Bergamo, sempre più preciso il profilo politico dell’Amministrazione.

Bergamo, sempre, più preciso, profilo politico, amministrazione.Che delusione! Venerdì sera l’assessore all’urbanistica del Comune di Bergamo ha sprecato l’opportunità di recuperare un minimo rapporto con i cittadini e le associazioni operanti sul territorio. Invece ha portato la notizia dell’insediamento a Palazzo Frizzoni di un gruppo di lavoro con l’associazione dei costruttori e l’ordne degli architetti, tacendo rispetto alle proposte di un tavolo di progettazione partecipata emerse dall’assemblea pubblica sul Futuro dell’Area dei Riuniti.

Una scelta legittima quella del gruppo di lavoro con architetti e costruttori, ma che delinea il profilo politico di questa amministrazione. Un tratto distintivo emerso già nel 2009, a pochi mesi dall’insediamento, quando si accettò l’osservazione di un professionista di creare un “tipo di area verde nel PGT definito V9”. In pratica, cosa mai  consentita nei precedenti piani regolatori, si autorizzava la costruzione di destinazioni sportive, ma anche la costruzione di grandi strutture commerciali su aree verdi. Una contraddizione stridente che, ripeto, non ha precedenti nella storia recente e passata dell’urbanistica bergamasca.

Di fronte a tutto questo i cittadini devono reagire. Ci hanno scippato il Parco Agricolo, e ora si prospetta un destino inglorioso per l’area dei Riuniti, una delle aree più prestigiose del territorio bergamasco.

Sentenza storica del Consiglio di Stato blocca cementificazione in Brianza.

da ” salviamoilpaesaggio.it  Legambiente Lombardia segnala questa importante decisione: la rete ecologica regionale è una vera e propria infrastruttura strategica e prioritaria. Un polo produttivo già in costruzione ad Usmate Velate sarà fermato.

Pubblichiamo un comunicato stampa di Legambiente Lombardia

Il nuovo insediamento produttivo a Usmate Velate bocciato in modo inappellabile.  Legambiente: “Ora si compensi il danno fatto”

La Provincia di Monza e Brianza si è vista riconoscere il proprio buon diritto di tutelare il territorio da previsioni urbanistiche di quei comuni che consumano il poco suolo ancora libero da edifici e infrastrutture. E’ questo l’esito della sentenza pronunciata nei giorni scorsi dal Consiglio di Stato, che stabilisce finalmente un principio che appare quasi rivoluzionario: in pratica il giudice amministrativo ha stabilito che la rete ecologica regionale è una vera e propria infrastruttura strategica e prioritaria, tanto quanto lo sono ferrovie e autostrade, e quindi a nessuno è concesso di interromperla con nuove urbanizzazioni. La rete ecologica è il sistema delle connessioni territoriali fatte di spazi aperti che, secondo il Pianto Territoriale Regionale, deve essere salvaguardato per impedire la frammentazione e l’isolamento dei residui ambienti naturali.

La Provincia brianzola si era opposta alla realizzazione di un vasto insediamento produttivo approvato attraverso lo Sportello Unico per le Attività Produttive (SUAP) del comune di Usmate Velate, ma il tribunale amministrativo regionale, in prima battuta, aveva dato ragione al comune. Dopo la sentenza del TAR, nell’area posta a confine tra i comuni di Usmate e Vimercate, erano partiti i cantieri per la realizzazione del polo produttivo, oggi quasi completato e prossimo all’avvio delle attività.

Ma con la sentenza del Consiglio di Stato l’intera operazione entra in un limbo difficilmente districabile. Il giudice, di fatto, ha annullato tutti gli atti autorizzativi dell’intervento edilizio, che ora si configura come un gigantesco e inservibile abuso.

A essere a rischio sono pertanto anche i posti di lavoro che l’attività industriale avrebbe dovuto assicurare, dal momento che la soluzione della vicenda non si prospetta per nulla semplice né scontata.

Condividiamo ogni virgola della sentenza, che chiarisce, una volta per tutte, che il territorio non può essere consumato per inseguire profitti e interessi di tipo speculativo – dichiara Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia-. Bene ha fatto la provincia brianzola a far valere principi che troppo spesso vengono messi in discussione. Auspichiamo che si trovi una via di uscita positiva che salvaguardi ambiente e lavoro, ma deve essere chiaro che non potrà essere a costo zero: chiediamo che da parte di tutti si lavori con trasparenza a un accordo che garantisca una congrua compensazione paesaggistica e ambientale del consumo di suolo”.

Riuniti, inutile ridurre il prezzo, l’area va divisa.

«Riuniti, inutile ridurre 
il prezzo , l’area va divisa»

Le difficoltà della vendita del vecchio ospedale viste con l’occhio dell’agente immobiliare specializzato. Rizzetti: il mercato è paralizzato

 

L'area degli ospedali RiunitiL’area degli ospedali Riuniti

Corriere, it «In questo momento, al di là del livello del prezzo, non c’è operatore che abbia voglia di mettersi a costruire nuove case in una città in cui siamo sommersi dall’invenduto». Enrico Rizzetti, da quasi 25 anni titolare di una agenzia immobiliare specializzata in immobili di prestigio, non è sorpreso dal flop del tentativo di vendita dell’area degli ex Ospedali Riuniti.

