Bergamo: la Giunta si trascina stanca al traguardo.

ImmagineIlComune.jpgA quattro anni dal suo insediamento e a dieci mesi dalle prossime elezioni la Giunta Tentorio si trascina stancamente ben cosciente di avere pochi argomenti da proporre ai cittadini nella prossima campagna elettorale.

La prima giunta destra-lega a Bergamo rivela in primis l’assoluta inadeguatezza del potenziale umano delle due forze politiche in linea con i giudizi espressi a livello nazionale dagli elettori pochi giorni fa con l’ultima tornata delle amministrative.

Motivazioni basse, poca conoscenza della realtà nella quale si opera, scarso o nullo il rapporto con i quartieri. Nelle circoscrizioni si opera meno che nelle bocciofile e i cittadini sono costretti ad aprire pagine su Facebook per discutere dei problemi della comunità.

L’inerzia non è dovuta, come sostiene qualcuno, al taglio delle risorse finanziarie da parte del governo centrale. Facciamo un esempio: la vendita dell’area della Celadina è fallita per una cattiva scrittura del bando di gara con errori evitabilissimi con un minimo di professionalità. Risultato: niente soldi, aumento del degrado e una rincorsa interminabile alla localizzazione dell’area per le giostrine. Quattro anni a star dietro al business della Cittadella dello Sport con sommo spregio dell’ambiente e del paesaggio per realizzare altre inutili superfici commerciali per poi sentirsi dire dai promotori: “bambole non c’è una lira”. L’atteggiamento “pilatesco” sulla riqualificazione dell’area ex Riunti dimostra l’incapacità ad assolvere almeno a quella funzione di regia che spetterebbe al Comune in materia di governo del territorio.

Il vero problema, purtroppo, è che per il centrosinistra non c’è tanto da ballare sulle macerie politiche degli avversari. L’insoddisfazione dei bergamaschi nei confronti dell’attuale amministrazione potrebbe sfociare nell’antipolitica, nel disamore per la partecipazione, o nell’astensionismo.

Cinque anni buttati via possono cancellare anche le speranze dei più ottimisti: della serie “anche stavolta è andata male, ma alla prossima non mi fregano, me ne sto a casa e non vado a votare”.

Ci sono dieci mesi a disposizione per debellare questa depressione figlia della delusione, trecento giorni per motivare la gente dimostrando soprattutto una cosa:  che è possibile risvegliare la città dal  lungo torpore con la condivisione e con il coinvolgimento sui progetti,  con energie fresche, con l’entusiasmo dei giovani. Gli amministratori devono essere scelti tra le persone innamorate di Bergamo.

 

lu.na

Basta Centri Commerciali. Arriva lo stop della Regione

dall’Eco di Bergamo. 24.06.20131

Stop per sei mesi, fino al 31 dicembre 2013, agli ampliamenti e all’apertura di nuovi centri commerciali in tutta la Lombardia. È quanto prevede un progetto di legge approvato all’unanimità dal consiglio regionale, con 74 voti favorevoli, che impone la moratoria in attesa del varo di nuove norme sul commercio. Grazie a un emendamento presentato dal Pdl, approvato all’unanimità, sono escluse dalla moratoria le opere legate a Expo 2015, come il progetto all’interno del polo City Life a Milano. Lo stop riguarda in tutto una decina di progetti di centri commerciali. «Grazie alla moratoria si realizza un punto importante del nostro programma: ci metteremo subito al lavoro per valutare se servono nuove strutture». È stato questo il commento del presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, che ha aggiunto: «Non temo ricorsi al Tar da parte della grande distribuzione perchè la legge è inattaccabile e non ci sono elementi per contenziosi». Soddisfatto anche l’assessore regionale al Commercio Alberto Cavalli. «Ora inizia la fase di monitoraggio per verificare il prima possibile se è necessaria una nuova regolamentazione; è fondamentale tutelare i negozi di vicinato e valorizzare i centri storici». «Il mio ringraziamento – ha aggiunto Maroni – non può che andare quindi all’assessore al Commercio Alberto Cavalli, alla maggioranza che ci sostiene e al Consiglio regionale. Ancora una volta abbiamo dimostrato che rispettiamo gli impegni presi con gli elettori che ci hanno affidato il loro consenso».

La sostenibilità degli interventi edilizi di social housing.

