Bonifiche dei siti inquinati: chimera o realtà?

da legambiente.it

Aurora100 mila ettari inquinati in 39 siti di interesse nazionale e 6 mila aree di interesse regionale, in attesa di bonifica.  Da Taranto a Crotone, da Gela e Priolo a Marghera, passando per la Terra dei fuochi: un business da 30 miliardi di euro tra ritardi, inchieste giudiziarie e commissariamenti . La storia del risanamento in Italia sembra ferma a dieci anni fa nonostante i drammatici effetti sulla salute  Rischio ecomafie e criminalità in tutta Italia: dal 2002 concluse 19 indagini, emesse 150 ordinanze di custodia cautelare, denunciate 550 persone e coinvolte 105 aziende

In Italia le superfici, terrestri e marine, individuate negli ultimi 15 anni come siti contaminati sono davvero rilevanti. I risultati ottenuti fino ad oggi per il raggiungimento della bonifica di queste aree invece, non sono purtroppo altrettanto rilevanti. Secondo il Programma nazionale di bonifica curato dal Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, il totale delle aree perimetrate come siti di interesse nazionale (SIN) è arrivato negli anni a circa 180mila ettari di superficie, scesi oggi a 100mila ettari, solo grazie alla derubricazione dello scorso anno di 18 siti da nazionali a regionali (i SIN sono quindi passati da 57 a 39).
Solo in 11 SIN è stato presentato il 100% dei piani di caratterizzazione previsti (è il primo step del processo di risanamento che definisce il tipo e la diffusione dell’inquinamento presente e che porta alla successiva progettazione degli interventi). Anche sui progetti di bonifica presentati e approvati emerge un forte ritardo: solo in 3 SIN è stato approvato il 100% dei progetti di bonifica previsti. In totale, sono solo 254 i progetti di bonifica di suoli o falde con decreto di approvazione, su migliaia di elaborati presentati.
Le bonifiche vanno a rilento, ma non il giro d’affari del risanamento ambientale che si aggirerebbe intorno ai 30 miliardi di euro. Dal 2001 al 2012 sono stati messi in campo 3,6 miliardi di euro di investimenti, tra soldi pubblici (1,9 miliardi di euro, pari al 52,5% del totale) e progetti approvati di iniziativa privata (1,7 miliardi di euro, pari al 47,5% del totale), con risultati concreti davvero inesistenti.

Il dossier Le bonifiche in Italia: chimera o realtà? è stato presentato oggi a Roma nel corso di un convegno che ha visto la partecipazione di Vittorio Cogliati Dezza (presidente di Legambiente), Andrea Orlando (ministro dell’Ambiente e tutela del territorio e del mare), Ermete Realacci (presidente Commissione ambiente Camera dei deputati), Alessandro Gilotti (presidente Unione Petrolifera), Daniele Ferrari (vice presidente Federchimica e amministratore delegato di Versalis), Catia Bastioli (presidente del Kyoto Club e amministratore delegato di Novamont), Pietro Comba (responsabile del dipartimento epidemiologia ambientale dell’Istituto superiore di Sanità), Fabrizio Bianchi (Unità di Epidemiologia ambientale dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr di Pisa), Giovanni Romano (assessore all’ambiente Regione Campania), Michele Buonomo (presidente Legambiente Campania) e Mariella Maffini (coordinatrice Rete dei Comuni Siti di Interesse Nazionale).

“Sebbene i primi 15 SIN da bonificare furono identificati nel 1998, nonostante le risorse impiegate e le semplificazioni adottate, la situazione attuale è di sostanziale stallo – ha dichiarato il vice presidente di Legambiente Stefano Ciafani -. Caratterizzazioni e analisi effettuate in modo a volte esagerato e inefficace, progetti di risanamento che tardano ad arrivare e bonifiche completate praticamente assenti, a parte qualche piccolissima eccezione. Il Ministero dell’ambiente arranca, dietro alle migliaia di conferenze dei servizi e documenti, intanto i responsabili dell’inquinamento, pubblici e privati, ne approfittano per spalmare su più anni gli investimenti sulle bonifiche. Nel frattempo sono sempre più numerose le indagini sulle false bonifiche e sui traffici illegali dei rifiuti derivanti dalle attività di risanamento. Occorre un vero cambio di passo per fare quello che è stato già realizzato con successo in altri paesi industrializzati”.