 

Era scontato che l’asta andasse deserta? 
«Sì, ci sono tanti, troppi, immobili vuoti. E poi c’è un vero e proprio terrore verso l’acquisto della casa. Stiamo vivendo una fase psicologicamente molto difficile».

Infatti, non è servito nemmeno far scendere il prezzo da 95 a 76 milioni di euro. 
«Parliamoci chiaro: anche mettendo una base d’asta di 50 milioni non cambierebbe nulla. Se non cambia il sistema sarà difficile vendere quell’area».

E se l’area fosse suddivisa in lotti, come ha proposto qualcuno? 
«Potrebbe aiutare perché certamente allargherebbe la platea dei possibili acquirenti. Sulla carta è un’idea valida, ma immagino che si debbano fare anche altre considerazioni di carattere politico e urbanistico che non mi competono».

C’è chi mette in discussione proprio le scelte urbanistiche adottate per l’area degli ex Riuniti. Lei cosa vedrebbe bene? 
«C’è gente molto più esperta di me per queste valutazioni. Un intervento pubblico, come è stato ventilato per l’Università, sarebbe senz’altro utile. Ma il discorso non può essere teorico, deve stare in piedi in base al classico rapporto costi-benefici».

E dire che il vecchio ospedale si trova in una zona di grande pregio. 
«È uno dei quartieri più belli della città. Ma qui ci vogliono soggetti che facciano prima un’operazione finanziaria e poi, in tempi migliori, la vera e propria operazione immobiliare. Un po’ come potrebbe avvenire per la sede dell’Accademia della Guardia di Finanza».

Lei ne sta curando la vendita. 
«Si stanno muovendo due cordate, una bergamasca e una milanese. Entro l’anno la cessione verrà formalizzata. Fino al 2022 la proprietà incasserà l’affitto, poi deciderà il da farsi. E si potrebbe prospettare, a quel punto, un intervento come quello in corso all’ex Enel».

Lei sta curando la vendita anche del complesso degli uffici statali di largo Belotti. Anche in questo caso ci sono degli interessi? 
«Sì, per le stesse ragioni. L’inquilino è solvibile e sicuro (l’agenzia del Demanio). Per un fondo immobiliare questo tipo di immobili sono appetibili, anche perché i prezzi sono molto allettanti. Si parla di 2 mila euro al metro quadrato…».

Sono in molti a sostenere che è il momento giusto per fare un affare. Perché, allora, è tutto fermo? 
«È vero, questo è il momento storico migliore per acquistare. Ma, lo ripeto, servono interventi per rimettere in moto il settore: togliere l’Imu, allargare le maglie per la concessione dei finanziamenti, un allentamento della morsa fiscale. Altrimenti, rimarrà tutto fermo».

Cesare Zapperi15 maggio 2013 | 9:48© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non esistono “diritti edificatori” né “vocazioni edificatorie” di suoli non ancora edificati.

E’ confermato: non esistono “diritti edificatori” né “vocazioni edificatorie” di suoli non ancora edificati

di EDOARDO SALZANO   18 Febbraio 2013
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Una recente sentenza del Consiglio di stato  (6656/2012) che riprendiamo dalla rivista online Lexambiente, ribadisce interpretazioni delle leggi vigenti, ignorando le quali tecnici e amministratori incompetenti, hanno contribuito al pesante e ingiustificato consumo di suolo

In un comune salentino, Monteroni di Lecce, il comune aveva approvato un nuovo Prg che destinava a verde privato un’area destinata dai precedenti strumenti di pianificazione a zona di completamento. Il proprietario ha ricorso al Tar chiedendo l’annullamento degli atti e il ripristino della precedente destinazione. Il Tar ha rigettato il ricorso e il proprietario si è appellato allora al Consiglio di Stato . Quest’ultimo ha confermato la sentenza del Tar con motivazioni interessanti per il loro carattere generale. Abbiamo notizia della sentenza dalla bella rivista online di Luca Ramacci, Lex ambiente, dalla quale riprendiamo di seguito sia il commento (firmato F. Albanese) che il testo integrale della sentenza.

Agli argomenti di valutazione positiva della sentenza espressi da Albanese vogliamo aggiungerne due.

1  – Il Consiglio di stato afferma ( paragrafo 5.1) che la nozione di naturale vocazione edificatoria postula la preesistenza di una edificabilità di fatto, cioè può essere attribuita solo a un terreno già edificato. ed è quindi concetto impiegato propriamente nelle sole vicende espropriative, stante la sottoposizione di ogni attività edilizia alle scelte pianificatorie dell’amministrazione Non ha quindi alcun senso parlare di “vocazione edificatoria” di un suolo riferendosi a precedenti previsioni urbanistiche legittimamente modificate, e nemmeno a situazioni di fatto diverse dalla già avvenuta edificazione.

