Progetto Ecoquartieri di Legambiente.

Bologna, 28 e 29 ottobre 2013 – Quando la città supera l’immaginazione
Bologna
Bologna, 28 e 29 ottobre 2013 - Quando la città Alla “Conferenza Nazionale per le Città” organizzata da Legambiente è stato presentato il rapporto Ecosistema Urbano
Si è tenuta a Palazzo d’Accursio di Bologna il 28 e 29 ottobre 2013, per iniziativa di Legambiente, la “Conferenza Nazionale per le Città”  dal titolo “Quando la città supera l’immaginazione”.
Nelle due giornate è stato affrontato il tema della città considerandola  quel nodo intorno a cui si intrecciano e dipanano emergenze umane, ambientali, sociali e culturali, ma anche scenario di soluzioni possibili e praticabili perché “il rinascimento urbano non è un’utopia” come ricorda il comunicato stampa Legambiente (vedi link a fondo articolo).Tre le proposte lanciate per trasformare le nostre città in aree urbane sostenibili a livello ambientale, sociale ed economico: 1) che in Italia si lanci un progetto Ecoquartieri, per realizzare in 100 città una vera rigenerazione ambientale, energetica, sociale; 2) Fare della Nuova Direttiva europea sull’efficienza energetica e i fondi strutturali 2014-2020 la leva per spingere la riqualificazione energetica e statica del patrimonio edilizio esistente; 3) che si cambi politiche dei trasporti in Italia, spostando risorse dalle grandi opere della Legge Obiettivo alle aree urbane e attenzioni verso la Mobilità nuova, introducendo una modifica del codice della strada con l’introduzione del limite dei 30km orari nei centri urbani e l’istituzione di un fondo per destinare maggiori risorse al trasporto pubblico, collettivo e non motorizzato.
Hanno preso parte alla tavola rotonda il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza, Massimiliano Aletti, capo segreteria del ministero dell’ambiente, Simone Dini, portavoce nazionale Rete Mobilità Nuova, Mario Zambrini, AD Ambiente Italia, Erasmo D’Angelis, sottosegretario ai trasporti, Edoardo Zanchini vice-presidente di Legambiente, Patrizia Gabellini, assessore urbanistica ambiente del comune di Bologna, Giovanni Caudo, assessore urbanistica Comune di Roma, Luigi Spagnolli, sindaco di Bolzano, Mario Piccinini, Inu, Leopoldo Freyrie, presidente Consiglio nazionale architetti, Andrea Poggio, vicedirettore Legambiente, Marco Buriani, Ance. Lunedì 28 ottobre nella sessione “Gli ecoquartieri, tessere fondamentali della rigenerazioni urbana” è stata invitata a partecipare anche AUDIS. 
La classifica di Legambiente nel XX rapporto “Ecosistema Urbano 2013” vede Venezia primeggiare con 64,85 punti (100 punti sono assegnati a chi rispetta i limiti di legge per la sostenibilità green), davanti a Bologna per un totale di sole 11 grandi città italiane sopra la sufficienze dei 50 punti.
Il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza evidenzia “la forte situazione di stallo in cui si trovano le aree urbane, dove i problemi legati alla mobilità, all’inquinamento atmosferico, all’erogazione dei servizi restano sempre senza risposte adeguate. La gravissima crisi economica, che ha particolarmente colpito l’edilizia e la contemporanea crisi climatica, insieme alla trasformazione culturale delle città e all’emergere di nuove consapevolezze e nuove domande di cambiamento degli stili di vita, ci impongono oggi un ripensamento radicale per rigenerare i centri urbani. Rigenerare le città significa cambiare modo di concepirle, pensarle e progettarle. Per farlo occorre la collaborazione dei cittadini ed una regia nazionale che metta al centro la riqualificazione urbana, energetica e antisismica del patrimonio edilizio esistente ed il ripensamento del sistema della mobilità. Una rigenerazione fondamentale per fermare il consumo di suolo, per riportare qualità e identità dei centri urbani rispondendo alle sfide delle trasformazioni socio-economiche, dei cambiamenti climatici e degli inderogabili impegni in campo energetico. Ma anche per creare nei prossimi anni nuovi posto di lavoro nel settore dell’edilizia ed aiutare le famiglie nel risolvere i problemi legati alla spesa energetica, all’accesso a case dai prezzi accessibili, al rischio sismico e al progressivo degrado delle periferie. Al di là degli slogan, se parliamo di smart city dobbiamo sapere che stiamo parlando di riorganizzazione di spazi pubblici e residenziali per smart citizens”.
Link al comunicato stampa di Legambiente
Link per scaricare tutti i documenti del XX rapporto “Ecosistema Urbano 2013” di Legambiente

(pubblicata il 2 ottobre, modificata il 30 ottobre 2013)

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Il paese perde ogni giorno 70 ettari di suolo.