In questo scenario di grandi ritardi nelle attività di bonifica, un ruolo non marginale lo hanno avuto anche una parte dei soggetti responsabili dell’inquinamento. Sono numerose le storie di melina – per usare una metafora calcistica – operata dalle aziende sulle operazioni di bonifica. Un esempio è quello dell’Ilva di Taranto o della Stoppani di Cogoleto (Ge), un’azienda chimica che per decenni ha inquinato di cromo esavalente il torrente Lerone e un tratto di costa del Mar Ligure. Lo stesso vizio viene praticato anche da aziende pubbliche o a prevalente capitale pubblico, come nel caso della Syndial nella bonifica di Crotone.

La forte concentrazione di inquinanti nell’ambiente e i ritardi negli interventi di bonifica causano anche evidenti danni alla salute. Il progetto Sentieri, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, conclusosi nel 2011 e in corso di aggiornamento, ha realizzato il profilo sanitario delle popolazioni residenti in 44 SIN: si va dall’eccesso di tumori della pleura nei SIN con l’amianto (Balangero, Casale Monferrato, Broni, Bari-Fibronit e Biancavilla) o dove l’amianto è uno degli inquinanti presenti (Pitelli, Massa Carrara, Priolo e Litorale Vesuviano), agli incrementi di mortalità per tumore o per malattie legate all’apparato respiratorio per le emissioni degli impianti petroliferi, petrolchimici, siderurgici e metallurgici (Gela, Porto Torres, Taranto e nel Sulcis in Sardegna). Sono stati evidenziate malformazioni congenite (Massa Carrara, Falconara, Milazzo e Porto Torres) e patologie del sistema urinario per l’esposizione a metalli pesanti e composti alogenati (Piombino, Massa Cararra, Orbetello, nel basso bacino del fiume Chienti e nel Sulcis). Emergono anche gli eccessi di malattie neurologiche da esposizione a metalli pesanti e solventi organo alogenati (Trento nord, Grado e Marano e nel basso bacino del fiume Chienti), ma anche dei linfomi non Hodgkin da contaminazione da PCB (Brescia).

A proposito di territori dove l’inquinamento è diffuso e le bonifiche non sono mai partite, una menzione a parte la merita la Campania, con la sua Terra dei fuochi, parte del sito inquinato più vasto denominato Litorale domitio flegreo e Agro aversano. Quest’ultimo fu uno dei primi 15 SIN inseriti nel programma nazionale di bonifica nel 1998 ma un anno fa, in modo del tutto incomprensibile, è stato trasformato in SIR, sito di interesse regionale, con un decreto del Ministero dell’ambiente che lo ha declassificato con il benestare della Regione Campania. Contro questo decreto Legambiente ha presentato ricorso al Tar del Lazio e ora attendiamo l’atto normativo annunciato nei giorni scorsi dal ministro Orlando per farlo tornare ad essere SIN.

Dal dossier emerge chiaramente anche il rischio di illegalità e di infiltrazione ecomafiosa nel settore e non solo nelle regioni del sud Italia. Il coinvolgimento del centro-nord come luogo di smaltimento illegale dei rifiuti speciali e pericolosi emerge da molti anni nello scacchiere dei traffici illeciti lo stesso vale anche per le bonifiche, come dimostra anche la recentissima indagine su Pioltello (Mi), che ha portato all’arresto di due dirigenti di Sogesid e di altre quattro persone tra cui l’ex capo della segreteria tecnica dell’ex ministro Prestigiacomo, Luigi Pelaggi.

In base alle elaborazione di Legambiente dal 2002 ad oggi sono state 19 le indagini su smaltimenti illegali di rifiuti derivanti dalla bonifica di siti inquinati (pari all’8,5% del totale delle indagini concluse contro i trafficanti di rifiuti), sono state emesse 150 ordinanze di custodia cautelare, sono state denunciate 550 persone e coinvolte 105 aziende. Queste indagini sono state concluse da 17 Procure della Repubblica di diverse parti d’Italia (Alessandria, Bari, Bologna, Brescia, Busto Arsizio (Va), Chieti, Grosseto, Massa, Milano, Rieti, Siena, Trapani, Udine, Velletri, Venezia, Verbania e Viterbo).