Possiamo dunque ritenere ulteriormente confermate le conclusioni alle quali eravamo da tempo arrivati sulla base dell’analisi della giurisprudenza: non esiste alcun fondamento giuridico sulla cui base il proprietario di un terreno possa rivendicare un “diritto edificatorio”, o un malaccorto urbanista o amministratore possa motivare la decisione di rendere edificabili aree che attualmente non lo sono. 

2 – La sentenza afferma ( paragrafo 2.1) che « l’urbanistica e il correlativo esercizio del potere di pianificazione, non possono essere intesi, sul piano giuridico, solo come un coordinamento delle potenzialità edificatorie connesse al diritto di proprietà, ma devono essere ricostruiti come intervento degli enti esponenziali sul proprio territorio, in funzione dello sviluppo complessivo e armonico del medesimo; uno sviluppo che tenga conto sia delle potenzialità edificatorie dei suoli, non in astratto, ma in relazione alle effettive esigenze di abitazione della comunità ed alle concrete vocazioni dei luoghi, sia dei valori ambientali e paesaggistici, delle esigenze di tutela della salute e quindi della vita salubre degli abitanti, delle esigenze economico-sociali della comunità radicata sul territorio, sia, in definitiva, del modello di sviluppo che s’intende imprimere ai luoghi stessi, in considerazione della loro storia, tradizione, ubicazione e di una riflessione de futuro sulla propria stessa essenza, svolta per autorappresentazione ed autodeterminazione dalla comunità medesima». E’ esattamente il modo di vedere la pianificazione urbanistica che eddyburg sostiene e promuove.

Consiglio di Stato, Sez. IV n. 6656, del 21 dicembre 2012.
Urbanistica. Pianificazione urbanistica e tutela ambientale ed ecologica.


All’interno della pianificazione urbanistica possano trovare spazio anche esigenze di tutela ambientale ed ecologica, tra le quali spicca la necessità di evitare l’ulteriore edificazione e di mantenere un equilibrato rapporto tra aree edificate e spazi liberi. Infatti, l’urbanistica e il correlativo esercizio del potere di pianificazione, non possono essere intesi, sul piano giuridico, solo come un coordinamento delle potenzialità edificatorie connesse al diritto di proprietà, ma devono essere ricostruiti come intervento degli enti esponenziali sul proprio territorio, in funzione dello sviluppo complessivo e armonico del medesimo; uno sviluppo che tenga conto sia delle potenzialità edificatorie dei suoli, non in astratto, ma in relazione alle effettive esigenze di abitazione della comunità ed alle concrete vocazioni dei luoghi, sia dei valori ambientali e paesaggistici, delle esigenze di tutela della salute e quindi della vita salubre degli abitanti, delle esigenze economico-sociali della comunità radicata sul territorio, sia, in definitiva, del modello di sviluppo che s’intende imprimere ai luoghi stessi, in considerazione della loro storia, tradizione, ubicazione e di una riflessione di futuro sulla propria stessa essenza, svolta per autorappresentazione ed autodeterminazione dalla comunità medesima, con le decisioni dei propri organi elettivi e, prima ancora, con la partecipazione dei cittadini al procedimento pianificatorio. (Segnalazione e massima a cura di F. Albanese)

Il Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) ha pronunciato la presente sentenza sul ricorso in appello n. 10252 del 2005, proposto da
Corrado Carriero, […] 

FATTO 

Con ricorso iscritto al n. 10252 del 2005, Corrado Carriero propone appello avverso la sentenza del Tribunale amministrativo regionale per la Puglia, sezione staccata di Lecce, sezione prima, n. 4374 del 28 settembre 2005, con la quale è stato respinto il ricorso proposto contro il Comune di Monteroni di Lecce e la Regione Puglia per l’annullamento di tutti gli atti del procedimento di formazione del PRG del Comune di Monteroni di Lecce ed in particolare: della delibera del C.C.di Monteroni di Lecce n.54 del 13.02.89; della delibera del C.C. di Monteroni di Lecce n.80 del 11.10.1996; della delibera della G.R. Puglia n. 1643 del 7.12.1999 di approvazione del piano con prescrizioni e modifiche; della delibera del C.C. di Monteroni di Lecce n. 51 del 4.8.2000 di recepimento e controdeduzioni in ordine alle prescrizioni e modifiche regionali; della delibera G.R. Pugliese n. 529 del 10.05.2001 di approvazione definitiva del PRG di Monteroni di Lecce; di ogni altro atto comunque presupposto, connesso e consequenziale. 