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da Audis.it

Si sta concludendo la ricerca sviluppata nell’ambito dell’attività di supporto tecnico che SiTI svolge per il Programma Housing della Compagnia di San Paolo, impegnato dal 2005 nella ideazione e definizione di soluzioni sperimentali ed innovative di social housing a livello locale.
Come noto, negli ultimi anni il concetto di edilizia sostenibile è stato al centro di innumerevoli studi: malgrado l’ampia trattazione lo stato dell’arte appare oggi sbilanciato a favore degli aspetti di carattere costruttivo-ambientale e meno centrato sullo sviluppo di soluzioni rivolte alle sfere economiche e del sociale. Ciò appare più evidente se applicato alle costruzioni a fini sociali, dove le prestazioni edilizie (tecnologiche e impiantistiche) devono essere considerate obbiettivi paritetici e il più possibile integrate a quelle economiche, sociali e urbanistiche (sostenibilità economica, qualità della vita e contestualizzazione dei luoghi urbani). Il processo di realizzazione di edilizia sociale implica una governance che impone un ampio confronto: le politiche di social housing sono infatti di per sé un sistema complesso, articolato e multidimensionale, sempre più inter-disciplinare nei contenuti e interspaziale nelle connessioni con il contesto territoriale di riferimento.
La ricerca mira ad individuare gli indicatori adeguati per la misurazione della sostenibilità dell’ambiente costruito, con particolare riferimento all’edilizia sociale, a partire da un’analisi critica dei principali protocolli diffusi a livello internazionale e dall’applicazione a casi concreti: le due residenze temporanee che la Compagnia di San Paolo sta realizzando a Torino nei quartieri di Porta Palazzo e San Salvario.
Il percorso svolto dal gruppo di lavoro ha portato alla formulazione di una serie di quesiti a cui si è tentato di dare risposta:
•    Quali sono gli elementi che caratterizzano la sostenibilità di un intervento di social housing?
•    Esistono protocolli/strumenti tra quelli già diffusi più adatti all’analisi del social housing?
•    Come si affronta dal punto di vista tecnico/economico la progettazione degli interventi di social housing?
 Consci del fatto che probabilmente non può esistere una risposta univoca, si è adottato un percorso che, svincolato da logiche di mercato, cerca di entrare nel merito delle singole variabili che influenzano i processi di housing sociale, con l’obbiettivo di sviluppare uno strumento flessibile di controllo, valutazione e monitoraggio, utile durante tutto il ciclo di vita di un investimento immobiliare di tipo sociale.

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“Riutilizziamo l’Italia”. No al consumo del suolo, sì al riuso del suolo.

da Salviamo il Paesaggio.it

 

Il Wwf ha presentato i risultati della prima fase di “RiutilizziAmo l’Italia”, campagna promossa per raccogliere dati, idee e progetti contro lo sfruttamento dissennato del territorio.

Barbara Bonomi, referente Salviamo il Paesaggio Roma e Provincia e responsabile per Slow Food Lazio, presente al convegno: “Ormai irrinunciabile lo stop al consumo di suolo, con particolare attenzione per quello agricolo”.

Una rivoluzione culturale che riporti al centro dell’attenzione l’ambiente, il paesaggio e, quindi, la qualità della vita di ognuno di noi. Competenze ed esperienze in materia di tutela del territorio e recupero di strutture dismesse o degradate, si sono incontrate a Roma il 31 maggio e il 1° giugno per “RiutilizziAmo l’Italia”, campagna promossa dal Wwf, in occasione della presentazione dei risultati relativi alla prima fase dell’iniziativa, “Il censimento delle idee, proposte, progetti”. D’alto valore simbolico il luogo scelto per l’evento, l’aula Adalberto Libera all’interno dell’ex mattatoio di Testaccio: un edificio recuperato con successo e donato alla facoltà di architettura dell’università Roma Tre.

Una sfida educativa prima che ambientale ed economica, per trasmettere all’opinione pubblica sempre più sensibile a certi temi, l’enorme importanza del recupero e riuso di quanto già edificato e non più utilizzato. Per ridare futuro e dignità a luoghi abbandonati riconsegnandoli alle comunità e realizzando un’idea nuova di economia, che crei lavoro salvaguardando le grandi ricchezze naturali, storiche e paesistiche che l’Italia, in questo davvero inimitabile, può vantare.