20130828_decretofare2.jpgPresentato a Roma il IX Rapporto Ispra sulla “Qualità dell’Ambiente Urbano”. Il Paese perde quotidianamente 70 ettari di suoli. Milano e Napoli hanno cementificato il 60% del proprio territorio. A Roma cancellati 35 mila ettari.

da salviamoilpaesaggio.it    L’Italia sta sparendo, e non in senso metaforico. Non c’entra niente lo spread, qui parliamo di cose reali. Speculazione e cemento si stanno mangiando il Paese come un cancro. Hanno creato un deserto e lo chiamano economia.

I dati che emergono dal IX Rapporto Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale, sulla Qualità dell’Ambiente Urbano, presentato lo scorso 11 ottobre a Roma, costituiscono la cronaca di una lenta e dolorosa agonia, quella dell’ex Belpaese.

“Crescono le superfici artificiali e impermeabili”, si legge nel comunicato stampa ufficiale, “nel complesso le 51 aree comunali soggette a monitoraggio hanno cementificato un territorio pari a quasi 220.000 ettari (quasi 35.000 solo a Roma) , con un consumo di suolo giornaliero pari a quasi 5 ettari di nuovo territorio perso ogni giorno (sono circa 70 a livello nazionale). Il 7% del consumo giornaliero in Italia è concentrato nelle 51 città analizzate. In testa Napoli e Milano che hanno ormai consumato più del 60% del proprio territorio comunale”.

Numeri che assomigliano ad un epitaffio più che a un grido d’allarme, e che fotografano plasticamente la tragedia di una Nazione che ha deciso di non avere un futuro.

“La maggior parte dei Comuni indagati”, prosegue la nota, “ha destinato a verde pubblico meno del 5% della propria superficie; a Messina, Cagliari e Venezia le più alte quote di aree naturali protette, fondamentali per la conservazione della biodiversità urbana”. Gli esempi positivi, che pur esistono, contribuiscono tuttavia, se possibile, ad aumentare l’amarezza per ciò che non è stato fatto, e soprattutto per ciò che è stato realizzato di devastante, in tutto il territorio italiano.

Già da tempo l’Ispra denuncia la situazione drammatica sul fronte della perdita di terreni liberi nel nostro Paese, come avvenuto lo scorso febbraio in occasione del convegno dal titolo “Il consumo di suolo: lo stato, le cause e gli impatti”: “negli ultimi anni il consumo di suolo in Italia è cresciuto ad una media di 8 metri quadrati al secondo”, si leggeva nel comunicato stampa dell’incontro, ripreso anche daSalviamo il Paesaggio, “e la serie storica dimostra che si tratta di un processo che dal 1956 non conosce battute d’arresto. Si è passati dal 2,8% del 1956 al 6,9% del 2010. In altre parole, sono stati consumati, in media, più di 7 metri quadrati al secondo per oltre 50 anni. Questo vuol dire che ogni 5 mesi viene cementificata una superficie pari a quella del comune di Napoli e ogni anno una pari alla somma di quella di Milano e Firenze. In termini assoluti, l’Italia è passata da poco più di 8.000 km2 di consumo di suolo del 1956 ad oltre 20.500 km2 nel 2010, un aumento che non si può spiegare solo con la crescita demografica: se nel 1956 erano irreversibilmente persi 170 m2 per ogni italiano, nel 2010 il valore raddoppia, passando a più di 340 m2”.

Grida d’aiuto, queste, cadute nel vuoto, purtroppo, almeno fino a questo momento. Una vera legge che contrasti il consumo di suolo infatti è ancora di là da venire, e gli strumenti che già ora potrebbero risparmiare al territorio ulteriori scempi, come la VAS, Valutazione Ambientale Strategica, non sono adottati come dovrebbero. “La valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull’ambiente naturale”, spiegano ancora dall’Ispra, “è stata introdotta nella Comunità europea dalla Direttiva 2001/42/CE, detta Direttiva VAS, entrata in vigore il 21 luglio 2001, che rappresenta un importante contributo all’attuazione delle strategie comunitarie per lo sviluppo sostenibile rendendo operativa l’integrazione della dimensione ambientale nei processi decisionali strategici. La valutazione ambientale di piani e programmi che possono avere un impatto significativo sull’ambiente, secondo quanto stabilito nell’art. 4 del D. Lgs. 152/2006 e s.m.i. (successive modifiche e integrazioni), ha la finalità di garantire un elevato livello di protezione dell’ambiente e contribuire all’integrazione di considerazioni ambientali all’atto dell’elaborazione, dell’adozione e approvazione di detti piani e programmi assicurando che siano coerenti e contribuiscano alle condizioni per uno sviluppo sostenibile”.