Dinanzi al giudice di prime cure, il ricorrente, proprietario di un terreno nel Comune di Monteroni di Lecce, su cui insiste un fabbricato ad uso residenziale, sito alla Via Isonzo, distinto in catasto al fg. 7/A part. 468-467-1036, esponeva: 
– che la suddetta area era tipizzata nel vecchio P.d.F. come zona “B” – I circoscrizione, destinata a edilizia residenziale, con le seguenti prescrizioni: altezza massima degli edifici pari a una volta la larghezza stradale; numero massimo dei piani:2;
– che nel PPA, approvato con delibera C.C. n. 95 del 1.8.1985 e prorogato con delibera C.C. n. 28 del 30.1.1989, l’area veniva definita “Zona di completamento”;
– che il C.C. di Monteroni, con la delibera di intenti del 13.2.1989 n. 54, avviava il procedimento di formazione del PRG, cui seguiva in data 11.10.1996 la delibera di adozione del PRG;
– che la G.R. Puglia con delibera n. 1643 del 7.12.1999 approvava il piano con prescrizioni e modifiche;
– che con delibera n.51 del 4.8.2000 il C.C. di Monteroni recepiva e controdeduceva alle prescrizioni e modifiche regionali;
– che con delibera n. 529 del 10.05.2001 la G.R. Pugliese approvava in via definitiva il PRGPRG di Monteroni;
– che nel nuovo PRG l’area di proprietà del ricorrente risultava classificata come zona a verde privato (VP), disciplinata dall’art 2.15/H della N.T.A., che consente attività primarie di tipo agricolo, la sistemazione di verde attrezzato, interventi manutentivi e di ristrutturazione dell’edificato esistente, di tipo conservativo.

Il ricorrente impugnava gli atti di cui in epigrafe, chiedendone l’annullamento, per i seguenti motivi di diritto: 

1) Eccesso di potere, violazione del principio della tendenziale stabilità delle previsioni urbanistiche.Violazione del principio di ponderazione degli interessi privati da sacrificare in relazione all’interesse pubblico perseguito. Carenza motivazionale: la nuova destinazione rende di fatto l’area inedificabile, senza alcuna specifica motivazione sulla scelta così penalizzante per il ricorrente;

2) Eccesso di potere per contraddittorietà. Carenza istruttoria sotto altro profilo, essendo la destinazione definitiva in contrasto con la delibera di intenti, in cui si prevede la conservazione dei contenuti del P.P.A. 

3)Violazione dell’art 2 D.M. 1444/68, presentando l’area una vocazione edificatoria. 

4) Violazione dell’art 2 D.M. n. 1444/1968 sotto altro profilo. Violazione dei criteri della delibera di G.R. n. 6320 del 13.11.1989. Violazione del principio di tipicità degli atti ammnistrativi: la destinazione impressa non rientra tra le destinazioni previste dal D.M. n. 1444/68; 

5) Eccesso di potere per perplessità, irrazionalità ed illogicità. Carenza motivazionale sotto altro profilo. Sviamento dalla causa tipica. l’Amministrazione ha erroneamente inserito una zona agricola all’interno dell’abitato di Monteroni, qualificando senza una adeguata istruttoria l’immobile del ricorrente come “edificio con caratteristiche architettoniche di particolare interesse”. 

Costituitosi in giudizio il Comune di Monteroni di Lecce, il ricorso veniva deciso con la sentenza appellata. In essa, il T.A.R. riteneva infondate le censure proposte, sottolineando la correttezza dell’operato della pubblica amministrazione, in relazione all’inesistenza di posizioni tutelabili particolarmente qualificate in capo al ricorrente ed alla conseguente correttezza dell’azione amministrativa, in rapporto ai criteri di giudizio concretamente applicabili. 

Contestando le statuizioni del primo giudice, la parte appellante evidenzia l’errata ricostruzione in fatto ed in diritto operata dal giudice di prime cure, riproponendo in appello le proprie ragioni. 

Alla pubblica udienza del 23 ottobre 2012, il ricorso è stato discusso e assunto in decisione. 

DIRITTO 

1. – L’appello non è fondato e va respinto per i motivi di seguito precisati. 

2. – Con il primo motivo di diritto, rubricato in tre distinti sottopunti, l’appellante lamenta l’erroneità della sentenza del T.A.R. in relazione: alla mancata pronuncia sulla prima censura nel ricorso introduttivo, dove si è sindacata l’irrazionalità della destinazione impressa alle aree di proprietà dell’appellante, non avendo il TAR valutato come tale imposizione di fatto venisse a precludere qualsiasi utilizzo edificatorio dell’area; all’irragionevolezza ed atipicità della qualificazione come zona destinata “a verde privato” come “sottospecie della zona agricola”, in contrasto con i criteri generali valevoli per la redazione del piano e con la riserva di legge sui limiti apponibili alla proprietà privata; alla non configurabilità di una normale zonizzazione riguardante un’area, stante la carenza delle caratteristiche proprie di tale tipologia di area. 

2.1. – Le doglianze non possono essere condivise. 

Occorre osservare come il giudice di prime cure abbia fatto precedere la disamina dei singoli punti di doglianza con una premessa teorica di carattere generale. 

