Bergamo maglia nera per l’ozono.

 da L’Eco di Bergamo.

Insieme a Mantova e a Lecco, Bergamo è la terza città in Italia dove – nel corso del 2011 – i livelli di ozono (O3) nell’aria hanno superato di tre volte i limiti consentiti, contribuendo a fare della nostra città una di quelle dove la qualità dell’aria non è certo incoraggiante.Bergamo Panorama Città Alta.gif
Lo rivelano i dati della 19ª edizione del rapporto sull’Ecosistema urbano presentato lunedì mattina a Venezia da Legamabiente e anticipato sull’edizione odierna del «Il Sole-24 ore».

Sul fronte «qualità del’aria», la Pianura Padana resta comunque l’area più critica di tutta Italia.

Nella classifica finale delle città medie (fatta cioè in base a tutti i punteggi ottenuti nelle doverse voci),Bergamo si colloca esattamente a metà classifica – 21ª con 52,05 punti – su 44 posizioni (la prima città è Trento con 62,80 punti, l’ultima e Reggio Calabria con 22,20).

Per i consumi elettriciBergamo è 36ª su 44 con un consumo di1.254 kWh/abitante/anno. Vince Trento (936), ultima cagliari (1.583).

Per il fotovoltaicoBergamo è al 9° posto su 44 con 2,76 kW installati su edfici comunali ogni mille abitanti. Vince Lucca (28.85), ultima Lecce, Taranto e Sassari (0,00).

Sul fronte pannelli solariBergamo è 11ª con 2,20 metri quadrati installati su edifici comunali ogni mille abitanti (vince Como con 7,86, ultime molte città).

Per quel che riguarda il teleriscaldamentoBergamo è al 4° posto con un volume di 34,35 metri cubi per abitante. Vince Brescia (203,18), ultime molte città.

Sul fronte delle politiche energeticheBergamo è al 5° posto con un indice energetico di 86. Vince Ferrara con 100, ultime quattro città (con un punteggio pari a 0).

Rifiuti prodottiBergamo è al 12° posto con 517,1 chilogrammi di rifiuti prodotti da ogni abitante in un anno. Vince Novara (440,4), ultima Rimini con 818,3.

Per quel che riguarda la raccolta differenziataBergamo è al 9° posto (con una quota percentuale di rifiuti differenziati sul totale dei rifiuti prodotti pari al 53,3%. Vince Novara (72,4%), ultima Foggia (3,8%).

Certificazioni ambientali Iso 14001 ogni mille imprese attive: Bergamo è 14ª con un punteggiio di 3,45. Vince Ravenna (8,92), ultima sassari con 1,10.

Sul fronte della pianificazione e partecipazione ambientale l’indice sintetico per progetti partecipati e approvazione di piani locali pone Bergamo al 5° posto (con 88) dietro a Forlì, Modena, Ravenna e Reggio Emilia (con 100).

L’indice sintetico sull’eco-management nell’enete locale (uso di prodotti verdi e auto ecologiche, di certificazione ambientale, di Rd pone Bergamo al 5° posto. Vince Ferrara con 86, ultima Catanzaro con 0.

Per le vetture circolanti ogni cento abitantiBergamo al 7° posto con 59 vetture. Vince La Spezia con 50, ultima Latina con 73.

Con 14 motociclette circolanti ogni cento abitanti, Bergamo è al 33° posto. Al primo posto c’è Foggia (5), ultima Livorno  (25).

Sul fronte del trasporto pubblico (viaggi per abitanti per anno), Bergamo è 8ª con 188 viaggi. Vince Trento (182), ultima Latina (8).

Quanto ai chilometri per vetture per abitante per anno – disponibilità mezzi -, Bergamo è al 19° posto con 28 chilometri. Vince Cagliari (49), ultima Pistoia (9).

Per la mobilità sostenibile (car sharing, radiobus, mobility manager), con un indice sintetico pari a 46,7. Vince Parma (94,1), ultima Taramto (0,00).

Il Pm10 (polveri sottili, valori medi annui microgrammi per metro cubo): Bergamo è 32ª con un valore pari a 40. Vince Sassari (18,7), ultima Monza con 47. 

Biossido di azoto (No2 – valori medi annui microgrammi per metro cubo): Bergamo è al 35° postocon 47,5. Vincono Brindisi e Foggia (22), ultima Monza (58).

Sul fronto dell’ozono (media del numero dei giorni di superamento della media mobile sulle 8 ore di 120microgrammi per metro cubo), Bergamo è 36ª (ultimo posto tra quelli catalogati) con 90 giorni, Vince Cagliari con 0.


I risultati del Rapporto (dal rapporto di Legambiente)

Prima di ragionare dei risultati complessivi e delle diverse graduatorie, è utile una panoramica sui singoli indicatori di Ecosistema Urbano.

Smog – Tre le sostanze monitorate dalla ricerca: biossido di azoto (NO2), polveri sottili (Pm10) e ozono (O3). Nel 2011 (l’anno preso in esame da questo rapporto), la situazione è complessivamente peggiorata rispetto all’anno precedente, in maniera particolare per quello che riguarda polveri sottili e ozono, mentre il biossido di azoto rimane sostanzialmente stabile.