La Vas, quindi, è stata introdotta per tutelare i territori da progetti e piani urbanistici sbagliati. Se venisse anche applicata sarebbe meraviglioso. Sempre i dati del IX Rapporto “Qualità dell’Ambiente Urbano” infatti, ci dicono che delle 60 principali città italiane oggetto del monitoraggio solo 20 hanno adottato piani urbanistici (PRG: Piano Regolatore Generale, PUC: Piano Urbanistico Comunale, PAT: Piano di Assetto del Territorio, PSC: Piano Strutturale Comunale, PGT: Piano di Governo del Territorio) preventivamente sottoposti a Vas. In 9 casi la procedura di valutazione è in corso mentre per i restanti 31 grandi centri, oltre il 50%, sono stati adottati piani senza Vas. Con la Valutazione Ambientale Strategica a supporto dei provvedimenti urbanistici, per chiarire ciò di cui stiamo parlando e capire a cosa hanno rinunciato decine di Comuni italiani, “si punta alla valorizzazione dell’esistente”, aggiungono dall’Ispra, “senza l’utilizzo di nuove superfici per l’edificazione, in una filosofia non di espansione, ma di recupero”. E questo perché tale strumento “contribuisce alla definizione di piani che concorrono al perseguimento degli obiettivi di sostenibilità e che sono attenti agli effetti sull’ambiente, sull’uomo, sul patrimonio culturale e paesaggistico”.

Evidentemente la situazione non è ancora così grave da scomodare i pochi dispositivi legislativi attualmente disponibili, in attesa di un provvedimento decente a tutela del suolo, per impedire che l’Italia divenga un’uniforme colata di cemento. Ma è solo una questione di tempo: alla velocità di 70 ettari al giorno non dovremo attendere troppo per vedere la “grande” opera completata.

A questo punto, o siamo in grado di fare qualcosa, come cittadini, per salvare ciò che resta del Paese celebrato dagli artisti d’ogni epoca, o tanto vale optare serenamente per l’eutanasia. Tertium non datur. Che l’Italia, non avendo mai trovato il coraggio di difendersi da illegalità, insipienza e cialtroneria, riesca quantomeno ad avere la forza di spegnersi con dignità.

Marco Bombagi
Salviamo il Paesaggio
www.salviamoilpaesaggio.roma.it

Area dei Riuniti e Accademia G.d.F. : occhio alle bidonate.

ospedali riuniti di bergamo.jpgOggi si odono squilli di tromba in merito  al futuro dell’area degli Ospedali Riuniti in Largo Barozzi. C’è la notizia di un incontro tra la delegazione dei parlamentari bergamaschi e i rappresentanti della gerarchia della Finanza per un possibile spostamento ed un allargamento dell’Accademia nell’ex complesso ospedaliero.

Il fatto rilevante è che finalmente la delegazione parlamentare ha fatto squadra per rappresentare a Roma le esigenze della Città. Siamo al primo approccio e bisogna seguire l’evolversi della vicenda considerando che: a) Con l’Accademia abbiamo subito di recente una grande bidonata con il progetto sul Parco Agricolo di via Grumello. Un faticoso e lungo accordo di programma con variante urbanistica, assemblee, referendum e altro con la sorpresa finale. E’stato tutto uno scherzo: non se ne farà niente per mancanza di risorse;  b) la Regione si aspetta sempre un introito adeguato, si tratta delle stesse aspettative che hanno portato frettolosamente alla cancellazione del campus universitario previsto per quindici anni nel Piano regolatore di Bergamo. 

Infatti è noto che il campus è stato cancellato per fare cassa con un flop che è tutto lì da vedere. La novità dell’Accademia, a mio avviso, è molto più problematica del campus. Infatti ci sono meno soldi rispetto a dieci anni fa e i soggetti sono ancora gli stessi che ci hanno portato a questo disastro.