“Se non decollerà il settore delle bonifiche, non riusciremo a riconvertire il sistema produttivo italiano alla green economy – ha concluso il responsabile scientifico di Legambiente Giorgio Zampetti -. Nonostante i gravi ritardi del risanamento, però alcuni casi di riconversione cominciano a concretizzarsi: basti pensare alle bioraffinerie di Crescentino (Vc) già attiva o a quella in costruzione a Porto Torres (Ss). Ma non basta. Il Governo e il Parlamento devono accelerare il processo di risanamento ambientale, risolvendo anche il problema delle risorse, ma anche il mondo industriale deve fare la sua parte mettendo in campo azioni concrete, bonificando in tempi non geologici i suoli e le falde inquinate, con adeguate risorse economiche ed umane, per risanare le gravi distorsioni di uno sviluppo corsaro e distruttivo, che ha reso inutilizzabili intere aree del Paese, creando piuttosto quell’auspicabile equilibrio tra ambiente, salute e lavoro che può aprire un prospettiva concreta di lavoro e di sviluppo”.

Per avviare concretamente i processi di risanamento ambientale in Italia, Legambiente presenta 10 proposte:

1. Garantire maggiore trasparenza sul Programma nazionale di bonifica, permettendo a tutti di accedere alle informazioni sull’aggiornamento del risanamento di ciascun sito di interesse nazionale da bonificare.

2. Stabilizzare la normativa italiana e approvare una direttiva europea sul suolo

3. Rendere più conveniente l’applicazione delle tecnologie di bonifica in situ, passando dalla stagione delle caratterizzazioni a quella dell’approvazione dei progetti e dell’esecuzioni dei lavori, per realizzare bonifiche vere e non le solite messe in  sicurezza o i soliti tombamenti.

4. Istituire un fondo nazionale per le bonifiche dei siti orfani: uno strumento attivo negli Stati Uniti dal lontano 1980 (quando fu approvata la legge federale sul Superfund) e previsto anche nella proposta di direttiva europea sul suolo presentata nel 2006.

5. Sostenere l’epidemiologia ambientale per praticare una reale prevenzione

6. Fermare i commissariamenti

Anche sulle bonifiche dei siti inquinati – così come su altre emergenze ambientali – i commissariamenti attivati negli anni si sono dimostrati un vero fallimento.

7. Potenziare il sistema dei controlli ambientali pubblici

8. Introdurre i delitti ambientale nel codice penale

9. Applicare il principio chi inquina paga anche all’interno del mondo industriale, promuovendo all’interno delle associazioni di categoria iniziative tese a escludere i soci che ricorrono a pratiche illecite nello smaltimento dei rifiuti, anche derivanti da operazioni di bonifica.

10. Ridimensionare il ruolo della Sogesid, società pubblica attiva sulla gran parte dei SIN e al centro di recenti indagini giudiziarie, affinché il Ministero e gli altri enti di supporto riprendano appieno le loro competenze ed affidino eventualmente specifiche attività a soggetti individuati sulla base di gare pubbliche o comunque sulla base di valutazioni comparative.

Lombardia: un appartamento al minuto da mezzo secolo ma l’assalto al territorio non si ferma.

Lombardia: un appartamento al minuto da mezzo secolo ma l’assalto al territorio non si ferma

 

lombardia

Da 53 anni nella regione si consumano 85 metri quadri di suolo al minuto: praticamente un appartamento. E’ il dato più eclatante del report presentato dal Forum sull’Urbanistica di Cusano Milanino. Ma si continua a costruire, come succede a Sesto San Giovanni, città urbanizzato al 95%.

Nel report Cusano Milanino Consumo di suolo 90% realizzato dal Forum sull’Urbanistica di Cusano Milanino si illustrano interessanti dati e confronti che descrivono il problema del consumo di suolo in questo comune a nord di Milano ed in generale di tutta la Provincia ed oltre.

Perché il dossier?

Come si legge nell’introduzione lo studio mira a contribuire alla diffusione della conoscenza di queste tematiche e dare consistenza numerica al problema del consumo del suolo.
Suolo che, come ricordato nel documento, è la risorsa che garantisce cibo, ossigeno, acqua, giusta temperatura, relax, biodiversità e paesaggio. In pratica è fondamentale per tutelare la salute di tutti.

