Bergamo : calano gli abitanti e aumenta la cementificazione.

L’articolo pubblicato di seguito ci informa che a Bergamo si registra un decremento della popolazione con un’inversione di rotta rispetto agli anni precedenti e, soprattutto, contraddicendo le aspettative contenute nel recente Piano di Governo del Territorio.

In proposito ricordiamo che il Pgt approvato nel 2009 prevede cira quattro milioni e passa di nuovi metri cubi edificabili, in relazione ad un prevedibile aumento della popolazione intorno ai 140.000 (ora 121.000) abitanti in pochi anni. Anzi, poiché non c’è limite al peggio, nello strumento urbanistico si sostiene che la cementificazione prevista dovrebbe attrarre nuovi abitanti in città.

Quanto sopra è assolutamente fuori da ogni logica ed è stato sempre smentito da esperti e da associazioni che studiano la materia.

La questione centrale è la seguente: In campagna elettorale tutti i candidati bergamaschi hanno inserito nel loro programma lo stop alla cementificazione: e allora, perchè non guardiamo subito in casa nostra? Come si conciliano queste buone intenzioni con la realtà locale? Come ci si può dimenticare dei 4,5 milioni di metri cubi che pendono su Bergamo come diritti edificatori ai quali i proprietari difficilmente vorranno rinunciare?

Ecco perché va cambiata la legge urbanistica regionale che permette ai comuni la possibilità di inventarsi esigenze distruttive per il territorio e l’ambiente con il grave pericolo del “non ritorno”.

Segue articolo  L’Eco di bergamo

BERGAMO INVERTE LA ROTTA, ORA CALANO GLI ABITANTI

Bergamaschi a passeggio sul Sentierone

Dopo quattro anni Bergamo inverte la rotta e perde abitanti. Numeri tutto sommato contenuti, 179 abitanti in meno, ma quanto basta a far cambiare direzione al trend che si registrava dal 2008. Eccoli i numeri: i residenti al 31 dicembre 2012 sono risultati 121.137, 179 in meno quindi rispetto all’anno prima, fermo a 121.316. La città resta comunque sopra quota 121.000, soglia raggiunta nel 2011, dopo trent’anni (più o meno) che non succedeva. Attestandosi più o meno sulla stessa cifra del lontano 1965.

Cambio di rotta
I dati sono contenuti nell’Annuario delle statistiche demografiche 2013 che annualmente vengono licenziate da Palazzo Frizzoni.
Un malloppo di numeri e grafici che danno la fotografia della città che cambia e si modifica sotto i colpi delle dinamiche sociali ed economiche. I numeri danno il quadro d’insieme di una città popolosa, sempre più anziana e con una presenza di cittadini stranieri che resta importante (sono 20.042 e rappresentano il 16,5% della popolazione), nonostante la crisi stia mettendo un freno ai ricongiungimenti familiari e all’arrivo di nuovi stranieri. Dettaglio non da poco, l’incremento degli stranieri è stato infatti il vero fattore di crescita e di trascinamento della popolazione cittadina in questo ultimo decennio.
E se sulle cifre complessive della città c’è l’apporto imprescindibile dei nuovi cittadini stranieri, l’inversione di rotta – registrata al 31 dicembre 2012 – nella crescita della popolazione, si può spiegare con la tendenza sempre più marcata delle neo famiglie, le giovani coppie, ovvero le classi produttive della città, ad andarsene verso l’hinterland, letteralmente esploso negli ultimi dieci anni. Complici i prezzi troppo elevati del mattone in città e per contro un’edilizia di qualità e a buon mercato immediatamente nei paesi della cintura.
Tornando al dato complessivo, Bergamo resta lontana dal suo tetto massimo: i 129.117 abitanti del 1975. Da allora è iniziata una lenta emorragia. Dieci anni dopo, nel 1985, la città era sotto i 120.000 abitanti, soglia riconquistata solo di recente, nel 2010: 120.694 e un incremento di 12,2 ogni 1.000 abitanti. Dato, quest’ultimo, che si è dimezzato nel 2011 (5,2) e l’anno scorso ha messo il segno meno: -1,5 unità.

Famiglie a quota 58.369
Soffermandoci sulle statistiche dell’anno scorso, su 121.137 abitanti, 56.717 sono maschi, 64.420 femmine. Curiosità: la fascia d’età più «popolata» è quella tra i 45-49 anni con 4.855 uomini e 5.241 donne; seguita da quella successiva, tra i 50-54 anni, con 3.506 uomini e 3.920 donne.
Le famiglie sono in tutto 58.369. Per quanto riguarda la composizione dei nuclei si conferma una tendenza ormai consolidata negli anni: il 45,3% (26.441) ha un solo componente. Dato conseguenza della forte incidenza della popolazione anziana, soprattutto della sua componente femminile che, come noto, è molto più longeva e quindi numerosa di quella maschile. Tornando alla composizione dei nuclei familiari, la coppia è al secondo posto (25,3%, pari a 14.755), seguita dal nucleo composto da tre componenti (8.615, ma con un calo di 17,9 unità ogni mille abitanti). Anche la famiglia tipo – padre, madre e due figli – registra un crollo di 9,6 unità ogni mille abitanti ed è a quota 6.270 nuclei, il 10,7% del totale. Da segnalare poi i nuclei con cinque componenti (1.660) e quelli oltre i cinque, 628 in tutto, con un incremento di 64,4 unità ogni mille abitanti.