 

Area dei Riuniti: la Finanza ci crede

Corriere.it  Simone Bianco  L’Accademia della Guardia di Finanza ai Riuniti: da ieri un’idea fantasiosa è diventata un’ipotesi di lavoro, difficile ma presa sul serio. A Roma, i parlamentari bergamaschi hanno incontrato i vertici delle fiamme gialle e, soprattutto, Luigi Casero e Alberto Giorgetti, rispettivamente viceministro e sottosegretario all’Economia. È proprio il ministero di via XX Settembre il luogo in cui si giocano le possibilità di Bergamo di conservare, espandendola, un’attività importante come l’Accademia e di recuperare l’area pubblica più grande tra quelle abbandonate. La premessa emersa nell’incontro di ieri è fondamentale: la Finanza, rappresentata dal comandante generale Saverio Capolupo e dal generale Giuseppe Zafarana che comanda l’Accademia, vorrebbe trasferire addirittura tutti i cinque anni dei corsi per cadetti a Bergamo. Oggi in via Statuto si tiene il primo triennio, poi gli studenti si spostano a Castelporziano (Roma) per il biennio di specializzazione. La spending review statale impone alle fiamme gialle di unificare in una delle due sedi i corsi. Dalla sua la sede romana ha il fatto di essere già di proprietà del ministero, ma servirebbero lavori di adeguamento sulla struttura. Per Bergamo, che pure è soluzione preferita dagli stessi vertici dei finanzieri, le cose sono più complicate.

 C’è però un forte e inconsueto impegno bipartisan da parte dei parlamentari bergamaschi; all’incontro di ieri erano presenti deputati e senatori di Pdl, Gregorio Fontana e Marco Pagnoncelli, Lega, Cristian Invernizzi, e Pd, Elena Carnevali, Pia Locatelli e Antonio Misiani. Per questo, almeno un tentativo verrà fatto: ministero e finanzieri nelle prossime settimane effettueranno un sopralluogo ai Riuniti per verificare la compatibilità degli spazi con le esigenze dell’Accademia. Poi sarà soprattutto una questione di soldi. In effetti viceministro e sottosegretario hanno assicurato una disponibilità di massima a finanziare il trasloco dell’Accademia in largo Barozzi. Un’apertura che si può tradurre in vari modi: fondi limitati alle ristrutturazioni e agli affitti, oppure un impegno ben più ampio che parta dall’acquisizione dell’area. Questa seconda ipotesi coinvolgerebbe sia Cassa depositi e prestiti che Fintecna, società controllate entrambe dal Ministero dell’Economia. Della prima si è già parlato in questi mesi come di una possibile acquirente dei Riuniti, messi in vendita senza successo già due volte dalla Regione. La versione ufficiale della Cdp è che non è in corso alcuna trattativa; se però arrivasse un via libera dall’alto, cioè dal ministero, l’operazione diventerebbe possibile, con l’Accademia nei panni di affittuaria o concessionaria.

A quel punto andrebbe però pesantemente rivisto il progetto urbanistico per il recupero dei Riuniti. Pur ipotizzando che una parte del piano per la realizzazione di case, hotel e uffici possa restare realizzabile, è chiaro che l’area destinata alla Finanza avrebbe esigenze logistiche e di sicurezza molto particolari. Anche nell’incontro di ieri è emersa la possibilità di coinvolgere maggiormente l’Università di Bergamo, che sulla carta oggi dovrebbe realizzare uno studentato e impianti sportivi ai Riuniti. Nell’ipotesi di un trasferimento di tutti i cinque anni di corsi a Bergamo, l’ateneo potrebbe beneficiare di una maggiore collaborazione con le fiamme gialle sul piano didattico.

Zero suolo zero Paese: 25 ottobre convegno a Roma

25ottobre

ZERO SUOLO, ZERO PAESE

VERSO UNA CONFERENZA NAZIONALE PER LA SALVAGUARDIA DELLA RISORSA SUOLO

Giornata di Studi sul Consumo di Suolo
organizzata dal Forum Nazionale Salviamo il Paesaggio

ROMA 25 OTTOBRE 2013
ore 9.00 – 18.00

Villa Lubin, Sala Gialla e Parlamentino CNEL – Viale David Lubin, 2

locandina_consumo_suoloUna gran parte della società civile, rappresentata anche dalle circa 1000 associazioni locali e nazionali aderenti al Forum Salviamo il Paesaggio, chiede di fermare il consumo di suolo nel nostro paese, con azioni concrete e da subito.

Alcuni  pensano che questa sia l’ennesima richiesta di ambientalisti autoreferenziali (il cosiddetto “partito del NO”), persone che non si preoccupano della effettiva sostenibilità pratica di una azione del genere nel sistema economico e sociale del nostro Paese. Tuttavia il suolo è una risorsa non rinnovabile, la cui distruzione progressiva non può continuare fino all’esaurimento, ed è ormai opinione di molti scienziati che sia stata raggiunta una “linea rossa” da non superare, pena l’insorgere di irrimediabili impatti ambientali e di una drammatica perdita di benessere sociale ed economico.