In particolare, con un esame del tutto in linea con i principi e i criteri seguiti dalla giurisprudenza, ha evidenziato come le scelte urbanistiche costituiscano apprezzamenti di merito, e quindi sottratte al sindacato di legittimità con l’eccezione di quelle inficiate da errori di fatto o da incongruità argomentativa. Sulla scorta di tale premessa, va condivisa l’affermazione per cui le scelte sulla destinazione di singole aree sono congruamente motivate facendo riferimento alle ragioni evincibili dai criteri generali seguiti nell’impostazione del piano regolatore, ossia emergenti dalla relazione illustrativa del piano. Al contrario, la necessità di altri e più incisivi profili motivazionali può essere rinvenuta solo nei casi in cui preesistano particolari situazioni che abbiano creato aspettative o affidamenti, e che quindi, stante l’esistenza di posizioni soggettive meritevoli di specifica considerazione, debbano ricevere una più compiuta valutazione. Tuttavia, tali situazioni, lungi dall’essere riscontrabili in qualsiasi situazione peggiorativa, hanno il loro referente in situazioni oramai tipizzate dalla interpretazione giurisprudenziale (si pensi al superamento degli standards urbanistici minimi, alla lesione dell’affidamento qualificato del privato in rapporto a precedenti convenzioni di lottizzazione, agli accordi di diritto privato intercorsi tra il Comune e i proprietari delle aree, alle conseguenze da giudicati di annullamento di dinieghi di concessione edilizia o di silenzio rifiuto su una domanda di concessione, da ultimo, Consiglio di Stato, sez. IV, 11 settembre 2012 n. 4806). 

Sulla base di tale ricostruzione, e sulla non contestata affermazione che nel caso in esame non ricorre nessuna di tali ipotesi, il T.A.R. ha potuto ravvisare in capo al ricorrente unicamente una generica aspettativa ad una non reformatio in peius, tale da non giustificare né una particolare tutela, né un obbligo di più puntuale motivazione. La conclusione di tale iter argomentativo è stata quindi nel senso di non poter spingere il proprio sindacato fino al merito delle scelte urbanistiche operate, che rientrano nell’ambito della discrezionalità degli organi preposti all’adozione e approvazione del piano. 

Deve pertanto evidenziarsi che, al contrario di quanto dedotto in appello, il T.A.R. abbia correttamente spiegato le ragioni per cui non ha valutato i profili d’irrazionalità censurati, atteso che gli stessi o ricadono in un ambito sottratto alla disamina giurisprudenziale oppure, come si vedrà in seguito, ricadono in altri aspetti di doglianza, partitamente esaminati. 

Conseguentemente, non può dirsi immotivata la scelta di procedere ad una classificazione dell’area a “verde privato”, stante l’inesistenza di una posizione particolarmente qualificata a non subire destinazioni peggiorative. Deve condividersi l’assunto del primo giudice che, sulla base del principio generale, ha applicato la stessa tecnica di giudizio anche al caso in specie, atteso che il passaggio dalla destinazione edificatoria, prevista dal previgente piano, a quella di tipo agricolo all’interno di una più ampia zona omogenea con carattere edificabile altro non è che un’applicazione in concreto di quanto sopra evidenziato; né la circostanza dedotta è tale da fare mutare la ratio applicativa sottostante. 

Anche in questo caso, infatti, la destinazione a verde privato non richiede motivazione specifica. E, infatti, opportunamente deve farsi ricorso a quella giurisprudenza che ha evidenziato come all’interno della pianificazione urbanistica possano trovare spazio anche esigenze di tutela ambientale ed ecologica, tra le quali spicca proprio la necessità di evitare l’ulteriore edificazione e di mantenere un equilibrato rapporto tra aree edificate e spazi liberi. Infatti, l’urbanistica e il correlativo esercizio del potere di pianificazione, non possono essere intesi, sul piano giuridico, solo come un coordinamento delle potenzialità edificatorie connesse al diritto di proprietà, ma devono essere ricostruiti come intervento degli enti esponenziali sul proprio territorio, in funzione dello sviluppo complessivo e armonico del medesimo; uno sviluppo che tenga conto sia delle potenzialità edificatorie dei suoli, non in astratto, ma in relazione alle effettive esigenze di abitazione della comunità ed alle concrete vocazioni dei luoghi, sia dei valori ambientali e paesaggistici, delle esigenze di tutela della salute e quindi della vita salubre degli abitanti, delle esigenze economico-sociali della comunità radicata sul territorio, sia, in definitiva, del modello di sviluppo che s’intende imprimere ai luoghi stessi, in considerazione della loro storia, tradizione, ubicazione e di una riflessione de futuro sulla propria stessa essenza, svolta per autorappresentazione ed autodeterminazione dalla comunità medesima, con le decisioni dei propri organi elettivi e, prima ancora, con la partecipazione dei cittadini al procedimento pianificatorio (da ultimo, Consiglio di Stato, sez. IV, 10 maggio 2012 n. 2710). 

Non è dato quindi riscontrare alcuna tipizzazione abnorme o extra ordinem nella vicenda de qua, atteso che il verde privato viene a svolgere una funzione di riequilibrio del tessuto edificatorio, del tutto compresa nelle potestà pianificatorie dell’ente comunale, come peraltro precisamente motivato nella relazione illustrativa, dove si fa riferimento all’intento di “ritrovare un equilibrio nuovo dotando il centro esistente delle infrastrutture e delle aree per verde e servizi necessari”. 