Città sempre più anziana
Una città sempre più anziana e straniera, dicevamo. Negli ultimi dodici anni gli anziani sono sempre aumentati. L’anno scorso gli over 65 (indicati dalle statistiche come popolazione anziana) erano 28.738, pari al 23,7% della popolazione. Sono in costante crescita: nel 2011 erano 28.583, l’anno prima ancora 28.232. Vuol dire lo 0,2 per cento in più, pari a 351 unità. Le statistiche snocciolano anche qualche dettaglio in più su questi anziani: la stragrande maggioranza vive in famiglia (il 62,5%), il 32,9% vive solo e la quota restante in convivenza.
E, spulciando il corposo dossier sulla distribuzione dei residenti per zone (addirittura via per via), risulta che la prima Circoscrizione (cioè il centro allargato) è la più numerosa con 46.233 residenti, peraltro è anche l’unica che registra una crescita annua, 8,4 abitanti in più ogni mille. Segue la seconda con 41.690 residenti e, fanalino di coda, la terza (la più piccola in valore assoluto che comprende anche Città Alta) a quota 33.214 e con incremento annuo ogni mille abitanti che segna meno 9,9 unità.

Vanessa Santinelli

Mantova, supermercato vicino a Palazzo Te. A rischio riconoscimento Unesco

Mantova, supermercato vicino a Palazzo Te. A rischio riconoscimento Unesco

Viabilità modificata con cinque nuovi rondò e due sottopassi ferroviari connessi al progetto. L’associazione Italia Nostra ha quindi presentato un esposto al Tar. La zona è sottoposta anche a vincoli monumentali eppure sono stati raddoppiati dal comune gli indici di fabbricazione per realizzare anche un parcheggio da 500 posti

di  | 23 febbraio 2013 Il Fatto Quotidiano

Mantova, supermercato vicino a Palazzo Te. A rischio riconoscimento Unesco

 

Un supermercato Esselunga a poche centinaia di metri da Palazzo Te a Mantova. Viabilità modificata con cinque nuovi rondò e due sottopassi ferroviari connessi al progetto. Risultato: un aumento del traffico intorno alla villa di Giulio Romano, uno stravolgimento paesaggistico, con unimpatto ambientale negativo e penalizzante per il monumento storico e anche per i quartieri circostanti, e il rischio concreto che l’Unesco tolga il riconoscimento di Patrimonio Mondiale dell’Umanità a Mantova, ottenuto nel 2008.

Preoccupata per questa situazione, la sezione locale dell’associazione “Italia Nostra” ha presentato un esposto al Tribunale Amministrativo Regionale di Brescia (competente per Mantova, ndr), per fare in modo che il progetto del supermercato da 50 milioni di euro (34mila metri quadrati), previsto nell’ultimo Piano di Governo del Territorio e approvato dall’amministrazione comunale guidata dal sindaco di centro destra Nicola Sodano, venga fermato in tempo. “In primo luogo spiega Sergio Cordibella, presidente della sezione locale di Italia Nostra – non si capisce quale sia l’utilità di un nuovo supermercato a Mantova, considerato che in città abbiamo una media di 546 metri quadrati di insediamenti commerciali per mille abitanti, contro una media regionale di 274 metri quadrati e una nazionale di 228. In secondo luogo, contestiamo con forza le modalità con cui questo progetto è stato approvato, raddoppiando gli indici di fabbricazione per consentire la realizzazione di un supermercato con parcheggio sotterraneo con 500 posti. Senza considerare che tutta la viabilità intorno a Palazzo Te verrebbe sconvolta, con cinque rondò, uno dei quali andrebbe a funzionare proprio là dove adesso si trova la storica Porta delle Aquile, ingresso della Villa, e due sottopassi ferroviari. Con queste modifiche la zona intorno al monumento storico diventerebbe l’ingresso principale alla città, con un conseguente aumento del traffico e conseguenze negative per la conservazione del palazzo. Senza dimenticare che l‘aumento di smog sarebbe deleterio anche per i residenti della zona”.