NO2 – Sono 59 le città che rispettano i limiti di legge di 40 mg/mc previsto per il 2011 (tre in più rispetto allo scorso anno, ma Parma e Asti rientrano nei limiti per un’inezia) e la media nazionale (36,79 mg/mc) della concentrazione media è finalmente in diminuzione, invertendo il trend di crescita abitualmente registrato negli ultimi anni: 38,11 nel 2010, 37,70 nel 2009 e 37,42 nel 2008. Le situazioni peggiori (superiori a 60 mg/mc) si registrano ovviamente tra le grandi città, in particolare: Roma, Milano, Torino e Firenze, e nei capoluoghi lombardi di Brescia, Como, Monza, Pavia e Lecco.

Pm10 – Le polveri sottili sono in deciso aumento. La media nazionale schizza oltre i 32 mg/mc, rispetto a quella precedente che era ferma sotto i 30 mg/mc. Salgono a 17 (erano 6 lo scorso anno) i capoluoghi nei quali si registra un valore medio annuo superiore al limite dei 40 mg/mc, previsto dalla direttiva comunitaria. Queste città appartengono geograficamente al Nord, in particolare al bacino della Pianura Padana. Tra le peggiori, con valori superiori ai 45 mg/mc, troviamo Verona, Milano, Torino e Monza. Sono 24 le città che fanno registrare un valore superiore ai 40 mg/mc in almeno una centralina.

O3 – il quadro complessivo peggiora. Nel 2011 sono 45 (4 in più dello scorso anno) i capoluoghi di provincia che non rispettano il valore obiettivo per la protezione della salute umana di 25 giorni all’anno di superamento del limite giornaliero di 120 mg/mc come media mobile su 8 ore. Anche la media nazionale del numero di giorni di superamento del limite conferma il pessimo andamento: sale a 37,7 contro i 27,5 giorni della scorsa edizione.

In ben 24 città (rispetto alle 18 della passata edizione) il numero di giorni di superamento della soglia di 120 mg/mc è pari o maggiore a due volte il valore obiettivo. Sono poi 10 i capoluoghi che raggiungono un valore almeno triplo di quello consentito. Tra le città grandi le situazioni peggiori (con più di 50 giorni di superamenti) sono a Venezia, Bologna e Padova. Tra le città medie Modena, Varese, Brescia, La Spezia, Parma, Reggio Emilia e BERGAMO superano addirittura di tre volte i limiti consentiti e altrettanto, tra le piccole, fanno L’Aquila, Lecco e Mantova.

I parametri dello smog sono direttamente influenzati da quelli della mobilità. Il livello medio di motorizzazione privata (la densità di automobili) nei capoluoghi continua a crescere, seppur di pochissimo (63,8 auto ogni 100 abitanti, contro le 63,7 della scorsa edizione). Il numero di automobili appare quasi ovunque inversamente proporzionale all’offerta di trasporto pubblico: è più basso nelle grandi città (con la vistosa eccezione di Roma e Catania), dove l’offerta di mobilità pubblica è tendenzialmente maggiore, rispetto alle città di medie e piccole dimensioni. Infatti nei grandi centri urbani italiani ci sono in media 57 auto/100 ab; 61 auto ogni cento abitanti son presenti mediamente nei centri di dimensioni medie; 68 auto/100 ab. è invece la media nelle piccole città capoluogo. Solo Venezia (che conta 41,2 auto ogni 100 ab), La Spezia e Genova hanno meno di 50 auto per 100 abitanti, mentre sono 12 le città (Roma, Aosta, Catania, Frosinone, L’Aquila, Latina, Nuoro, Potenza, Isernia, Rieti, Vibo Valentia e Viterbo) che fanno registrare un tasso di motorizzazione uguale o superiore a 70 auto/100 abitanti.

L’altra faccia dell’elevatissimo tasso di motorizzazione è l’inefficienza del trasporto pubblico locale. La media dei viaggi effettuati con i mezzi pubblici dagli abitanti scende dagli 85 viaggi/ab/anno della passata edizione, agli attuali 83. Anche in questo caso i valori sono legati alla classe dimensionale del comune: nelle città di piccole dimensioni ogni abitante fa in media 40 viaggi l’anno sui mezzi del trasporto pubblico, che salgono a 74 in quelle medie e a 242 nei grandi centri urbani. Tra l’altro, forse proprio per la maggiore offerta in un periodo di crisi come quello che stiamo attraversando, le grandi città sono le sole a registrare un leggero aumento del numero di utenti.

Tra le grandi spiccano Venezia (che cresce ancora anche rispetto al dato dell’anno passato) e Roma, entrambe oltre i 500 viaggi per abitante l’anno (rispettivamente con 571 e 519 passeggeri/ab/anno), seguite da Milano con 456 pass/ab. Bari, Catania e Palermo rimangono ancora (come lo scorso anno) al di sotto della soglia dei 100 passeggeri/ab.