Sesto San Giovanni ed il nord Milano

Il problema è ampiamente riconosciuto: i dati del dossier confermano per la zona nord di Milano quanto era già stato descritto dallo studio sulla valutazione del degrado ambientale.

Eppure si continua a costruire. A Cusano Milanino come a Sesto San Giovanni,comune cresciuto a ritmi sostenuti negli ultimi anni, dove non sembra esserci inversione di tendenza. Incombe il progetto della Città della Salute: palazzine di uffici e abitazioni per 15-20mila abitanti nelle aree ex Falck.

Sembra importare poco l’elevato livello di occupazione del suolo, 95%, e il sicuro sorpasso, con l’intervento sopra descritto, di altri comuni come Bresso, di poco più “cementificata” (95,1%) staccando Cusano Milanino (89,5%) e Cinisello Balsamo (87,9%).

Analisi storiche

Il territorio nel Nord Milano è da tempo compromesso: l’esempio più emblematico è Bresso, il comune che ha consumato più suolo nel decennio 1999/2009 con un passaggio dall’87% al 95,1%. Andando più indietro nel tempo con una vera e propria analisi storica, è Arese il comune che è cresciuto di più, in pratica di 11 volte, dal 1954 al 2009. Un dato alto anche per Lainate e Cologno Monzese cresciuti intorno a 7 volte.

L’Hinterland a nord del capoluogo presenta un livello di occupazione del suolo in linea con quello della città di Milano: qui e nei comuni confinanti si consuma il doppio del resto della provincia. Sta meglio la zona sud con comuni che presentano grandi aree urbanizzate, come Abbiategrasso, San Giuliano M. e Peschiera che sono però più “fortunati” perché hanno ancora tanto suolo libero.

Oltre provincia, la situazione non migliora

Il dossier allarga ancora l’analisi: nella sciagurata gara tra le provincie quella milanese è messa meglio di quella di Monza e Brianza che ha un’occupazione maggiore di un terzo rispetto alla prima. Pesando diversamente il suolo, considerando cioè quello “utile” calcolato attribuendo coefficiente minore ai territori montani e collinari e sottraendo le acque interne, Varese balza in testa con un consumo al 65,8% superando le prime due.
Non solo in Italia, quello del consumo del suolo è un problema continentale: in Europa, come si vede chiaramente a pagina 13 del dossier, le aree urbanizzate crescono non solo attorno alle grandi città ma si diffondono anche intorno a città più piccole e nelle aree rurali.

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Consumo del suolo e incremento demografico

Da sempre si collega il consumo di suolo all’incremento demografico. Nella zona del Nord Milano la crescita della popolazione è stata molto forte a causa dell’immigrazione negli anni 50 e 60, poi rallentata e diminuita nei decenni successivi fino al leggero aumento dovuto ancora all’immigrazione, questa volta straniera, all’inizio degli anni 2000.

Il legame tra queste componenti è certo, ma lo studio ha evidenziato un aspetto importante: a pari densità abitativa comuni diversi possono aver avuto sviluppi diversi.

Perché succede questo? Perché il consumo di suolo non dipende solo dalla popolazione che si insedia in un Comune ma anche, e soprattutto, dalle scelte fatte, più o meno oculate, in tema di governo del territorio.

Luca D’Achille

L’etica dell’architetto e il giuramento di Vitruvio.

da salviamoilpaesaggio.it     Salvatore Settis ha lanciato, dalle colonne de “Il Sole 24 Ore” di domenica 12 gennaio, una proposta che ritengo non debba passare inosservata e che riguarda un necessario codice etico di cui anche i professionisti del mondo dell’architettura dovrebbero dotarsi con urgenza.

Settis antepone la sua proposta con la considerazione di quanto le devastazioni del nostro paesaggio non possano essere esclusivamente addebitate alla «perversa alleanza tra forze diverse dell’imprenditoria, della finanza, della politica e delle mafie. Ma ne sono responsabili anche architetti, ingegneri e urbanisti» (e mi verrebbe da aggiungere anche i geometri) …

Se accettiamo questa corresponsione di responsabilità, allora è nel campo etico che dobbiamo agire, prendendo ad esempio ciò che per la professione medica rappresenta il «giuramento di Ippocrate: regolerò ogni prescrizione per il giovamento del malato secondo le mie possibilità e il mio giudizio; e giuro che mi asterrò dal recar loro qualsiasi danno e offesa (…). In qualsiasi casa io entri, giuro che vi entrerò solo per il bene dei malati, astenendomi da ogni offesa volontaria e da ogni abuso».