Ma c’è di più. Perché il Comune di Mantova, quando l’Unesco nel 2008 ha decretato che la città insieme a Sabbioneta era meritevole di diventare Patrimonio Mondiale dell’Umanità, ha sottoscritto un accordo di rispetto e tutela dell’area intorno a Palazzo Te, che con la realizzazione del progetto commerciale sarebbe disatteso. Addirittura si era concordato di rivalutare l’area circostante attraverso la realizzazione di un parco. Altro che supermercato. “Per questo – prosegue Cordibella – abbiamo informato l’Unesco di quanto sta accadendo. Non è la prima volta che il riconoscimento viene tolto per il non rispetto dei vincoli di tutela del patrimonio.” Ad esempio è già successo aDresda nel 2009, quando l’Unesco tolse la qualifica a seguito della realizzazione di un ponte per unire due parti della città tedesca. “Nell’esposto che presenteremo al Tar il 2 marzo – spiega ancora il presidente locale di Italia Nostra – abbiamo anche sollevato un vizio di forma che a nostro parere bloccherà subito il progetto: manca la necessaria valutazione ambientale strategia”. Ma c’è anche un altro problema per il Comune: l’area intorno a Palazzo Te è tutelata dai vincoli monumentali per effetto di un decreto ministeriale del 1955. Per cui spetta alla Sovrintendenza ai beni artistici e architettonici dare l’ok al progetto: “Ma quando il sovrintendente – conclude Cordibella – si troverà di fronte a questo progetto di privati, non potrà che applicare l’articolo 1 del decreto del 1955 e bloccare tutto”.

 

Palestra Imiberg: dieci indagati

dal Corriere della Sera .it

Con affermazioni illecite gli architetti del Comune di Bergamo hanno determinato un incremento patrimoniale in favore degli Istituti educativi e della fondazione Maddalena di Canossa, consentendo un risparmio anche all’Imiberg»: è quanto sostiene il sostituto procuratore Franco Bettini nell’avviso di chiusura delle indagini sulla costruzione della palestra a disposizione della scuola di via Santa Lucia.

L’inchiesta è ormai sbarcata a Palazzo Frizzoni, o meglio a palazzo uffici, e gli indagati sono 10: al momento non si conoscono ancora le loro tesi difensive. Oltre a Lino Bussei, presidente della Maddalena di Canossa, che gestisce l’immobile di proprietà degli Istituti educativi affittandolo in parte all’Imiberg, al progettista della palestra Mauro Piantelli, al direttore lavori Massimo Bressanelli, al costruttore della «Nuovo Modulo» Lorenzo Bernini (per tutti l’accusa è di abuso edilizio), la procura della Repubblica punta il dito contro sei professionisti in forza al Comune all’epoca dei fatti (e qualcuno anche attualmente), tutti accusati di abuso d’ufficio, in concorso tra loro: Giorgio Cavagnis, Gianluca Della Mea e Marina Zambianchi, componenti della commissione urbanistica che vigilava sul Piano di governo del territorio (Pgt); Massimo Casanova, dirigente dell’Edilizia Privata, e i suoi sottoposti Maria Giuditta Favale e Francesco Nicoli.

In particolare Cavagnis, Della Mea e Zambianchi avrebbero preso in considerazione un’osservazione al Pgt presentata dalla fondazione Maddalena di Canossa datata 30 luglio 2009, «oltre il termine consentito dalla legge – secondo il magistrato – autorizzando con una loro deduzione tecnica poi inviata al Consiglio comunale (che l’ha approvata) un aumento di volumetria del 20% per la palestra che infine è stata costruita, su un’area che prevedeva solo un «risanamento conservativo» e non «incrementi volumetrici». «Hanno così permesso – scrive il pubblico ministero – la realizzazione finale dell’opera edilizia determinando un incremento patrimoniale pari quanto meno al valore dell’immobile nei confronti del proprietario (gli Istituti educativi, ndr), nonché della fondazione Maddalena di Canossa, che usava la struttura anche per scopi privatistici, consentendone all’Imiberg l’utilizzo e un conseguente risparmio, derivante dal mancato affitto di palestre presso terzi».

Il tutto durante un periodo delicato della vita amministrativa di Bergamo, perché il Piano di governo del territorio era stato adottato a febbraio del 2009dall’Amministrazione Bruni e poi approvato dall’Amministrazione Tentorio alla fine di quell’anno, dopo una serie di osservazioni, in parte bocciate e in parte accolte, nel caso della palestra ad esempio. Gli altri tecnici comunali, ovvero Casanova, Favale e Nicoli, avrebbero invece consentito alla pratica edilizia della palestra di procedere, «attivandosi direttamente – scrive la procura – per ottenere la documentazione mancante presso gli enti coinvolti», perché la denuncia di inizio attività per la costruzione, presentata già nel 2007, non conteneva tutta la documentazione necessaria e prevista dalla legge.