Tra i comuni più piccoli Siena eccelle con 212 passeggeri/ab/anno (ancora in aumento rispetto all’anno scorso). Sono cinque in tutto (Latina più quattro “piccole”: Ragusa, Oristano, Sondrio e Vibo Valentia) le città che non raggiungono la soglia dei 10 passeggeri per abitante annui, erano 4 nella passata edizione. Vibo Valentia si ferma addirittura a 1 passeggero/ab all’anno.

Pochi spostamenti anche per aree pedonali, zone a traffico limitato e mobilità ciclabile. Le aree destinate ai pedoni non crescono (la media di isole pedonali è identica a quella della  scorsa edizione: 0,34 mq/ab), mentre crescono di poco le zone limitate al traffico veicolare (in media si sfiorano i 3,5 mq/ab, lo scorso anno erano 3,3 mq/ab), ma al tempo stesso si restringe il suolo destinato alle due ruote (7,2 metri equivalenti ogni 100 abitanti nel 2010, poco più di 6,7 nel 2011). Sono cinque i comuni (come lo scorso anno) che superano la soglia di 1 mq/abitante di isole pedonali: Cremona, Firenze, Lucca (tutte a 1 mq/ab.), Verbania (2 mq/ab.) e Venezia che è ben oltre i 4 mq/ab.

In valore assoluto, oltre al caso eccezionale di Venezia il cui centro storico costituisce una grande isola pedonale da più di un milione di metri quadrati, sono le grandi città ad avere in termini assoluti le maggiori superfici pedonalizzate: Firenze con 396.954 mq, Torino con 395.700 mq, Milano con 387.321 mq, Roma con 382.500 mq e Napoli con 272.252 mq. Sono ben 20 le città che hanno meno di 0,1 mq/ab, e, tra queste, a Brindisi, Enna e Trapani praticamente non c’è nessuna isola pedonale.

Dieci (come lo scorso anno) invece i comuni dotati di Zone a traffico limitato con una estensione maggiore a un milione di metri quadrati: Roma, Firenze, Bologna e Padova, tra le grandi; Ferrara, Pisa, Brescia, Lucca e Parma, tra le medie; Siena, unica fra le piccole. Diciassette, come nella passata edizione, le città che non hanno ancora adottato forme di limitazione del traffico.

Passando alla mobilità ciclabile, sono 26 le città dove si superano i 10 metri equivalenti ogni 100 abitanti di superficie destinata alle due ruote (erano 28 lo scorso anno). Da segnalare tra queste: Padova (15,19 m_eq/100 ab.) e Venezia (10,71 m_eq/100 ab.) tra le grandi città; Reggio Emilia con il valore più alto in assoluto di 34,48 m_eq/100 ab. e Forlì (20,49 m_eq/100 ab.) tra le medie; Mantova e Lodi tra le piccole, tutte e due sfiorano i 26 m_eq/100 ab. 

Sono invece ventitré in tutto le città (erano 21 lo scorso anno) che non raggiungono nemmeno il valore di 1 m_eq/100 ab. I capoluoghi in cui sono state segnalate strade con moderazione di velocità (30 o 20 km/h) sono 61 in tutto e la lunghezza media di queste arterie a velocità ridotta è di circa 12 km, con un massimo di 155 km segnalato a Verona.

La crisi economica, ovviamente, incide sui consumi, poco su quelli idrici, in misura leggera su quellielettrici domestici e in maniera più marcata sulla produzione di rifiuti. Gli impieghi idropotabili domestici scendono dagli oltre 167 litri per abitante al giorno della scorsa edizione agli attuali 164,55 l/ab./giorno. I dati relativi alla carenza idrica evidenziano un lieve miglioramento: sono in tutto sei i comuni che hanno avuto un periodo di crisi idrica (erano 8 nell’edizione scorsa). La città che ha registrato il maggior numero di giorni di crisi idrica è Pesaro (121 giorni), ma le altre 5 città peggiori rimangono tutte al di sotto dei venti giorni di emergenza dichiarata.

Le perdite della rete idrica hanno un valore medio analogo a quello della precedente edizione del Rapporto (32%) ma diventano 56 le città (erano 50 nella scorsa edizione) nelle quali un terzo dell’acqua immessa negli acquedotti si perde lungo il percorso prima di raggiungere i rubinetti degli utenti.

Nella depurazione dei reflui sono saliti a sei (erano cinque lo scorso anno) i comuni in cui solo la metà, o meno, della popolazione viene servita dal depuratore. La situazione più critica è rappresentata ancora da Imperia, sprovvista di un impianto di depurazione dei reflui, seguita da Benevento che tratta solo il 21% delle acque di scarto. Sono però salite a 47 le città nelle quali più del 95% degli abitanti è servito da impianto di depurazione, erano 29 nella passata edizione. In quattordici capoluoghi poi (erano undici lo scorso anno) la copertura garantita dai depuratori è ormai totale.