 Il prof. Settis propone di creare un analogo “giuramento” anche per la professione dell’architetto, poggiando sulle caratteristiche descritte da Vitruvio nei primi passi del suo trattato “De architectura”: «La scienza dell’architetto richiede l’apporto di molte discipline e di conoscenze relative a svariati campi. Egli dev’essere in grado di giudicare i prodotti di ogni altra arte. La sua competenza nasce da due componenti: quella pratica, che è la costruzione e quella teorica. La “fabrica” consiste nell’esercizio continuato e ripetuto dell’esperienza costruttiva, che si concreta quando l’architetto di sua propria mano, sulla base di un disegno progettuale, realizza l’edificio desiderato. La ratiocinatio consiste nella capacità di esporre e spiegare gli edifici, una volta costruiti con debita diligenza, secondo computi matematici e proporzionali. Solo chi padroneggia sia la pratica che la teoria è dotato di tutte le armi necessarie e può conseguire pieno successo (…).L’architetto deve dunque avere ingegno naturale ma anche sapersi sottoporre alle regole dell’arte (…) Deve avere cultura letteraria, essere esperto nel disegno, preparato in geometria e ricco di cognizioni storiche; deve averenozioni di filosofia e di musica, saper qualcosa di medicina e di diritto, ma anche di astronomia e astrologia».

Per Settis, dunque, un “giuramento di Vitruvio”, perfetto equivalente di quello di Ippocrate per i medici, avrebbe impedito a chiunque costruisce oggi in Italia di edificare a un passo dalle discariche campane o su pavimentazioni basate su rifiuti tossici, in Calabria come in Lombardia, poichè il suo giuramento lo avrebbe costretto a costruire solo «salubres habitationes»; e neppure una “archistar” avrebbe potuto garantire una «copertura professionale».

Le qualità che Vitruvio chiedeva all’architetto sono ancora attuali?, domanda Settis indicando l’arretramento delle scuole di architettura in tutto il mondo, in particolare nella storia dell’arte e della stessa architettura «quasi fosse un peso gravoso di cui liberarsi per vivere gloriosamente uno smemorato presente».

«Le urgenze del presente ci spingono a rileggere le vicende del passato non come mero accumulo di dati eruditi ma come memoria vivente delle comunità umane (…). E’ infatti dovere, anzi mestiere, di chi “fa storia” coltivare uno sguardo lungo, una visione delle cose e degli uomini che riguarda tanto il passato quanto il futuro, necessariamente imperniandosi sul presente ma non come spettatori passivi, bensì interpretandone le contraddizioni alla luce della storia, premessa necessaria per provare a costruire un futuro diverso e migliore».

Mi verrebbe da chiosare che «un futuro diverso e migliore» è l’unica nuova edificazione che oggi vorremmo concederci … !

E certamente un giuramento così etico, che coniughi il «rispetto della storia (e dei contesti)» e «l’attenzione per la salute; due facce della stessa medaglia» – così come il prof. Settis conclude il suo intervento propositivo – rappresenta un cardine per la professione del futuro (e del presente).

All’interno della nostra ramificata rete nazionale del Forum Salviamo il Paesaggio, i sintomi di questo “nuovo codice etico” sono già ben presenti e l’esempio di quel gruppo di giovani (e non solo giovani) architetti “obiettori dal consumo di nuovo suolo”, che da mesi sta ricercando una strada collettiva per dirottare le richieste di chi spasima (sempre meno …) per una nuova villetta orientando, all’opposto, in direzione dell’individuazione di una diversa soluzione di recupero dell’esistente, mi pare già una pietra miliare. Che tutti ci auguriamo – Vitruvio in primis – diventi prassi.