Le necessità della fondazione Maddalena di Canossa avevano quindi trovato più di una sponda negli uffici comunali, stando alla ricostruzione del sostituto procuratore. E a trarne beneficio non furono solo la scuola e la fondazione, ma anche progettisti e costruttori, tra i quali Mauro Piantelli: per lui c’è anche l’accusa di falso, per aver certificato nella denuncia di inizio attività che le opere da realizzare erano conformi. Secondo l’accusa non era così e la palestra è stata infine costruita con un’altezza di oltre tre metri e mezzo fuori terra, violando sia il precedente piano regolatore generale sia il piano di governo del territorio. 

Armando Di Landro
23 febbraio 2013 | 10:40© RIPRODUZIONE RISERVATA

Caserma Montelungo: un fallimento voluto.

ImmagineIlComune.jpgSi fa presto a dire “Bergamo capitale della cultura”, si fa presto ad organizzare qualche convegno invitando personaggi titolati e non. L’obiettivo non è alla portata del Comune di Bergamo in quanto mancano i “fondamentali” per vincere questa sfida.

Non basta il depliant con le bellezze di Città Alta, serve a poco organizzare eventi o riempire la città di tabelloni se non si mette in campo un programma a trecentosessanta gradi.

Di recente abbiamo raccontato della volontà del Comune di mettere in vendita edifici storici di valore inestimabile per poter reperire risorse che saranno esaurite in pochi mesi. Oggi si ritorna a parlare della Caserma Montelungo dopo averla depotenziata in termini di contributo possibile alla costruzione di un percorso ecologico- culturale.

Per un decennio si è discusso dell’utilizzo dei piani inferiori della Caserma come spazi espositivi della Gamec e nessuno si era mai illuso che si trattasse di un’operazione facile. Si ipotizzava di cogliere l’occasione giusta per ragionare con l’imprenditoria e le altre Istituzioni presenti non solo a livello strettamente locale.

Invece, con una decisione assurda che si è fatto un baffo di anni di approfondimenti, si è convenuto di arrendersi trovando una soluzione che dire al ribasso è niente. Altro che percorso eco-culturale o museale. L’integrazione espositiva si realizza tra la Gamec e un a nuova edificazione adiacente all’area dello scalo merci  ferroviario. Un Piano integrato di recupero ospiterà gli spazi espositivi senza che questi presentino alcun nesso logico con  i due contesti interessati.

Oggi l’argomento finisce in prima pagina su L’Eco di Bergamo per annunciare alla popolazione che non c’è nessuna novità, salve le brutte notizie già note. Si legge:  “E se il futuro è da studiare, il presente è lì davanti agli occhi: la Montelungo perde letteralmente i pezzi, la facciata dell’ex caserma si sgretola, i tetti sono in precarie condizioni.”

Dovevano studiare prima, ora è troppo tardi. Il compitino è stato volutamente sbagliato e ancora non si riesce a capire il motivo che ha spinto al percorso museale con via Rovelli. Altro che capitale della cultura!

Caserma Montelungo e Area ospedaliera: i numeri ballano.

la Montelungo varrebbe 2.500 euro a metro quadrato, l’area ospedaliera appena 580 euro a metro quadrato : è mai possibile?

ospedali riuniti di bergamo.jpgOggi su L’Eco di Bergamo si può leggere un ampio articolo sul futuro della Caserma Montelungo. Oltre a comunicarci una nuova delusione rispetto a quanto si prospettava in merito ( ne parleremo ancora) vengono riportati dei dati che fanno pensare che qualcosa non va.

Leggiamo questo passaggio (testuale):”Il Comune di soldi per acquisire e valorizzare l’ex caserma – come prevedeva il protocollo sottoscritto nel 2009 con il Demanio – non ne ha. «Nel 2009 le condizioni economiche erano ben altre, dopo complice la crisi è andata sempre peggio». E oggi i bilanci sono da lacrime e sangue e pensare «di comprarla è inimmaginabile». A rendere l’idea bastano due conti: la Montelungo costerebbe 2.500, 3.000 euro al metro quadrato. Moltiplicato il valore per i 15.000 metri quadrati complessivi fanno 37/45 milioni.”  Fine

Contemporaneamente, aggiungiamo noi, l’Area Ospedaliaera è stata messa in vendita per un importo di 76 milioni di euro, vale adire per circa 580 euro a metro quadrato. Appena  un quarto del valore dell’ex caserma. 

I conti non tornano, coma capita spesso a Bergamo. Quindi il Comune non può comprare la Montelungo perchè vale un tesoro. La regione può svendere l’area ospedliera perchè vale poco. Tragico destino per i bergamaschi.

Intervenga la Corte dei conti per fare chiarezza.

Bergamo: con il Pgt 4 milioni di metri cubi ma nessuno se ne ricorda.