Il Forum Salviamo il Paesaggio intende avviare un percorso comune con varie componenti della società civile, il mondo della ricerca e le Amministrazioni dello Stato, per organizzare una conferenza nazionale nella quale sia possibile affrontare in modo coordinato i vari aspetti scientifici e normativi legati all’eccessivo consumo di suolo.

Obiettivo della conferenza sarà convincere gli scettici che lo Stop al consumo di suolo netto non è uno slogan utopistico ma una impellente necessità, e mettere a confronto le diverse strategie di intervento e valutare la sostenibilità delle azioni per arrestare il consumo di suolo in Italia.

Questo Convegno ha lo scopo di raccogliere alcuni dei principali esperti della materia per definire gli aspetti principali legati all’uso e consumo dei suoli in Italia, da espandere successivamente nella conferenza nazionale.
L’approccio seguito intende evidenziare gli impatti e i rischi legati ai vari tipi di consumo di suolo, fornirne una valutazione in termini economici e sociali, e individuare le possibili strategie di intervento e le azioni pratiche e immediate per la prevenzione degli impatti.

L’intento è dimostrare che smettere di consumare nuovo suolo non è solo inevitabile, in un futuro più o meno prossimo, ma è necessario ORA, prima che sia troppo tardi.

Dal Convegno uscirà un documento di indirizzo per la conferenza nazionale che conterrà degli spunti utili alla individuazione  di strategie di intervento, anche legislative, da attuare nel breve termine.

Scarica il programma del convegno (file pdf, 171 Kb) >

Il lato oscuro del Belpaese.

Dialogo con Angelo Antolino, fotogiornalista, che con il suo sito web da anni denuncia l’Italia degli scempi e del cemento. “Ho maturato la volontà di realizzare un reportage per mostrare il vero volto dell’Italia di oggi”, ci dice, “ben lontana dalla cartolina del Belpaese fortemente radicata nell’immaginario collettivo. Perché è proprio adagiandosi su questa immagine che vengono perpetrati i maggiori crimini ai danni del paesaggio”.

Tor Pagnotta 2, Roma sud. “L’espansione di Roma, senza alcuna pianificazione urbanistica, continua senza sosta dal secondo dopoguerra”, si legge nel sito di Angelo Antolino. “La speculazione immobiliare sta divorando l’Agro Romano, territorio destinato all’agricoltura e alla pastorizia sin dai tempi di Roma Antica. In questa immagine nuovi quartieri costruiti dall’Immobil Dream di Roberto Carlino e dal Gruppo Caltagirone“. Foto © Angelo Antolino

Tor Pagnotta 2, Roma sud. “L’espansione di Roma, senza alcuna pianificazione urbanistica, continua senza sosta dal secondo dopoguerra”, si legge nel sito di Angelo Antolino. “La speculazione immobiliare sta divorando l’Agro Romano, territorio destinato all’agricoltura e alla pastorizia sin dai tempi di Roma Antica. In questa immagine nuovi quartieri costruiti dall’Immobil Dream di Roberto Carlino e dal Gruppo Caltagirone“.
Foto © Angelo Antolino

Un viaggio d’immagini attraverso ciò che di peggio l’Italia offre a se stessa e al mondo. Un’overdose di verità lontana dagli scorci da cartolina che ancora, a stento, sopravvivono nel mare di cemento che è diventata negli anni l’Italia.Un grido costituito dagli scatti di una macchina fotografica, quella di Angelo Antolino, laureato in storia dell’arte e fotogiornalista, innamorato come tanti di un’Italia che sta morendo, quella della natura che si fa cultura e dei paesaggi amati dagli artisti di ogni epoca, uccisa dall’ignoranza e dalla speculazione.

Per salvare l’Italia migliore, o quel che ne rimane, è necessario però dare corpo a quella peggiore e oscura, darle un volto e saperla guardare. Come un malato, che prima d’ogni cura, deve prendere coscienza del proprio male, per sconfiggerlo.

“Studiare Storia dell’Arte”, dice Antolino, “significa viaggiare per andare a vedere le opere dal vivo e capire il contesto in cui sono nate. E ad ogni viaggio in ogni regione d’Italia mi rendevo conto della spaventosa distanza che c’era tra le opere e il paesaggio circostante. Non solo la campagna veneta o quella senese dipinta da Bellini e Lorenzetti era sparita sotto il cemento, ma era venuta meno anche la cultura in cui queste opere erano nate. Parlo di quella cultura fondata sul principio, tramandato per secoli, per cui il paesaggio è l’habitat nel quale si vive e da cui la vita discende, attraverso l’agricoltura e la pastorizia, e che pertanto è un bene comune da salvaguardare e tutelare”.