La produzione pro capite di rifiuti urbani in media è stata di 567,6 kg pro capite, a conferma di un continuo calo che dura ormai da diversi anni (era di 587,3 nel 2010 e 597,8 kg nel 2009). Tra tutte, sono le città piccole quelle che fanno registrare la media più bassa (Benevento in testa con 395,88 kg/ab/anno). Nel complesso sono trenta le città la cui produzione di rifiuti annua è inferiore a 500 kg/ab (erano 24 lo scorso anno). Sono invece quattro le città con produzione superiore a 800 kg/ab., erano sei nella passata edizione. E’ interessante notare come fra le maggiori produttrici di rifiuti pro capite non sia presente nessuna delle grandi città.

Cresce sensibilmente la media dei rifiuti raccolti in maniera differenziata, che passa dal 31,97% dello scorso anno, all’attuale 37,96%. Resta però ancora molto lontano la soddisfazione degli obiettivi normativi. Per il 2011 infatti era prevista la soglia del 60% di Rd, raggiunta però solo da dodici città: Novara, Salerno, Trento, Pordenone, Verbania, Belluno, Oristano, Teramo, Benevento, Asti, Nuoro, Rovigo. D’altra parte è ancora disatteso da 42 comuni il limite del 35% previsto per il 2006. Aumentano le città che superano il 50% di Rd: sono 31 quest’anno, erano 27 nella passata edizione.

I consumi elettrici domestici sono sostanzialmente identici con 1.189 kWh/ab l’anno (erano 1.190kWh/ab. lo scorso anno) ma con scostamenti interessanti per quel che riguarda i picchi. Crescono infatti le città più virtuose, che restano al di sotto dei 1.000 kWh pro capite: sono quattordici quest’anno, erano undici lo scorso anno. Sono però in aumento anche le città più “voraci” di energia: nove i capoluoghi al di sopra dei 1.300 kWh/ab. (erano sette lo scorso anno).

Scarica il pdf allegato con tutto il rapporto di Legambiente

Il Governo dei tecnici del cemento

di Tommaso Montanari. Il fatto Quotidiano.

Da giorni gli addetti ai lavori litigano sull’interpretazione della nuova regolamentazione delle autorizzazioni ediliziein aree sottoposte a tutela. Per essere un articolo di un disegno di legge «sulla semplificazione», e scritto da un governo tecnico, non c’è male.

Per le associazioni ambientaliste, la norma apre un varco alla cementificazione anche delle porzioni protette del nostro martoriato territorio. Per i ministri dell’Ambiente e dei Beni Culturali, non è vero: «non c’è nessuna diminuzione del livello di tutela del paesaggio». Per Salvatore Settis, infine, «il disegno di legge sulle semplificazioni appena approvato dal Consiglio dei ministri si scontra con un piccolo intoppo: la Costituzione» (Repubblica, 21 ottobre).

Il punto cruciale è la riforma del cosiddetto ‘silenzio inadempimento. Oggi, quando un cittadino chiede di costruire in una zona sottoposta a vincolo, la soprintendenza ha 90 giorni per rispondere. Se non lo fa è inadempiente, e il cittadino può rivolgersi al Tar, e ottenere comunque una risposta seppure con una via più lunga.

La riforma, invece, dimezza il termine, decorso il quale a rispondere non sarà più la soprintendenza, che decade dal potere di farlo, ma lo sportello unico degli enti locali. Se (come è facile predire) quei poteri fin troppo vicini agli interessi locali diranno di sì, il cittadino intanto costruisce. Poi, semmai, la Soprintendenza ricorre, facendo dichiarare illegale la costruzione: ma da qui a farla abbattere, purtroppo, ce ne corre. Tra falle normative e complessità dei contenziosi, è facile immaginare che ci ritroveremo in unapalude di carte bollate su cui svetteranno torri di cemento.

Secondo il ministro Clini «un cittadino che fa una domanda a un’amministrazione pubblica ha il diritto di avere una risposta, positiva o negativa che sia». Verissimo. Ma quella risposta non arriva in tempo non perché le soprintendenze siano piene di incapaci, o assenteisti, ma perché sono state fraudolentemente dissanguate da decenni di mancato turn-over.

Se il governo volesse davvero aumentare la qualità della tutela e insieme garantire i diritti del cittadino, non sarebbe meglio prima mettere l’amministrazione in grado di rispondere, e solo dopo pretendere che lo faccia? Anche perché, altrimenti, Clini sceglie di promuovere il mio diritto ad avere una risposta, ma elimina il mio diritto a non vivere in un paese devastato dal cemento. Non so perché il ministro dell’Ambiente preferisca il primo diritto, ma so che – se messa in grado di comprendere la posta in gioco – la maggioranza degli italiani sceglierebbe il secondo.

A questo punto la domanda è: si tratta di una svista, o di una nuova stagione di ‘mani sulla città’ e sul paesaggio?

Una prima risposta è che se davvero Clini e Ornaghi vogliono rafforzare la tutela hanno tutti gli strumenti amministrativi e legislativi: il fatto che – su questo fronte – il loro governo sia uno dei più immobili, anzi ignavi, della storia repubblicana potrebbe anche far credere che non si siano accorti di nulla, e che ora stiano provando a salvare la faccia.