RUSPA.jpgGiovedì sera presso il Centro La Porta si è tenuto un interessante incontro organizzato da Legambiente con la partecipazione di alcuni candidati al Consiglio Regionale della Lombardia.

Tra gli altri temi è stato affrontato quello relativo all’eccessiva edificazione sul territorio lombardo e quasi tutti si sono detti d’accordo nell’attribuire priorità alle ristrutturazioni bloccando le nuove edificazioni.

In proposito, non è stato detto che la Città di Bergamo si è dotata di recente di un Piano di Governo del Territorio che prevede otre quattro milioni (per la precisione ben 4.300.000) di metri cubi edificabili.

Non si sa se il mancato accenno a questo ingombrante problema sia frutto di non conoscenza. Resta il fatto che Il PGT di Bergamo è agli antipodi rispetto ai programmi proposti dalle forze politiche presenti, comprese quelle che quel PGT hanno approvato.

La verità priorità dovrebbe essere quella di mettere mano al PGT di Bergamo riducendo la dimensione esgerata e assurda delle previsioni edificatorie

Se la sentiranno i partiti locali di affrontare l’argomento in tempi brevi?

Allegato osservazioni generali presentate al PGT.

795507247.doc

Area ospedaliera e dignità della politica.

ospedali riuniti di bergamo.jpgSu alcune cose si può far finta di niente, ma altre sono difficili da digerire. Diversi aspiranti consiglieri regionali sostengono in questi giorni la revisione del progetto di cementificazione dell’area ospedaliera e, di conseguenza, la sospensione dell’asta pubblica per la vendita.

Ci sarebbe da scatenare l’applauso, se non fosse per un piccolo “però”. Il fatto è che questi politici appartengono a quei partiti che circa cinque anni fa hanno cancellato la previsione del Campus universitario per realizzare una privatizzazione di un’area pubblica di 140.000 metri quadri.

Da questo sito e dal comitato dei residenti di Santa Lucia sono partite ripetute raccomandazioni per rivedere il progetto che invece è stato difeso a spada tratta dagli amministratori di Bergamo e dalla regione Lombardia.

Ma l’aspetto più ridicolo è il seguente: La prima e ultima asta è datata settembre 2009. In tre anni e passa nessuno si è fatto vivo, anzi destra, sinistra e centro hanno confermato quel progetto odioso. Ora a quindici giorni dalle elezioni si chiede la sospensione dell’asta (bandita pochi giorni fa) per rivedere il progetto. Un’offesa al buon senso e all’intelligenza dei cittadini.

Una prassi che somiglia alle invenzioni elettorali del cavaliere e sanno molto, invece, di una presa per i fondelli. Un comportamento che induce a non votarli.

Il futuro degli spazi verdi urbani.

  • Con l’articolo 5 della legge n. 10/2013 regioni, province e comuni promuovono l’incremento degli spazi verdi con misure per la formazione del personale e l’elaborazione di capitolati per una migliore utilizzazione e manutenzione delle aree

Entrerà in vigore il 16 febbraio la legge “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani”, attesa da diversi anni. Nel dettaglio la legge prevede l’istituzione della Giornata nazionale degli alberi, il 21 novembre, al fine di  perseguire,  attraverso  la  valorizzazione dell’ambiente e del patrimonio arboreo e boschivo,  l’attuazione  del protocollo di Kyoto e le politiche di riduzione delle emissioni,  la  prevenzione del  dissesto  idrogeologico  e   la   protezione   del   suolo,   il miglioramento  della  qualità  dell’aria,  la  valorizzazione  delle tradizioni legate all’albero nella cultura italiana e la  vivibilità degli insediamenti urbani. Durante la Giornata dell’albero, il ministero dell’Ambiente promuoverà nelle scuole, insieme con i ministeri dell’Istruzione e delle Politiche agricole, iniziative per la conoscenza dell’ecosistema e dei boschi, il rispetto delle specie vegetali, l’educazione ambientale e civica. Le scuole, in collaborazione con i Comuni, le Regioni e il Corpo forestale, pianteranno alberi tipici locali in aree pubbliche.

 

L’articolo 2 della legge modifica alcune parti della legge 113/92 al fine di assicurare l’effettivo rispetto dell’obbligo, per  il comune di residenza, di porre a dimora un albero  per  ogni  neonato. Nei comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti per ogni neonato residente o bambino adottato, entro sei mesi deve essere piantato un albero. L’ufficio  anagrafico comunale  fornisce  informazioni  dettagliate  circa   la   tipologia dell’albero e il luogo dove l’albero e’ stato piantato  alla  persona che ha richiesto la registrazione anagrafica.  Il  comune  stabilisce una procedura di  messa  a  dimora  di  alberi  quale  contributo  al miglioramento urbano i cui oneri siano posti a carico  di  cittadini, imprese od associazioni per finalità celebrative o commemorative.