“Inoltre”, prosegue, “con questo reportage ho cercato di inquadrare il problema della cementificazione in una prospettiva nazionale, poiché fino ad oggi le battaglie in difesa del Paesaggio – eccezion fatta per la Val di Susa – sono rimaste confinate nei singoli ambiti locali. Mentre, ad esempio, la costruzione di un albergo sulle colline ricoperte di ulivi a Portovenere, o la realizzazione di un centro commerciale su suolo agricolo in Campania, è un problema che riguarda l’intero Paese”.

Sono molteplici i luoghi comuni da sfatare per far sì che il paziente prenda coscienza della malattia: dalla bellezza dei territori italiani, intesa come una sorta di credito infinito ed inesauribile di cui godrebbe la penisola quasi per volontà divina, fino all’idea che la cementificazione sia un fenomeno legato esclusivamente al boom economico.

“Come in stato di ipnosi”, aggiunge il fotografo, “continuiamo a ripetere il mantra l’Italia è il Paese più bello del Mondo e contemporaneamente, con sistematicità, lo distruggiamo. A partire dal secondo dopo guerra, con raccapricciante metodo, si è deciso per un suicidio collettivo, e nell’arco di 60 anni si è riusciti a distruggere un paesaggio modificato costantemente per migliaia di anni ma che era rimasto sempre identico a se stesso nella sua magnificenza”.

“Un altro dei miti da sfatare”, sottolinea, “è quello legato alla cementificazione come fenomeno tipico del boom economico: in realtà i dati dimostrano che dal ’95 a oggi è sparito sotto il cemento l’equivalente di Umbria e Veneto messe insieme, un processo ancora più aggressivo di quello avvenuto tra gli anni ’50 e ’60. Il cortocircuito che oggi impedisce la difesa del territorio o lo derubrica a problema di serie b rispetto a temi come lavoro, salute, sicurezza, è determinato anche dal fatto che il concetto stesso di paesaggio viene troppo spesso confuso con quello di panorama. Salvaguardare il paesaggio come grande risorsa strategica significa porre le basi per un reale progresso sociale ed economico di questo Paese”.

Sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema del consumo di suolo e del rispetto dell’ambiente come primo passo per convincere il malato a prendere le medicine. Per iniziare un dialogo con le persone tuttavia, è fondamentale prendere contatto con i territori. “La mia collaborazione con Salviamo Il Paesaggio, Italia Nostra, Wwf e tanti altri comitati locali”, dice ancora Antolino, “nasce dalla necessità di mettermi in ascolto con i singoli territori. Prima di recarmi in una determinata area, mi mettevo in contatto con le sedi locali delle associazioni raccogliendo segnalazioni relative ai casi più eclatanti di scempio del paesaggio. Gli attivisti di Salviamo il Paesaggio con cui ho collaborato, si sono rivelati tra i più competenti e disponibili durante il mio Grand Tour. Ho anche ricevuto molte offerte di ospitalità, ne cito una a titolo di ringraziamento, come ad esempio il favoloso agriturismo Il Cignale di Rita Rossi di Salviamo il Paesaggio di Penne (PE)”.

Fare squadra, quindi, con tutte le realtà quotidianamente impegnate per difendere quell’Italia migliore che ancora sopravvive al degrado. L’unico modo per raggiungere un obiettivo comune.

Fare questo reportage mi è costato un’enorme fatica”, conclude il fotogiornalista, “soprattutto perché nei due mesi e mezzo di viaggio ad ogni chilometro percorso mi rendevo sempre più conto che le aree di paesaggio non stuprate dal cemento sono davvero esigue, e al termine di ogni giornata alla fatica fisica si aggiungeva un senso di sconforto. Tuttavia questo reportage mi ha dato la possibilità di conoscere, ad ogni tappa, alcune delle tantissime persone che tramite associazioni e comitati combattono, da anni e nel silenzio, una guerra quotidiana per la salvezza dell’Italia. Senza quelle donne e quegli uomini che gratuitamente mi hanno dedicato il loro tempo, non avrei potuto realizzare questo reportage”.

Ed è proprio di quel genere di donne e uomini che l’Italia migliore ha disperato bisogno per non soccombere alla demoralizzazione, prima ancora che alla devastazione fisica del proprio territorio. Su col morale, non è ancora detto.