Ma una lettura contestuale dell’indirizzo del governo spinge verso la risposta più pessimista.

Come ha spiegato Giorgio Meletti sul “Fatto”, il vice di Passera, Mario Ciaccia, ha appena annunciato un colossale progetto per la cementificazione del Paese, a spese pubbliche e profitto privato: l’idea decrepita e affaristica che una pioggia di porti, autostrade, infrastrutture sia il vero ‘volano dell’economia’. Arrivando a dire che il Ponte di Messina, forse, si potrebbe anche fare davvero.

Un altro tassello preoccupante è rappresentato dal disegno di legge sul consumo di suolo agricolo, che in un primo momento aveva invece suscitato speranze. Secondo l’assessore regionale toscana Anna Marson: «il testo dichiara di voler tutelare i suoli agricoli e limitarne il consumo, ma nei suoi dispositivi concreti prevede che sia determinata a livello nazionale la quantità di nuove superfici edificabili, e che essa venga poi ripartita tra le Regioni». Da qui il concreto «rischio che la legge porti a peggiorare il consumo di suolo in atto», e addirittura a produrne di nuovo.

Insomma, ce n’è abbastanza per credere che la fumosa alchimia giuridica profusa sui silenzi delle soprintendenze, a tutto miri tranne che a rendere più efficiente e rigorosa la protezione del nostro povero territorio.

Mario Monti è il primo Presidente del Consiglio ad esser anche membro del consiglio di amministrazione del FAI (Fondo Ambiente Italiano). Forse è venuto il momento di scegliere: proteggere l’ambiente e contemporaneamente spalancare la porta al cemento sarebbe troppo anche per un politico italiano di professione. Figuriamoci per un tecnico.

Bergamo, Ztl colabrodo. Un abusivo al minuto

Piazza Pontida trasformata in parcheggio. Via Tasso, accesso libero: il «panettone» abbassato da un anno. E qualche commerciante è contento

 Corriere.it. Bergamo

Sono illuminati da alcune settimane anche in città bassa i display delle zone a traffico limitato. La scritta rossa avvisa che Palazzo Frizzoni sta facendo «prove tecniche» ma non spaventa nessuno. Il divieto d’accesso sta lì, in alto a destra e in bella vista, ma se non ci fosse cambierebbe poco. Basta fermarsi al varco di una Ztl, anche in un orario non di punta: è un via vai di macchine, furgoni e moto. Ben pochi di questi sono autorizzati a passare. Così l’idea, contenuta nel Piano urbano del traffico al vaglio a Palafrizzoni, di un Sentierone allungato e pedonale, da piazza Pontida a piazzetta Santo Spirito, è ancora lontano dall’essere realtà. Ore 16.30 di ieri, al varco della Ztl di via Zambonate. Cronometro alla mano, nel giro di cinque minuti esatti, entrano in questa area otto macchine, tre furgoni e sei tra moto e motorini. In media più di tre veicoli al minuto: parecchi per una zona che dovrebbe essere off limits a macchine e moto dei non residenti. Auto e moto superano la telecamera (accesa ma solo per un test in vista dell’entrata in funzione vera e propria, prevista nei prossimi mesi), poi proseguono o cercano parcheggio. Ovviamente selvaggio. Ieri pomeriggio, ad esempio, era difficile trovare uno spazio, per quanto abusivo, in cui lasciare l’auto: quasi tutti gli spazi occupati, davanti alle vetrine dei negozi o ai lati della strada. Tra largo Cinque Vie e piazza Pontida, quattro macchine e un furgone posteggiate sul lato della strada. Altre cinque in centro alla piazza: quattro davanti alla banca e un’altra addirittura in mezzo a due panchine. Pochi passi più in là, in largo Rezzara, e la scena è la stessa: c’è chi cerca parcheggio, abusivo, senza trovare posto. In divieto di sosta ci sono già tre macchine, un furgone e due moto. Anche al varco della Ztl che inizia all’angolo tra via Tasso e contrada Tre Passi il via vai di veicoli è continuo, solo poco meno frequente rispetto a quanto succede in via Zambonate. Fino a un anno è mezzo fa a delimitare la Ztl di via Tasso c’erano due dissuasori, i panettoni meccanici. In realtà sono ancora lì, ma sono sempre abbassati e non sbarrano la strada a nessuno. «C’erano stati dei guasti. I dissuasori si erano alzati nel momento sbagliato provocando danni a un paio di auto e da più di un anno non sono in funzione», racconta Giampaolo Giardina, artigiano orafo di via Tasso. Così i dissuasori abbassati sono lasciano in realtà passare tutti. Ore 17 di ieri: nel giro di cinque minuti entrano in questa Ztl cinque macchine e un furgone. Più di un veicolo al minuto. Superano il varco e inevitabilmente rallentano, perché ci sono macchine e motorini parcheggiati abusivamente sul lato della strada. Se si va fino in fondo alla via, poi, il rischio è scambiare piazzetta Santo Spirito per un parcheggio, se non fosse per i tre cartelli di divieto di sosta che si scorgono tra le auto. Anche qui, tutti gli spazi sono occupati abusivamente. Davanti alla stazione del bike sharing, tre macchine, un motorino e un piccolo furgone. E un altro quasi davanti alla porta della chiesa. «Ogni giorno, la stessa storia – dice Fulvio Seo del bar In piazza, che ha anche un dehors nella piazzetta -. Servire al tavolo qui fuori spesso è complicato, perché bisogna fare lo slalom con il vassoio tra le macchine posteggiate in divieto. Così la piazzetta sta diventando brutta». Altri commercianti di via Tasso però sono spaventati dall’imminente accensione delle telecamere. «Più c’è movimento, più il commercio ne beneficia», dice Marco Casali della Casa della Renna, all’angolo tra via Tasso e contrada Tre Passi. Idea condivisa anche da Grazia Chiappinelli, che vende accessori al negozio Particolari di via Tasso: «Permettere alle auto di passare è una vetrina in più, dà visibilità. Con le telecamere, avrò meno clienti e sarò probabilmente costretta a chiudere il negozio per riaprirlo in un centro commerciale». Parole che dimostrano come oggi in pochi considerino quella di via Tasso una Ztl. Tornando verso Porta Nuova, la scena si ripete davanti al teatro Donizetti, dove i lati della strada sono sempre affollati di auto. Ieri, alle 18, se ne potevano contare 18 sul lato del teatro e sei dall’altra parte. Tutte in divieto. Anche qui l’idea di un Sentierone allungato pedonale è tutta da costruire. Silvia Seminati 24 ottobre 2012 | 8:59