Ogni sindaco, alla scadenza dell’incarico, dovrà rendere pubblico il bilancio arboreo affinché i cittadini possano verificare l’impegno ”verde” del suo mandato. Il censimento riguarderà anche gli alberi ”monumentali” e storici della città: l’eventuale danneggiamento o abbattimento sarà punito, salvo che il fatto costituisca reato, con sanzioni dai 5.000 ai 100.000 euro.

 

Presso il Ministero dell’ambiente e della tutela del  territorio e del mare e’  istituito  un  Comitato  per  lo  sviluppo  del  verde pubblico, la cui composizione e le modalità di funzionamento saranno regolate con decreto del Ministero dell’ambiente. Le principali funzioni del Comitato sono: effettuare  azioni  di  monitoraggio  sull’attuazione   delle disposizioni della legge 29 gennaio 1992,  n.  113,  e  di  tutte  le vigenti disposizioni di legge con finalità di incremento  del  verde pubblico e privato; promuovere l’attività degli enti locali; proporre un piano nazionale che, d’intesa  con  la  Conferenza Unificata fissi i criteri e linee guida  per  la  realizzazione  di aree verdi permanenti intorno alle maggiori conurbazioni e di  filari alberati lungo le strade, per consentire un adeguamento dell’edilizia e delle infrastrutture pubbliche  e  scolastiche  che  garantisca  la riqualificazione degli edifici, anche   attraverso il rinverdimento delle pareti e dei lastrici  solari,  la  creazione  di giardini e orti e il miglioramento degli spazi; verificare le azioni poste  in  essere  dagli  enti  locali  a garanzia della sicurezza delle alberate stradali e dei singoli alberi posti a dimora  in  giardini e aree pubbliche e promuovere  tali attività per migliorare la tutela dei cittadini; predisporre una relazione, da trasmettere alle Camere entro il 30 maggio di ogni anno, recante i risultati  del  monitoraggio; promuovere gli interventi volti a favorire i giardini storici.

 

Le aree riservate al verde pubblico urbano e gli immobili di origine rurale, riservati alle attività collettive sociali e culturali di quartiere, con esclusione degli immobili ad uso scolastico e sportivo, ceduti al comune nell’ambito delle convenzioni e delle norme previste negli strumenti urbanistici attuativi, comunque denominati, possono essere concessi in gestione, per quanto concerne la manutenzione, con diritto di prelazione ai cittadini residenti nei comprensori oggetto delle suddette convenzioni e su cui insistono i suddetti beni o aree, mediante procedura di evidenza pubblica, in forma ristretta, senza pubblicazione del bando di gara

 

Una colata di cemento vi seppellirà.

di Paolo Berdini, Il Fatto Quotidiano

Otto metri quadrati di terreni vergini vengono ricoperti di cemento e asfalto ogni secondo. Ogni cinque mesi viene cementificata un’area pari a quella di Napoli; ogni anno una superficie uguale all’estensione di Milano e Firenze. Sono questi i dati impressionanti che l’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ha presentato ieri in un affollato e qualificatissimo convegno.

L’Ispra ha avuto lo straordinario merito di aver sistematizzato tutti gli studi e le ricerche che negli ultimi anni avevano riguardato il fenomeno e di aver ricostruito per la prima volta l’andamento del consumo di suolo in Italia dal 1956 al 2010. Cinquantatré anni fa era urbanizzato il 2,8% del territorio, contro la media europea del 2,3%. Al 2010 il consumo di suolo italiano è pari al 6,9% e manteniamo il triste record europeo. Nel 1956 la graduatoria delle regioni più cementificate vedeva la Liguria superare di poco la Lombardia con quasi il 5% di territorio “sigillato”, distaccando, Puglia a parte (4%), tutte le altre. Dopo mezzo secolo la situazione cambia:la Lombardia supera la soglia del 10%, ponendosi in testa alla classifica, seguita da Puglia, Veneto, Campania, Liguria, Lazio e Emilia Romagna, ma quasi tutte le altre (14 su 20) oltrepassano abbondantemente il 5% di consumo di suolo.

Il dato è ancor più impressionante se si pensa che il territorio italiano è morfologicamente tormentato, presenta vaste zone collinari e montagne dove è pressoché impossibile costruire e cementificare. Il consumo di suolo ha dunque aggredito le parti pianeggianti ed è ancora l’Ispra ad aver documentato che lungo la costa adriatica, quella ligure, quella romana e della conurbazione napoletana i valori di occupazione del suolo raggiungono valori anche superiori al 40%. Per la pianura padana compresa tra Bergamo e Venezia era già stato l’Istat due anni fa ad aver denunciato la esistenza di un gigantesca conurbazione a bassa densità che ha divorato milioni di ettari di campagna e non ha rispettato neppure i fiumi.