“Enormi sono le quantità di edifici, opere e in generale manufatti che costellano il nostro territorio e che non sono utilizzati”, si legge nella relazione introduttiva al convegno organizzato dal Wwf Italia. “Si tratta di recuperarli, riportarli a una nuova funzionalità, a una capacità produttiva utile alla collettività o demolirli, eliminando il danno insito nella loro presenza e avviando così un’opera di rinaturalizzazione delle aree interessate. Si tratta di concepire interventi che servano a restituire beni alla comunità, recuperandone l’utilità e la fruizione collettiva”.

Salviamo il Paesaggio non ha fatto mancare il proprio apporto al convegno romano, con l’intervento di Barbara Bonomi, referente del coordinamento di Roma e Provincia e responsabile per Slow Food Lazio, che si è soffermata sulle battaglie del Forum per il censimento nazionale degli edifici e il blocco del consumo di suolo. “Non c’è più margine per consumare suolo agricolo, dobbiamo fermare il consumo di suoli fertili ora, altrimenti non avremo più cibo a sufficienza, cibo di qualità, contadini e piccoli allevatori, che sono anche custodi anche della nostra identità, del nostro sapere, della biodiversità”. Temi sui quali c’è assoluta convergenza con il Wwf.

La prima fase di “RiutilizziAmo l’Italia”, infatti, condotta da giugno a novembre 2012, ha consentito di raccogliere 575 schede di segnalazione in cui sono state illustrate proposte di recupero e riutilizzo di altrettanti edifici ed aree dismesse, abbandonate, sottoutilizzate. Le schede, provenienti da tutta Italia, per circa la metà propongono forme di riutilizzazione e riqualificazione green, come verde pubblico, orti urbani e conservazione di usi agricoli. Per l’altra metà forme di riutilizzo sociale del patrimonio urbanistico, dai servizi sportivi e culturali a centri di aggregazione.

Un capovolgimento di visuale che permetta il passaggio dal cieco ed egoistico sfruttamento del suolo e delle sue risorse, che “ha degradato il paesaggio”, prosegue la nota, “ne ha dequalificato il valore, lo ha privatizzato compiendo un inutile sacrificio per una forma di sviluppo che non solo poteva essere diversa, ma che non ha neanche garantito l’auspicato benessere”.

Al convegno sono stati inoltre presentati progetti concreti realizzati in varie parti d’Italia. Da Napoli alla Puglia, da Milano al nord est, fino a Siena, Case Histories esposti da giovani ricercatori e docenti universitari, testimoni che raccontano di un Paese che non si arrende al cemento e alla distruzione del paesaggio, che crea gravi danni economici oltre che culturali e ambientali.

Per realizzare infatti quelle strutture che oggi rimangono inutilizzate e deturpano l’ambiente italiano “è stata impegnata una quantità di energia che è rimasta accumulata in esse”, prosegue la nota del Wwf. “È come se si fosse costituito un deposito energetico oggi disponibile. Non sfruttarlo implica la perdita del patrimonio di energia e ciò costituirebbe un ulteriore spreco del tutto insostenibile oltreché illogico”. Operare su queste realtà per recuperarle significa anche realizzare un progetto economico che restituisca ai cittadini un patrimonio oggi indisponibile che, oltretutto, può rimettere in moto un comparto, quello dell’edilizia “che non può essere concentrato solo sulle nuove costruzioni”.

E così, la seconda fase di “RiutilizziAmo l’Italia” iniziata a marzo 2013, prevede “una proposta integrata da sottoporre al Governo e alle Amministrazioni in grado di agevolare il riuso attraverso varie leve, da quelle fiscali a quelle normative”.

Una nuova fase di partecipazione di cittadini e Istituzioni sul tema del consumo di suolo. I lavori si concluderanno a fine 2014. La strada per il raggiungimento degli obiettivi è ancora lunga, ma le idee sono chiare e procedono spedite sulle gambe di quell’Italia che vuole essere diversa.

Marco Bombagi

Recuperare e convertire l’esistente.

 

A Milano, città degli affari e del terziario, impressiona il numero degli uffici sfitti ed inutilizzati. Nonostante questo si continua a costruire. Meglio sarebbe censire e recuperare gli spazi esistenti, utilizzandoli per quello che serve di più: residenze a basso costo.

Una recente indagine sul patrimonio costruito destinato ad uffici nel territorio Milanese, ha diffuso dati sconcertanti. Stupisce il valore numerico, 1,5 milioni di mq di uffici inutilizzati tra Milano e hinterland, e ancor di più il simbolico quanto efficace paragone: stiamo parlando di 50 Pirelloni completamente vuoti! 