Bergamo: l’ Odissea del luna park.

Cade l’ipotesi del luna park a Boccaleone

L’operatore non ha trovato l’accordo con i proprietari dell’area. Ora si sta cercando un’opzione alternativa

 

Il Luna park non si trasferirà a BoccaleoneIl Luna park non si trasferirà a Boccaleone

Corriere della sera.it  Si allontana il trasloco del luna park dall’area Europan a Boccaleone. La scelta di spostare le giostre in via Lunga era stata indicata da Agatonisi srl, la società che si è aggiudicata (per 6,8 milioni di euro) l’Europan. Ma ieri sera in consiglio comunale, l’assessore all’Urbanistica Andrea Pezzotta ha detto che «difficilmente le giostre potrebbero andare a Boccaleone». Tra le difficoltà, il fatto che in quell’area il Pgt prevede una scuola e un parco pubblico. E poi le prese di posizione di chi vive nella zona: le suore Clarisse e la Promoberg, che gestisce la Fiera, avevano espresso contrarietà all’ipotesi di avere i giostrai come vicini di casa. «L’operatore – spiega Pezzotta – aveva in corso una trattativa con i proprietari di quell’area. Ma dopo vari approfondimenti, è emerso che ben difficilmente il luna park potrebbe andare lì. L’operatore sta lavorando per un’alternativa. Se poi ci sarà la necessità di fare una variante, lo valuteremo». «Abbiamo perso 6 milioni – risponde Marco Brembilla (Pd) -. Il bando parla di un’area attrezzata, non da attrezzare. E i 90 giorni scadono l’8 novembre. Se l’operatore non individuerà un’area per le giostre, dovrà anche pagare una penale».

 

Silvia Seminati

Bergamo: tutto da rifare per via Autostrada.

da lecodibergamo.it

via autostrada,tutto da rifare.Stallo pieno. Di nuovo. E questa volta i privati non c’entrano, anzi, loro sulla vicenda del muro di via Autostrada e delle relative volumetrie da ridurre da un lato e aumentare dall’altro, quello che potevano fare lo hanno fatto con l’accordo dello scorso giugno in base al quale i 2.700 metri cubi tolti all’albergo ancora da realizzare a due passi dal casello dell’A4 avrebbero dovuto essere trasferiti nell’ambito di trasformazione 14, il cosiddetto Polo ricettivo del nuovo ospedale. In soldoni: da sei a cinque piani l’hotel della Bruman’s in via Autostrada (con un leggero spostamento dell’edificio), da cinque a sei quello della Life Source alla Trucca. Il condizionale è però ancora una volta d’obbligo. Dopo l’intesa, infatti, la formalizzazione delle varianti urbanistiche corrispondenti agli impegni unilaterali presi dalle due società ha incontrato seri ostacoli, al punto da rimettere tutto in discussione: «Purtroppo – allarga le braccia l’assessore all’Urbanistica Andrea Pezzotta – siamo a un’empasse. Ci sono nuove complicazioni sul piano procedurale: accogliere infatti le due proposte è molto complicato e andrebbe incontro a ulteriori lungaggini. Sono emerse due o tre soluzioni alternative che stiamo valutando».