Ed ecco la prima conseguenza della follia italiana: con cadenza regolare le aree pianeggianti vengono investite da gigantesche ondate di acqua che non riesce più a defluire negli alvei fluviali. Alessandria, Genova, le Cinque terre,la Lunigiana, Vicenza e tanti altri tragici esempi, forniscono la misura dell’insensata strada che l’Italia ha intrapreso. Piangiamo centinaia di morti innocenti, di devastazioni urbane e paesaggistiche, di miliardi di euro di danni. Uno sviluppo cieco imposto dalla rendita fondiaria speculativa sta riducendo il nostro paese in una gigantesca colata di cemento.

La seconda conseguenza sta nel disordine urbano e nelle disfunzioni che verifichiamo nella vita di ogni giorno. Ci si muove a fatica nelle nostre città: stiamo diventando un paese immobile perché prigioniero del cemento. E perdiamo così preziose occasioni di lavoro in questi tempi di crisi. Ladelocalizzazione che nei decenni precedenti prediligeva i paesi più poveri, oggi riguarda la Svizzera o la Carinzia, dove chi investe trova aree funzionali, trasporti che funzionano, servizi tecnologici di avanguardia.

E mentre i paesi europei, Germania per prima, approvano regole che limitano l’espansione urbanistica, nel Veneto dove i capannoni industriali abbandonati rappresentano il 50% della “capannonia” costruita negli anni della crescita economica si sta ad esempio dando il via alla costruzione di 5 nuove “città del divertimento” che divoreranno altri 200 ettari di campagna. Tutte le città, piccole e grandi, continuano ad espandersi senza fine mentre aumentano le case vuote. Si costruisce per favorire gli investimenti della grande finanza internazionale, anche con le grandi opere inutili: dal Ponte sullo stretto, all’Alta velocità della Val di Susa, dal raddoppio dell’aeroporto di Fiumicino, alla folle corsa a costruire porti turistici che, come ad Imperia, nascondono il malaffare. L’Ispra ha compiuto dunque un atto di grande rilevanza: ha reso noti i dati nazionali e ha dato l’allarme su quanto potrebbe accadere se non blocchiamo per sempre l’espansione urbana.

Ma di questo, come noto, i tre maggiori contendenti (Pd, Monti e Pdl) non parlano in campagna elettorale. Il sistema Sesto San Giovanni, e cioè l’assoluta discrezionalità con cui si aumentano a piacere le volumetrie da realizzare è un comodo giocattolo che permette guadagni illeciti e consenso sociale.

Stop al consumo di suolo e Salviamo il paesaggio sono invece le due grandi spine nel fianco di questo sistema di potere cieco e insensibile al bene comune. E sarà la voce delle popolazioni che non ne possono più di vedere devastato il paesaggio italiano a invertire il corso degli eventi. Anche grazie al prezioso lavoro dell’Ispra.

 

Pianificare la sostenibilità contro il consumo di suolo.

 

Per migliorare la sostenibilità nel nostro territorio è necessario incentivare ristrutturazioni e sostituzioni edilizie, recuperare le aree dismesse, avere cura del patrimonio edilizio e rinforzare le identità locali

di Marco Barbero17 gen 2013 – ore 15:08

 

La ricostruzione post-bellica italiana, tra il ‘45 e il ‘70, è avvenuta in modo incontrollato a causa di una legge urbanistica che non imponeva ai Comuni di dotarsi di piani regolatori. Questo ha prodotto enorme consumo di suolo e dispersione urbana. Per limitare questo fenomeno e migliorare la sostenibilità nel nostro territorio è necessario incentivare ristrutturazioni e sostituzioni edilizie, recuperare le aree dismesse, avere cura del nostro patrimonio edilizio in un’ottica conservativa, ma soprattutto rinforzare le identità locali nell’ottica di generare centri autonomi e densi in termini di attività e servizi.

Punto di partenza per questa riflessione sono tre esperienze ripetibili da chiunque: la prima in una qualsiasi città italiana, la seconda in un’area della Lombardia, la terza durante un breve volo di linea verso il Nord Europa.

Se prendeste la vostra auto o la vostra bici, faceste un giro nelle aree periferiche di una città italiana e annotaste gli edifici abbandonati o in rovina, potreste riempire molte e molte pagine.

Se vi trovaste ad attraversare o sorvolare la Lombardia, in particolare l’intero quadrante a Nord-Ovest di Milano, notereste un’unica, sterminata città, con i contorni di ogni comune assolutamente irriconoscibili. I vuoti urbani paragonabili, in proporzione alla massa del costruito, a giardinetti pubblici. 