Proprio la funzione svolta rende corretta la risposta data dal giudice di prime cure, il quale ha inquadrato la destinazione a verde privato in un’ottica più comprensiva, utilizzabile anche al fine di salvaguardare precisi equilibri dell’assetto territoriale. 

Conseguentemente, va respinto anche il terzo profilo del motivo, stante la rilevanza funzionale della destinazione di zona a verde privato. 

3. – Con il secondo motivo di diritto, viene gravata la censura sub B) del primo motivo di diritto, sollevata in tema di carenza motivazionale sulla scelta di tipizzazione peggiorativa nei confronti dell’area, evidenziando come le ragioni addotte mostrino una ostilità verso il ricorrente e una parzialità, non avendo considerato la posizione interclusa del fondo. 

3.1. – La doglianza non ha pregio. 

Come sopra evidenziato, la situazione del fondo escludeva la necessità di una motivazione di particolare puntualità. Né peraltro pare condivisibile la lettura della detta area come lotto intercluso, attesa la funzione eccezionale di tale concetto (da ultimo, Consiglio di Stato, sez. IV, 10 giugno 2010 n. 3699 e tale quindi da escludere l’estensione analogica della sua applicazione) e la tipologia dell’area (che, affacciando su due diverse strade, non pare riconducibile a tale ambito). In ogni caso, va ricordato come la nozione di “lotto intercluso” abbia una sua valenza quando non si rinvenga spazio giuridico per un’ulteriore pianificazione, mentre non è applicabile nei casi, come quello in esame, di zone solo parzialmente urbanizzate, esposte al rischio di compromissione di valori urbanistici, nelle quali la pianificazione può ancora conseguire l’effetto di correggere e compensare il disordine edificativo in atto (Consiglio di Stato, sez. V, 1 dicembre 2003, n. 7799). 

La particolare posizione, come evidenziata dalla parte appellante, non rientra quindi, come si ripete, tra quelle a cui la giurisprudenza connette una situazione di particolare affidamento, per cui le ragioni sopra esposte e la considerazione di una avvenuta corretta giustificazione delle scelte addotte possono essere pienamente richiamate. 

4. – Con il terzo motivo di diritto, si lamenta la mancata considerazione della fissazione dei criteri di formazione e indirizzo del piano, dati con delibera n. 54 del 13 febbraio 1989, con particolare riguardo alla necessità di ricucire il tessuto urbano esistente attraverso il recupero degli spazi destinabili a servizi, criterio leso dalla tipizzazione a verde dell’area. La detta ragione di doglianza trova poi adeguata precisazione nel quarto motivo di ricorso (pag. 11 dell’appello e tuttavia rubricato con il n. 3), dove viene censurata la mancata considerazione della destinazione di area come zona di completamento, secondo quanto previsto nel vecchio PPA del Comune, nonostante che i criteri generali prevedessero la conservazione di tali prescrizioni per il restante periodo di validità. 

4.1. – La doglianza non può essere condivisa. 

La contraddittorietà evidenziata, in rapporto a due diversi criteri generali, non è evincibile dalla lettura degli atti. Va, infatti, ribadito come la delibera di intenti contenga, tra gli obiettivi generali, proprio quello “di ricucire il tessuto urbano esistente, recuperando tutti i possibili spazi da destinare a servizi, con priorità per il verde”, nonché “di salvaguardare il patrimonio edilizio privato di carattere ambientale e artistico”. La scelta pianificatoria appare quindi del tutto coerente con le priorità fissate.

5. – Con il quinto motivo (pag. 13 dell’appello e tuttavia rubricato con il n. 4) si censura la mancata considerazione della naturale vocazione edificatoria delle aree in questione, in quanto aventi le caratteristiche di cui alle zone B di cui all’art. 2 del D.M. n. 1444 del 1968. 

5.1. – La doglianza non ha pregio dogmatico. 

In disparte la contestabilità dell’impiego in questa sede della nozione di naturale vocazione edificatoria (che postula la preesistenza di una edificabilità di fatto ed è quindi concetto impiegato propriamente nelle sole vicende espropriative), stante la sottoposizione di ogni attività edilizia alle scelte pianificatorie dell’amministrazione, occorre rilevare come le caratteristiche dell’area risultino del tutto chiare nella relazione illustrativa, dove si evidenziano le caratteristiche dell’area in rapporto alle costruzioni esistenti. 

6. – L’appello va quindi respinto. Nulla per le spese. 

[…] 

L’on. Misiani e l’area dei Riuniti.

ospedali riuniti di bergamo.jpgHo grande stima nei confronti dell’onorevole Antonio Misiani, ma questo non mi impedisce di muovere alcune critiche ad un suo comunicato recente in merito al futuro dell’area dei Riuniti di Bergamo.