Marco Bombagi
Salviamo il Paesaggio Roma e provincia
www.salviamoilpaesaggio.roma.it

Inquinamento, il Nord Italia è nero

 

A Bruxelles l’Agenzia per l’ambiente diffonde gli ultimi dati sulla qualità dell’aria. Da Monza  a Padova, città italiane tra le peggiori in Europa. Troppi metalli pesanti, troppe polveri sottili. Ovvero: problemi respiratori, aumento dei carcinomi, deficit cognitivi nei bambini. E la politica? Non pervenuta

di Alberto D’Argenzio – espresso.it

 
 
       
 
 
 

Inquinamento, il Nord Italia è nero

Aria pesante nelle città italiane. A puntare il dito sulla scarsa qualità di ciò che si respiriamo nel Belpaese, soprattutto al nord, è l’Agenzia europea per l’ambiente che oggi a Bruxelles presenta il rapporto 2013 sulla Qualità dell’aria nella Ue.

“Nonostante il calo dei livelli di emissioni e le riduzioni delle concentrazioni di alcuni inquinanti atmosferici negli ultimi decenni – si legge nella presentazione del rapporto – lo studio dimostra che il problema dell’inquinamento atmosferico in Europa è ben lungi dall’essere risolto. Due inquinanti specifici, le polveri sottili e l’ozono troposferico, continuano ad essere una fonte di problemi respiratori, malattie cardiovascolari e riducono la speranza di vita. Nuove scoperte scientifiche mostrano che la salute umana può essere danneggiata da minori concentrazioni di inquinamento atmosferico di quanto si pensasse”.

Padova e Lecco guidano la classifica continentale dei giorni in cui, nel 2011 (ultimi dati rilevati su scala continentale) i livelli di ozono hanno superato i limiti di guardia, rispettivamente con 104 e 100. A seguire la spagnola Caceres, ma poi è di nuovo Italia con Pavia, Reggio Emilia, Treviso, Parma, Verona, Varese, Modena Udine e Novara. Tutta o quasi la geografia della pianura Padano-Veneta. E proprio il nord è, nelle mappe dell’Agenzia europea dell’ambiente, una grande macchia rossa, quella da allarme.

L’ozono, ricorda l’Agenzia europea, è un potente ed aggressivo agente ossidante: respirato a livelli elevati crea problemi polmonari e riduce l’aspettativa di vita, oltre ad influire negativamente sulla produzione agricola e sul riscaldamento del pianeta.

Altro indicatore di inquinamento atmosferico, il più temuto per la salute, è la presenza delle PM10: le polveri sottili capaci di penetrare, a seconda delle dimensioni, nelle diverse parti dell’apparato respiratorio. La loro presenza e composizione dipende dai processi di combustione, ma anche dall’asfalto, l’uso dei freni e dei pneumatici e da fenomeni più o meno naturali, come incendi, eruzioni ed erosione terrestre.

Monza ha superato per ben 121 giorni i limiti consentiti per le PM10, finendo 12esima in Europa. Davanti, la città dell’autodromo ha solo una sfilza di toponimi dell’ex cortina di ferro, in cui si pagano ancora i ritardi della riconversione industriale e l’uso del carbone. Veleggiano oltre i 100 giorni di limiti superati anche Cremona, Vicenza, Torino e Treviso.

Sempre Monza guida la classifica, questa volta assoluta, per la presenza di NO2, di diossido d’azoto, prodotto dai motori e dalla combustione di caldaie e complessi industriali. Alte concentrazioni di NO2 causano infiammazioni e riducono la capacità polmonare, oltre a favorire la formazione di polvere sottili ed azoto, con conseguenti ulteriori danni per la salute ed il clima. Altro allarme è quello per i metalli pesanti. I dati, fanno presente dall’Agenzia Ue, non vengono rilevati a bordo strada o di fronte alle centrali termoelettriche, ma in punti della città non prossimi alle fonti inquinanti, in pratica come se stessimo respirando in terrazza o al bar.

“La situazione è disastrosa” accusa Anna Gerometta dell’associazione milanese Genitori anti smog “dal rapporto dell’Agenzia Ue emerge una chiara mancanza di volontà politica di affrontare questo problema che sta assumendo delle proporzioni sanitarie spaventose: è desolante che i nostri ministri dell’ambiente, governatori e sindaci siano completamente insensibili o incoscienti da non prendere provvedimenti”.

E che la cosa non cambi, lo dimostrano anche i dati 2012 e 2013 per Milano: ozono che supera di due volte il livello ammesso per la salute e diossido d’azoto che quintuplica i limiti.

“Recenti studi” insiste Gerometta “dimostrano un impatto neurologico dell’inquinamento dell’aria sulla crescita dei bambini con effetti di deficit cognitivo e di una riduzione dello sviluppo della capacità polmonare del 30-40%, ed un nesso tra lo sviluppo dei tumori e la vicinanza alle fonti inquinanti”.

