanziamenti ricevuti, il costo delle opere appaltate, le consulenze, le spese amministrative  e legali eccetera.

Un’operazione elementare seguita anche dai parroci quando si fanno opere parrocchiali.

Purtroppo la scelta di delegare ad una società, seppure di emanazione regionale, la gestione del cantiere e della vendita della vecchia area ha tagliato fuori dalla conoscenza diretta le assemblee istituzionali (consiglio regionale, comunale, provinciale),  i cittadini e le comunità intere.

Questi ultimi sono stati costretti ad origliare attraverso qualche articolo di stampa ( spesso non proprio puntuali) o grazie ad interventi di consiglieri regionali che hanno dovuto dar luogo a delle vere e proprie battaglie per strappare qualche dato.

A ben considerare si tratta di una vera assurdità in presenza di un’opera pubblica complessa per risorse impiegate e importanza strategica. Per anni nessuno ha mai sollevato la questione

Non sappiamo neanche quanto costano precisamente alle casse pubbliche le prestazioni della società regionale Infrastrutture Lombarde.

Allora basta chiamarlo l’Ospedale dei Bergamaschi se ad essi (proprietari virtuali) non si intende fornire la benché minima notizia in merito alla presunta  loro opera.

 

I bergamaschi respirano aria pessima

bergamaschi, respirano, aria, pessimaL’area che respirano i bergamaschi è pessima  e questa non è una notizia perchè la cosa è già nota da tempo.

La novità è rappresentata dall’indagine di Legambiente che esibisce dati preoccupanti soprattutto se confrontati con le risultanze della altre città italiane.

Bergamo è stata inserita tra le città di medie dimensioni con questi risultati:

NO2: Biossido di Azoto (traffico e e riscaldamento)

Bergamo figura al 40° posto su 44 città. In pratica è l’ultima di quelle che hanno presentato i dati (non forniti da quattro).

PM10

Bergamo è al 34° posto su 39  città che hanno fornito i dati.

OZONO

Bergamo è al 39° posto su 40. (quattro non hanno presentato o i dati.

Questi risultati  dovrebbero creare gravi preoccupazioni non solo nei cittadini ma anche in coloro che, in qualità di amministratori, sono chiamati ad adottare provvedimenti di mitigazione dei danni presenti e futuri.

Purtroppo di recente sono stante assunte decisioni che vanno in direzione opposta con la cancellazione di circa 350.000 metri quadri di Parco Agricolo sui quali saranno realizzati centinaia di migliaia di metri cubi di edificazioni commerciali e terziarie da destinare a chi realizzerà il nuovo stadio nella zona di via Grumello.

Un polmone verde in meno tanti polmoni neri in più.