In sostanza a mettere in crisi Palafrizzoni sarebbe la difficoltà a recepire un accordo di tipo privatistico nell’ambito di un iter urbanistico comunale. Tutto da rifare? La sensazione è un po’ questa, anche se per il momento nessuno preferisce andare oltre. Tra una cosa e l’altra, è ormai un anno che si parla del muro di via Autostrada. Prima le polemiche per lo skyline di Città Alta oscurato dalla nuova costruzione, quindi il sequestro del cantiere adiacente, quello dello stesso albergo, per un presunto abuso edilizio, quindi il tiraemolla sulle modifiche e, infine, proprio mentre la trattativa tra i privati andava a buon fine, nuove magagne sul piano giudiziario per un altro presunto reato, questa volta di corruzione legato alla convenzione sottoscritta a suo tempo con il Comune. 
L’unico risultato concreto di questi mesi sembrerebbe essere quello riguardante il famoso taglio a fetta di salame. Oltre al trasferimento dei 2.700 metri cubi per l’edificio ancora da realizzare, gli accordi prevedevano infatti una riduzione di 120 metri cubi per quello già costruito e da adibire a centro direzionale. 

Una canzone dell’Africa per proteggere la foresta del Congo.

Una canzone dall’Africa per proteggere la foresta del Congo

 
News – 16 ottobre, 2012 Greepeace.

È cominciato nel 2011 come un appello ai giovani congolesi perché si esprimessero a favore della protezione della loro foresta e oggi è diventato un videoclip, “La voce della foresta”, a cui hanno partecipato uomini, donne e bambini.

In una piccola foresta del comune di Mont Ngafula, più persone hanno parlato con una voce sola, senza distinzioni di razza o di età, per proteggere le foreste uniche del Congo. La gioia era nei loro occhi, soprattutto quando sono arrivati nel cuore della foresta per girare le immagini.

“Ci siamo tenuti la mano per reclamare la protezione della nostra risorsa più preziosa. Insieme quel giorno abbiamo dato una voce più forte alla foresta, il cui eco speriamo attraversi tutto il continente” racconta Augustine Kasambule diGreenpeace Africa.
 
Nello stesso momento, in altre parti del mondo, persone di tutte le nazionalità si sono unite per ripetere lo stesso appello in favore della seconda foresta del mondo, quella del Bacino del Congo.

Undici cantanti congolesi ci ricordano così che la nostra vita è strettamente legata alla foresta. È il polmone della Terra, che purifica l’aria che respiriamo, ci procura lepiante medicinali, il cibo e l’acqua che utilizziamo. La biodiversità del pianeta e il futuro del clima dipendono dalle foreste del mondo. Non poteva esserci nulla di meglio di una canzone per esprimerlo:

“Non toccare la mia foresta, ce l’ho nella pelle”.
 

Mi chiamo città, identikit della città che cambia.

Dal 9 agosto, tutti i giovedì alle 23 (dal 6 settembre alle 23.30) su Rainews per otto puntate, “Mi chiamo città”, trasmissione di approfondimento sulla rigenerazione urbana. Lente d’ingrandimento su Roma, Milano, Napoli, Torino e Genova. Con il sostegno scientifico dell’Inu. Il comunicato stampa e la scheda riassuntiva delle puntate, completa delle date di messa in onda. Gli articoli del Giornale dell’architettura, del Sole 24 Ore.com, di Edilportale.com, di Architetti.com e di Italic. Ci saranno repliche delle puntate inizialmente previste il 16 e il 23 agosto ma andate in onda in altre date 

I cento Comuni “a rifiuti zero”

da repubblica.it Un punto raccolta differenziata L’associazione è nata a Capannori dove si differenzia l’82 per cento MARIA VITTORIA GIANNOTTI FIRENZE Più di cento comuni (107), e un unico obiettivo: liberarsi dei rifiuti entro il 2020. Per cercare insieme una strategia per gestire le tonnellate di cose che, ogni giorno, vengono buttate perché non servono più. Ieri mattina, nell’auditorium di Capannori è nata l’associazione nazionale delle comunità verso Rifiuti Zero. Capannori, 46mila abitanti nel Lucchese, è stato il primo comune che, nel 2007, ha aderito alla strategia internazionale Rifiuti Zero. Oggi a Capannori la media della raccolta differenziata è all’82%, con punte di 90% nelle zone dove si applica la Tia puntuale: ogni famiglia paga per quanta indifferenziata produce. Ora in molti credono che occorra ridurre la produzione di rifiuti all’origine. Le parole chiave, per i rappresentanti dei comuni che ieri si sono dati appuntamento e che rappresentano 3 milioni di italiani, sono differenziazione, riuso e riciclo. Le prime esperienze hanno dato buoni risultati. Per questo la Rete Italiana Rifiuti Zero, coordinata da Rossano Ercolini, e gli enti locali hanno creato un’associazione. I comuni hanno già un decalogo a cui attenersi. Il primo passo è scommettere sulla differenziata, coinvolgendo e responsabilizzando i cittadini. In ambito casalingo, i comportamenti virtuosi sono noti: usare pannolini lavabili, dire addio alle buste di plastica, preferire l’acqua del rubinetto (che oltretutto è più sana), acquistare latte, bevande e detergenti «alla spina». Ovviamente, i virtuosi vanno poi premiati, con un sistema di tariffazione ad hoc. Altro trucco per raggiungere in poco tempo e su larga scala quote superiori al 70% è quello della raccolta porta a porta, con quattro contenitori diversi da ritirare seguendo un calendario settimanale prestabilito. Tutto questo sforzo sarebbe però inutile senza la realizzazione di un impianto di compostaggio – da collocare in aree rurali e quindi vicine ai luoghi di utilizzo da parte degli agricoltori – e di piattaforme impiantistiche per il riciclaggio e il recupero dei materiali. Nell’ottica che niente vada sprecato, sono indispensabili anche centri per la riparazione di beni durevoli, come mobili, infissi ed elettrodomestici, da rimettere a nuovo e rivendere sul mercato: un sistema che garantisce anche ricadute positive sull’occupazione, come è già avvenuto in Australia e in Nord America. A valle della filiera, infine, servono un impianto di recupero e selezione di quei rifiuti sfuggiti alla differenziata e un centro di ricerca e riprogettazione per ripensare, su scala industriale, una nuova vita per gli oggetti non riciclabili.