La soluzione? In primo luogo un piano per lo sviluppo dei trasporti pubblici ed un approccio moderno ai problemi della mobilità. Intanto la pianura Padano-Veneta continua a indicare profondo rosso nelle mappe dell’Agenzia europea dell’ambiente.

Un sottopasso piccolo, piccolo.

sottopasso stazione FS.jpgdal Corriere.it A cinque anni esatti dall’inaugurazione (13 ottobre 2008), il sottopassaggio è diventato un problema da risolvere più che motivo di festeggiamenti. E buona parte delle ragioni stanno nel fatto che è nato da un progetto partito in un modo e finito in un altro. Inizialmente infatti il sottopassaggio avrebbe dovuto sbucare in piazzale Marconi, ma – nonostante non fossero ancora tempi di «spending review» – è stato deciso di risparmiare, a fronte di un costo finale lievitato comunque a 3,9 milioni di euro. Si è accorciato il percorso, ma si è persa la soluzione ottimale, mettendo le basi per l’attuale ingorgo tra pendolari e studenti in controflusso. Nelle opere pubbliche spesso si manca di lungimiranza, finendo alla fine per avere risultati scadenti o pagare più di quanto si voleva risparmiare. Classico l’esempio dell’Autostrada del Sole che secondo i progettisti doveva nascere già negli anni Cinquanta con ben più di due corsie oltre a quella di emergenza.

Troppo ottimismo, secondo i politici dell’epoca, per le poche auto in circolazione; quanto avevano torto lo si scoprì dopo non molto tempo. Ma della scarsa capacità di immaginare il futuro abbiamo esempi anche in provincia, dalla superstrada della valle Seriana aperta a metà degli anni Settanta con una sola corsia a certi cablaggi telefonici nati con tecnologia già superata. Tornando al sottopasso, c’era tutto il tempo per meditare e trovare la soluzione migliore, combinando efficienza e costi, dato che dell’opera si discuteva fin dal dopoguerra. Nell’ottobre di 66 anni fa il Comune aveva dichiarato vincitore nel concorso per il superamento della ferrovia il progetto Pizzigoni-Angelini che prevedeva due rampe laterali per un sovrappassaggio.

Correva l’anno 1947 e non se ne fece nulla. Ci furono altri progetti, tutte le variabili possibili e immaginabili: cavalcavia stradali, ciclabili o solo pedonali, sottopassaggi, passerelle, la sopraelevazione del piazzale della stazione da collegare al cavalcavia per Orio, il sottopasso con spostamento dell’asse della stazione, la «forchetta» con il prolungamento di via Fantoni e via Paglia oltre la ferrovia, il «ponte strallato» con sostegno tra i binari… Alla fine si decise per la soluzione apparentemente più economica: il prolungamento del sottopasso per i viaggiatori del treno creato nel 1952 con l’entrata in esercizio del quinto binario. Che però aveva tutt’altro utilizzo. Così già all’origine c’era un «vizio» nel progetto.Sono diversi gli esempi di progetti modificati in corso d’opera per arrivare a un risultato finale peggiore. Emblematico è lo svincolo dell’autostrada, groviglio creato più di vent’anni fa quando è stato tolto un livello di strada al progetto iniziale. Sono risparmi del momento che si pagano con svantaggi futuri, a volte solo per gli utenti – paradossale per opere che si definiscono pubbliche – a volte anche in termini monetari. Un po’ come lesinare sulle manutenzioni o assegnare appalti al massimo ribasso a prezzi chiaramente insostenibili. Le revisioni, alla fine, portano inevitabilmente a costi superiori al previsto, con buona pace della gestione efficiente della cosa pubblica.

Bergamo. Porta Sud : urge un chiarimento.

Piazza vecchia pavimentazione..jpgEra uno dei progetti strategici per la Città. Avrebbe dovuto salvare dal degrado la parte sud collegandola con il centro urbano partendo dal recupero della scalo merci ferroviario. Si parlava di centro intermodale per il trasporto passeggeri su ferro e su gomma. Niente di tutto questo. Un nuovo e assurdo megaprogetto  da un milione e mezzo di metri cubi si è rivelato una vera palla di piombo; il resto è stato opera di scelte mai chiare e sempre rinviate. Risultato: una serie di bilanci in passivo con la conseguente chiusura dei battenti della società e con gli enti pubblici a pompare soldi dei cittadini per la gestione.

Comune di Bergamo e Provincia hanno offerto in proposito pochissime spiegazioni alla Città. In verità sono in pochi a sollecitarle, anche perché sono in vista le prossime elezioni e chi ha gestito la vicenda ha intenzione di restare o ritornare in pista come se niente fosse accaduto.

lu.na