Grandi numeri e grandi spazi: se al privato si aggiunge il patrimonio pubblico abbandonato costituito da ex aree industriali da recuperare, vecchi scali ferroviari ed anche cascine, si arriva a milioni di metri cubi.

Nella città dei tanti grattacieli progettati, ma ormai sempre più spesso obbligatoriamente ridimensionati, gli spazi vuoti hanno registrato un continuo aumento: circa 880 mila, più 75 % negli ultimi 5 anni (fonte BNP Paribas Real Estate). Al momento non c’è alcuna indicazione di inversioni di tendenza: il numero è destinato quindi a salire anche nel 2013.
La crisi economica ha ovviamente contribuito creando un indiscutibile calo di vendite e affitti. Nonostante la saturazione del mercato però i prezzi non si abbassano.

Ma la risposta alla situazione è di incredibile incoerenza: si mettono ancora in vendita nuove strutture (150.000 mq nel 2012) consumando inutilmente prezioso territorio.

Fortunatamente qualche proposta valida c’è: Ada Lucia De Cesaris, vicesindaco del Comune di Milano, propone, in un intervento al TG3 regionale dello scorso 20 maggio, di riconvertire questo patrimonio inutilizzato. <<Perché il vero bisogno è quello di abitazioni a medio-basso costo>> sostiene.

Un analogo stallo delle vendite riguarda infatti anche le case di lusso. E’ fondamentale quindi non consumare nuovo suolo, dalla periferia cittadina ai comuni dell’hinterland: se c’è richiesta di abitazione, va soddisfatta con il patrimonio esistente favorendone l’occupazione. Ma gli opportuni strumenti economici e normativi per farlo in questo momento non ci sono ancora.

Come individuare questi spazi? Con il censimento del cemento, che è rivolto a unità immobiliari di qualsivoglia destinazione, destinate quindi anche a commercio e terziario.

Se le amministrazioni locali non si muovono, le associazioni posso attivarsi con auto censimenti. Un’interessante esperienza di questo si è svolta a Mantova dove i più eclatanti casi di spazio inutilizzato e di edifici abbandonati o incompleti sono stati mappati e segnalati con appositi cartelli.

Un’azione importante per constatare quanto spreco c’è vicino a noi e nelle nostre città. Uno spreco che aumenta sempre più, mentre il territorio libero continua inesorabilmente a diminuire.

Luca D’Achille

Il PGT virtuale di Bergamo.

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Nel 2009 Il Comune di Bergamo si è dotato del suo Piano di Governo del Territorio e l’ha fatto con una procedura di approvazione a scavalco tra l’amministrazione attuale e quella precedente. In verità le scelte di base sono opera della Giunta Bruni che è arrivata fino all’adozione e le risposte alle osservazioni sono state decise dal centrodestra guidato da Franco Tentorio. La legge attribuisce ai Pgt valenza quinquennale e pertanto tra un anno andrebbe comunque operata una revisione, tra l’altro in contemporanea con la campagna elettorale. In realtà, a prescindere dalla validità temporale citata dalla normativa, il Piano è ridotto a uno strumento virtuale ed è superato e (in parte) sconfessato dai fatti e dal ciclo economico-sociale.

Un piano ricco di volumetrie edificabili (oltre quattro milioni) individuate con la pretesa di attrarre residenti da altri comuni e con l’obiettivo di puntare a una città di 140.000 abitanti rispetto ai 117.000 iscritti all’anagrafe cittadina. Una scelta che non ha mai trovato riscontro in nessuna realtà e bocciata sonoramente in tutti i dibattiti sull’argomento. L’opzione in discussione ha l’unico effetto di creare diritti volumetrici in capo ai vari soggetti beneficiari con grossi problemi da gestire nella fase successiva. In questi quattro anni il Pgt è stato privato di alcuni piloni che lo sorreggevano:

Porta Sud ha chiuso i battenti perché vittima di un “gigantismo progettuale” (da 350.000 a oltre un milione di metri cubi con perimetro allargato) cui ha fatto seguito una depressione nata dal vicolo cieco nel quale si sono cacciate le varie amministrazioni.