Il parlamentare bergamasco si preoccupa di precisare: a) che, dopo il fallimento dell’asta occorre trovare un soluzione senza ricorrere, comunque a una divisione in lotti “Ora è necessario che le Istituzioni pubbliche (in primis il Comune e la Regione) definiscano e condividano una strategia di uscita – possibilmente diversa dalla vendita a lotti – da una situazione di stallo insostenibile”. ; b)”Vanno inoltre riannodati i fili del dialogo con la cittadinanza, che ha il sacrosanto diritto di ricevere una spiegazione di quanto è avvenuto e di discutere in modo aperto e trasparente sulle prospettive future”

In merito al primo punto, Misiani conferma la linea che ha portato all’attuale  disastro progettuale e patrimoniale.

Sul secondo punto, sono sette anni che i cittadini chiedono che sia loro riconosciuto il ” sacrosanto diritto” di essere ascoltati in merito alle scelte del Comune e della Regione. Meglio avrebbe fatto Misiani ad intervenire sui colleghi di partito e di coalizione quando hanno adottato quelle decisioni. I fili del dialogo non si possono “riannodare” per il semplice motivo che non stati mai “annodati”.

Ormai nella politica italiana  è prassi che dopo i disastri si lamentano per primi quelli che quei disastri hanno causato.

lu.na















Area ex ospedale: La lezione viene da Modena.

Modena apre «Il cantiere della cultura» nell’ex ospedale di Sant’Agostino
Modena
Modena apre « Fino al 23 giugno la mostra per il nuovo centro civico, ultimo progetto di Gae Aulenti

È aperta dal 20 aprile la mostra del progetto di Gae Aulenti per l’ex ospedale settecentesco di Sant’Agostino. La mostra espone uno tra gli ultimi progetti a cui ha lavorato l’architetta scomparsa il 31 ottobre scorso, in associazione con il Consorzio Leonardo di Modena e lo Studio associato architetti Doglioni-Daminato di Feltre. 
Alla fine di quest’anno è previsto l’inizio dei lavori del nuovo centro culturale, da 23.000 mq e 60 milioni di euro, che dovrebbero concludersi entro fine 2017. 
Finanziato dal Ministero dei Beni culturali, dal Comune di Modena e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, il progetto intende recuperare l’ospedale per ospitare il Centro per la Fotografia e l’Immagine con la Scuola di Fotografia, il Centro Linguistico e per l’Internazionalizzazione dell’Università, un polo espositivo per mostre d’arte, una biblioteca, un auditorium, bar, negozi e residenze.
Sono inoltre previste la copertura del Gran Cortile e la costruzione di due torri meccanizzate, dette «Lame librarie», dove troveranno posto gli oltre 800.000 volumi delle biblioteche Estense e Poletti.
Fonte: http://www.ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2013/4/116200.html

Commento: con questa notizia la “Bergamo capitale della Cultura” fa morire dal ridere.

clear

Area dei Riuniti: la lista Bruni difende le aree pubbliche residuali e irrilevanti

ospedali riuniti di bergamo.jpgRiportiamo il commento della lista Bruni in merito all’asta dei Riuniti andata deserta:

“Il gruppo consiliare del Partito democratico scongiura il frazionamento, così come  i colleghi della lista Bruni che “mettono in chiaro la loro contrarietà rispetto a soluzioni come la frammentazione e la vendita per lotti, scorciatoie pericolose che rischiano di azzerare le ricadute pubbliche della possibile riconversione dell’area. In attesa di un futuro auspicabile ancora da definire, servono idee e soluzioni a basso costo, anche temporanee, in grado di scongiurare il degrado e l’abbandono dell’’area. Gli edifici del vecchio ospedale sono ancora in buone condizioni e potrebbero aiutare molte realtà associative a soddisfare le proprie esigenze”.”

una sola osservazione:

Si ricorda che Roberto Bruni ha firmato l’accordo con Formigoni per la cancellazione del Campus Universitario e la costruzione del progetto attuale, fonte di guai. Adesso tutti chiedono  la progettazione partecipata. Ma non era meglio pensarci prima, cioè cinque anni fa quando Bruni era il Sindaco di Bergamo?

La vera “scorciatoia pericolosa” è stata quella di concludere un accordo sulla testa dei cittadini beramaschi disattendendo i suggerimenti del quartiere e riducendo la presenza di destinazione pubblica a livello irrilevante.

Luigi Nappo

Area Riuniti. L’assessore Pezzotta d’accordo con un intervento per lotti.

da Bergamonews.  Carta bianca, il futuro dell’area degli ospedali Riuniti tutto da riscrivere. Nessuno ha avuto la forza di investire almeno 76 milioni di euro per comprare l’enorme complesso lasciato libero dall’ospedale trasferito alla Trucca.