Bergamo: lo stadio è morto prima di nascere

“Lo stadio è morto prima dinascere”
L’ex assessore Luigi Nappo sugli ultimi sviluppi del progetto            da ILGIORNALEDIBERGAMO.COM

Il progetto per il nuovo stadio è morto prima di nascere. Lo afferma l’ex assessore Luigi Nappo (nella foto), secondo cui l’empasse non sarebbe dovuto a scelte dell’amministrazione comunale, “ma per un aspro contenzioso scatenatosi tra il proprietario dei terreni e l’operatore che avrebbe dovuto realizzare l’opera più l’annesso e il connesso (ovvero i metri cubi di commerciale e altro). Il sindaco ha commesso un errore decisivo e sottovalutato – aggiunge Nappo –  Un errore che Tentorio non avrebbe dovuto commettere in ragione del suo incarico di vice sindaco nel 2003. Avrebbe dovuto sapere che quando un imprenditore avanza una proposta di edificazione, prima di toccare le destinazioni urbanistiche vigenti, si va a vedere la fattibilità, l’impatto e la compatibilità dell’operazione. Viceversa, appena insediato, il sindaco ha modificato il PGT adottato inserendo destinazioni edificabili al posto di un’area destinata a Parco Agricolo: senza nulla conoscere in merito alla qualità e alla quantità delle volumetrie. Ora questo strano V9 (nuova sigla ideata e che sta a indicare la possibilità di costruire centinaia di migliaia di metri cubi su aree verdi) rischia di diventare la maniglia alla quale aggrapparsi per manomettere comunque l’area pregiata. Nonostante il fallimento dell’ipotesi stadio, si parla di intaccare comunque l’area con strutture commerciali che dovrebbero fare da contorno a un ipotetico palazzetto dello Sport. Tentorio, in altri termini, con l’infelice operazione del V9 ha consolidato nei proprietari dei terreni una forte attesa edificatoria capace di generare un arricchimento della rendita fondiaria. Infatti, la maggioranza ne chiede ora la permanenza per eventuali altre operazioni. Tutto questo si sarebbe potuto (e dovuto) evitare – conclude Nappo – se non si fossero modificate le destinazioni urbanistiche al buio”.

 
 

Bergamo: fine ingloriosa per il nuovo stadio.

stadio nuovo.jpgIl progetto per il nuovo stadio è morto prima di nascere.

E questo non per un giudizio dell’amministrazione comunale, ma per un aspro contenzioso scatenatosi tra il proprietario dei terreni e l’operatore che avrebbe dovuto realizzare l’opera più l’annesso e il connesso (ovvero i metri cubi di commerciale e altro).

Il sindaco ha commesso un errore decisivo e sottovalutato. Un errore che Tentorio non avrebbe dovuto commettere in ragione del suo incarico di vice sindaco nel 2003. Avrebbe dovuto sapere che quando un imprenditore avanza una proposta di edificazione, prima di toccare le destinazioni urbanistiche vigenti, si va a vedere la fattibilità, l’impatto e la compatibilità dell’operazione.

Viceversa, appena insediato, il sindaco ha modificato il PGT adottato inserendo destinazioni edificabili al posto di un’area destinata a Parco Agricolo: senza nulla conoscere in merito alla qualità e alla quantità delle volumetrie.

Ora questo strano V9 (nuova sigla ideata e che sta a indicare la possibilità di costruire centinaia di migliaia di metri cubi su aree verdi) rischia di diventare la maniglia alla quale aggrapparsi per manomettere comunque l’area pregiata. Nonostante il fallimento dell’ipotesi stadio, si parla di intaccare comunque l’area con strutture commerciali che dovrebbero fare da contorno a un ipotetico palazzetto dello Sport.

Tentorio, in altri termini, con l’infelice operazione del V9 ha consolidato nei proprietari dei terreni una forte attesa edificatoria capace di generare un arricchimento della rendita fondiaria. Infatti, la maggioranza ne chiede ora la permanenza per eventuali altre operazioni.

Tutto questo si sarebbe potuto ( e dovuto) evitare se non si fossero modificate le destinazioni urbanistiche al buio.