L’Area della Celadina (ex Europan) versa nel solito degrado con modifiche di fatto delle previsioni del Pgt senza alcun dibattito e con incidenti di percorso vari per la privatizzazione dell’area.

La Cittadella dello Sport ha acceso solo discussioni per quattro anni con la grave responsabilità di aver azzerato il Parco Agricolo grazie all’accoglimento di un’osservazione al piano adottato.

L’Accademia della Guardia di Finanza resta dov’è con le conseguenti ripercussioni sui quartieri di Santa Lucia e Grumello del Monte.

I Programmi integrati di intervento approvati faticano a decollare per la crisi profonda che attraversa il settore.

L’Area Ospedaliera di Largo Barozzi rappresenta una fortissima preoccupazione per la Città e si presenta come un’incognita sulle prospettive di sviluppo territoriale e ambientale.

Le grandi infrastrutture sul territorio non comunicano in termini di collegamenti (Stazione ferroviaria, Fiera nuova, nuovo ospedale, Città Alta) con notevoli implicazioni sulla qualità della vita dei cittadini o di chi a Bergamo ci lavora.

Queste brevi considerazioni dovrebbero già da sole bastare per mettere in agenda la revisione dell’obsoleto strumento di governo del territorio che dimostra molti più anni di quelli passati dalla sua nascita.

Gli oneri del disonore.

   da Altreconomia.it

La norma che proroga per due anni la possibilità di utilizzare i proventi delle urbanizzazione per finanziare la spesa corrente degli enti locali sarà anche una boccata d’ossigeno per i bilanci ma è un attacco alla terra. Approvata dal Senato, la proroga dovrà passare anche per i banchi della Camera

Era troppo bello per essere vero. I Comuni, da quest’anno, non avrebbero potuto più usare gli oneri di urbanizzazione per finanziare la spesa corrente. L’ANCI (Associazione nazionale dei Comuni italiani) lo spiegava così sul proprio sito, rispondendo ad un quesito: “Dal 2013 le entrate derivanti da oneri di urbanizzazione dovranno essere destinate, per intero, solo al finanziamento di investimenti, cioè di spese impegnabili al titolo II. [Ma] non esiste un vincolo di destinare queste risorse all’esclusivo finanziamento di opere di urbanizzazione primarie o secondarie”. Rischia di saltare tutto, però. Se usiamo il passato e il condizionale è perché ieri il Senato ha approvato la proroga di due anni per l’utilizzo, da parte dei Comuni, degli oneri derivanti dalle trasformazioni urbanistiche per la spesa corrente invece che per strade, fogne e servizi pubblici. Un provvedimento votato senza clamore all’interno del cosiddetto decreto sblocca debito. Il provvedimento dovrà passare anche alla Camera, ma nel frattempo è arrivata la durissima la replica di Legambiente: “Una pessima decisione da parte del nuovo Parlamento -ha commentato Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazional-. Si continuerà così ad assistere a trattative e scambi tra sindaci e costruttori, e a realizzare nuove costruzioni in cambio di risorse utilizzate per pagare gli stipendi e tenere aperti i servizi comunali. Ma è folle continuare a ragionare in questo modo, incentivando il consumo di nuovo suolo senza garantire i servizi essenziali alle periferie”. Legambiente sottolinea, infatti, che nella Legge che nel 1977 ha istituito gli oneri di urbanizzazione, questi dovevano essere destinati esclusivamente per la realizzazione di strade, fogne, scuole, servizi pubblici o al risanamento dei complessi edilizi. Invece, a partire dal 2001, Governi sia di centrodestra che di centrosinistra hanno introdotto e poi confermato una modifica che è stata alla base del devastante consumo di suolo realizzato in questi anni.
 “Proprio nella giornata mondiale dell’Ambiente -continua la nota- è importante ricordare che il suolo trasformato in Italia da asfalto e cemento ha superato in Italia i 22mila chilometri quadrati, con una media, in questi anni, di 500 chilometri quadrati trasformati ogni anno, come evidenziano i dati del Centro di ricerche sul consumo di suolo di Legambiente, Inu e Politecnico di Milano.
“Chiediamo -ha continuato Cogliati Dezza- che nel passaggio alla Camera si fermi questa decisione sbagliata e oltretutto incomprensibile alla luce degli annunci fatti dal Ministro Orlando sul suo impegno a far ripartire il percorso della Legge Catania e la grande attenzione da parte dei cittadini nei confronti dei danni provocati dal consumo di suolo”.