Area Riuniti, Pezzotta:
“Valutiamo anche
un intervento per lotti”

riuniti

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Carta bianca, il futuro dell’area degli ospedali Riuniti tutto da riscrivere. Nessuno ha avuto la forza di investire almeno 76 milioni di euro per comprare l’enorme complesso lasciato libero dall’ospedale trasferito alla Trucca. I soldi non ci sono. Non li hanno gli imprenditori e nemmeno l’amministrazione comunale che ora si ritrova a gestire questa patata bollente. Palafrizzoni dovrà fare altre valutazioni sull’accordo di programma ormai superato da due aste andate deserte e da un mercato immobiliare stravolto rispetto a qualche anno fa. “Avevamo messo in conto anche la possibilità di non poter vendere l’area – spiega l’assessore all’Urbanistica Andrea Pezzotta –. Ora le prime due azioni da mettere in campi sono garantire il presidio dell’area e coinvolgere altri enti pubblici per utilizzare parte degli altri edifici”. Sul progetto invece per ora gli sbocchi sono limitati. “Sia il privato che il pubblico non hanno molte possibilità, le risorse economiche richieste sono ingenti. Ci metteremo in contatto con Infrastrutture lombarde per capire come procedere ed eventualmente valutare anche un frazionamento. Non è un problema di funzioni, qui il problema è la mancanza di un soggetto che possa farsi carico dell’investimento. Cercheremo di capire chi ha manifestato interesse e proporre altre soluzioni come una procedura per lotti”.

Su questo punto però il centrosinistra è fortemente contrario. Il gruppo consiliare del Partito democratico scongiura il frazionamento, così come  i colleghi della lista Bruni che “mettono in chiaro la loro contrarietà rispetto a soluzioni come la frammentazione e la vendita per lotti, scorciatoie pericolose che rischiano di azzerare le ricadute pubbliche della possibile riconversione dell’area. In attesa di un futuro auspicabile ancora da definire, servono idee e soluzioni a basso costo, anche temporanee, in grado di scongiurare il degrado e l’abbandono dell’’area. Gli edifici del vecchio ospedale sono ancora in buone condizioni e potrebbero aiutare molte realtà associative a soddisfare le proprie esigenze”.

Mercoledì, 8 Maggio, 2013

 Autore: Isaia Invernizzi

Asta Riuniti: Si riapra la partita per rimediare alle scelte sbagliate.

da Bergamonews.it    L’ex assessore all’Urbanistica Luigi Nappo commenta l’incertezza che aleggia sul futuro dell’area dei Riuniti. L’asta per la vendita dei vecchi ospedali è andata deserta.

Asta Riuniti: “Si riapra
la partita per rimediare
alle scelte sbagliate”

riuniti ospedale

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L’ex assessore all’Urbanistica Luigi Nappo commenta l’incertezza che aleggia sul futuro dell’area dei Riuniti. L’asta per la vendita dei vecchi ospedali è andata deserta per la secodna volta (leggi).

 

Oggi si è saputo che anche la seconda asta per la vendita dei Riuniti è andata deserta. A differenza di chi ritiene che non esista futuro per i Riuniti, il fallimento dell’operazione può essere l’occasione per rimediare a tutte le scelte sbagliate degli ultimi anni.

Infatti: si è ritenuto che la cancellazione del Campus costituisse condizione necessaria e sufficiente per monetizzare al massimo sulla struttura pubblica.

– Nel 2007 avevo suggerito di procedere con una progettazione unitaria, ma con la divisione in lotti più piccoli per la parte attuativa. Questo avrebbe consentito di partire non con aste da 97 milioni, ma con richieste da15, 20 o 25 milioni di euro. Si sarebbe assicurata maggiore concorrenza tra gli operatori. Infatti, sarebbe stato più facile reperire sul mercato imprese con le disponibilità necessarie. La risposta fu che serviva un progetto unitario dimostrando di avere poca dimestichezza con la pianificazione urbanistica e la fase attuativa.

– Niente Campus e niente soldi: come uscirne? Diciamo subito che il Comune si deve riappropriare della titolarità in materia urbanistica senza farsi legare le mani dalla Spa regionale che finora ha gestito la partita. L’area, infatti, è di proprietà regionale, ma riguarda una porzione importante del territorio cittadino. Il progetto deve avere il connotato della massima integrazione con il quartiere e non può essere un corpo estraneo nel contesto urbano circostante. Finora i cittadini sono stati tenuti fuori dell’uscio pur sapendo che dal giorno del trasferimento dell’ospedale niente nel quartiere sarebbe stato più come prima dal punto di vista della vivibilità, dei servizi, del commercio e del decoro urbano. Per almeno dieci anni dovranno convivere con un pezzo di quartiere inaccessibile e condannato a un degrado progressivo.

– Si riapra la partita: il tema è quello di ridare fiato e vita a questo enorme complesso in attesa di riprogettare il suo destino assieme ai cittadini. Uno studio che va pensato non guardando all’oggi, ma al futuro considerando gli anni che ci separano dalla probabile attuazione delle nuove previsioni urbanistiche. Il progetto attuale ha riservato un ruolo marginale e residuale allo studio degli spazi pubblici nell’illusione di ingrossare l’affare. Ora bisogna evitare che un pezzo importante del territorio cittadino sia sottratto alla comunità senza, per giunta, un ritorno economico decente.

Luigi Nappo