Se infine investiste circa 35 Euro ed una giornata del vostro tempo per prendere da Orio al Serio il volo per Francoforte Hahn, nell’ultima mezz’ora di viaggio, vedreste dal finestrino centri abitati compatti e distinti, con molta terra intorno.

Fatto? Bene. Avete visto tre fenomeni in una loro chiarissima esemplificazione. In Italia, a partire dagli anni ’60, si è assistito ad un continuo, crescente consumo di suolo. Da un lato vi sono gli insediamenti (prevalentemente industriali e commerciali) che dopo aver esaurito la propria funzione vengono abbandonati, generando degrado ed esternalità negative sulle aree circostanti; dall’altro lato villette unifamiliari e a schiera si sono diffuse sul territorio senza un criterio di pianificazione preciso che istituisca una distinzione chiara tra abitato e terra circostante, tra dove si può e non si può costruire. Questo fenomeno si chiama SPRAWL, diffusione, appunto.

E la vista durante il volo su Francoforte Hahn? Questi sono semplicemente i frutti di una pianificazione più attenta. Centri compatti, appunto, completi e pressoché autosufficienti, dotati di tutti i servizi necessari e ben collegati all’intorno.

Da tutto questo ho tratto alcune critiche propositive e costruttive alla politica urbanistica italiana, su cui potremmo fare qualche riflessione.

Premesso che la gestione del territorio è demandata principalmente a regioni ed enti locali, va detto che la legge nazionale urbanistica è la 1150 del 1942. Essa non ha stabilito i tempi entro cui i Comuni dovevano dotarsi di Piani Regolatori, anche per lasciare campo libero alla ricostruzione ed alla conseguente ripresa economica. Prodotto di questa politica è “il miracolo economico”, ma anche lo spaventoso consumo di suolo del nostro Paese, cui sarà posto un argine solo dopo la metà degli anni ’70. Le integrazioni successive, che pure cercavano di rappezzare i punti oscuri della legge, hanno solo ampliato a dismisura una giurisprudenza ad oggi caotica, nei cui gangli risulta molto difficile muoversi.

Come uscire da questa situazione?
 Serve agire a diversi livelli. A livello nazionale occorre varare una nuova legge urbanistica che uniformi le disposizioni locali, definisca in modo chiaro e univoco i parametri e renda strutturale il principio della limitazione del consumo di suolo, in un’ottica di sostenibilità.

Si dovrebbe ad esempio tagliare la pressione fiscale sul reddito potenziale (l’attuale IMU sui terreni edificabili), che induce i proprietari a rendere disponibili terreni troppo costosi da mantenere dal punto di vista fiscale. Meglio sarebbe tassare i patrimoni edilizi stanziali, ovvero non in locazione né in vendita. In questo modo si incentiverebbe maggiore mobilità del mercato immobiliare, facendo scendere i prezzi e diminuendo la redditività delle operazioni speculative. Questo aumenterebbe certamente la qualità del patrimonio edilizio, spostando il peso del settore sulle ristrutturazioni ed incentivando politiche di recupero, piuttosto che l’attuale sterminata produzione di edifici che restano, in molti casi, invenduti.

Ancora, sarebbe necessario rimodulare le fonti di approvvigionamento economico dei Comuni: oggi molta parte del flusso di cassa in ingresso alle amministrazioni dipende dall’incasso degli oneri di urbanizzazione. Questo genera interesse da parte del Comune a favorire, anziché limitare, il consumo di suolo, oltre a rendere molto allettanti i progetti speculativi che massimizzano lo sfruttamento del terreno e dunque la produzione di oneri. Questa dinamica va ribaltata.

Sono infine da potenziare, come già indicato della Comunità Europea, le politiche disgravio fiscale sulle opere di ristrutturazione del patrimonio edilizio.

Questi sono solo alcuni esempi di ciò che lo Stato deve fare, ma c’è un cambiamento culturale che la politica dovrebbe agevolare: per rendere sostenibili le nostre città dobbiamo renderle più forti in termini di identità economica e territoriale, ancorché inserite in un tessuto nazionale e internazionale. In altre parole, rinforzarne la dimensione locale perché non solo i prodotti, ma anche i servizi ed il lavoro, rientrino in una logica sostenibile di “km 0”.

E il singolo cittadino sensibile a questi temi che cosa può fare?

Certamente quanto suggerito nell’articolo pubblicato recentemente: prendersi cura del proprio patrimonio immobiliare. Ristrutturare, approfittando di tutti i benefici, anche economici e fiscali, di simili operazioni. Ma soprattutto parlare, scambiare informazioni e commenti, chiedere conto di questi problemi ai propri tecnici di fiducia, ma anche alle proprie amministrazioni comunali per verificare come vengano trattati nelle politiche urbanistiche locali, interessarsi al proprio territorio perché è come interessarsi di casa nostra.

Marco Barbero – Coffee Architects
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