80% dell’area dei Riunti alla Guardia di Finanza.

da il corriere.it   La Guardia di Finanza è davvero convinta di voler trasferire l’intera Accademia a Bergamo e lo dimostra con i fatti. Una prima versione del piano per convertire gli ex OspedaliRiuniti nel polo di alta formazione delle fiamme gialle verrà presentato nelle prossime settimane ai parlamentari bergamaschi e all’amministrazione comunale. Un primo dettaglio dà già l’idea di cosa potrebbe diventare l’area: nella bozza del progetto è previsto che la sede dei finanzieri occupi l’80% degli spazi dell’ospedale dismesso. Oltre 100 mila metri quadrati, sui 140 mila totali, sarebbero destinati all’Accademia. Dopo il passaggio di proprietà dell’area ospedaliera alla Cassa depositi e prestiti, il percorso verso il trasloco delle fiamme gialle in largo Barozzi ha avuto un’accelerazione. L’acquisto, da parte della società controllata dal Ministero dell’Economia, sarebbe stato funzionale proprio all’obiettivo già dichiarato apertamente dalla Finanza: riunire in una sola sede i cinque anni di corso, attualmente suddivisi tra Bergamo (primo triennio) e Castelporziano, vicino a Roma (biennio di specializzazione). La volontà dei vertici del corpo di polizia, determinati a trasferire tutta l’Accademia a Bergamo, è stata decisiva e ha spinto il Ministero dell’Economia a dare il via libera prima all’acquisto per 55 milioni di euro dell’area, poi a far avanzare un progetto che comunque avrà costi non indifferenti per l’adeguamento delle strutture.

 

L’ingresso degli ex ospedaliL’ingresso degli ex ospedali

 

Si tratterà di trasformare i padiglioni storici dei Riuniti – o di abbattere e ricostruire le zone di minor pregio – in alloggi, aule per i corsi e impianti sportivi (che dovrebbero poi essere a disposizione anche del quartiere). L’Accademia spende già oggi 3,2 milioni di euro per l’affitto della sede di via Statuto – di proprietà del Fip, Fondo immobili pubblici – e l’operazione sull’ex ospedale ripeterebbe questo schema, anche se a incassare sarebbe un’azienda «di famiglia» come la Cdp. Comune e parlamentari bergamaschi saranno convocati a Roma nel giro di un paio di settimane. Costi, modi e tempi dell’operazione sono tutti da valutare, ma la determinazione del comando generale della Finanza è un punto di partenza importante, ottenuto anche grazie all’impegno trasversale dei parlamentari bergamaschi – di ogni colore politico – che dall’estate scorsa hanno lanciato l’idea del trasloco dei cadetti in largo Barozzi e tenuto i rapporti con le fiamme gialle. Il Ministero dell’Economia è pronto a mettere sul piatto le risorse necessarie, ma gli ostacoli politici e amministrativi non saranno semplici da superare. Quando la Finanza avrà presentato il suo progetto, la palla passerà al Comune di Bergamo, che dovrà modificare il Piano di governo del territorio, variando le attuali destinazioni d’uso (commerciale, residenziale, servizi, oltre a spazi per l’Università) previsti sull’area dei Riuniti. L’obiettivo dei finanzieri è ottenere il via libera al progetto nei tempi più stretti possibili. Da parte dell’amministrazione Tentorio la disponibilità a fare in fretta c’è e il fatto che l’area sia inclusa nell’Accordo di programma per il nuovo ospedale – pratica formalmente non chiusa – dovrebbe consentire procedure più snelle. Forse non abbastanza perché il consiglio comunale approvi il piano prima del voto di maggio, sicuramente però in tempo per rendere la proposta dei finanzieri argomento centrale della campagna elettorale.

Bergamo vista dal basso.

Area ex gasometroQuando ancora si coltivavano ambizioni per “Bergamo Capitale della Cultura”  ci siamo permessi di commentare in questo modo le iniziative della giunta in carico: “E poi basta portare i visitatori nei posti giusti che l’assessore conosce bene: Città Alta, il centro città, i Palazzi della cultura ecc,. Mica vorrete portare i turisti alla Celadina, dietro al macello. Oppure organizzare qualche notte bianca dietro al mercato ortofrutticolo. Si potrebbe attrezzare per bene l’area dell’ex gasometro dove si sta realizzando il parcheggio interrato promesso: spero che venga ultimato entro la prossima primavera.”  Ieri l’Eco di Bergamo ha riportato un lunghissimo servizio su una delle aree di cui sopra. Si tratta dell’area che va dall’ex gasometro della Malpensata fino al confine con Seriate, con connotati evidenti di degrado che con gli anni aumenta in maniera esponenziale. La zona corre per un tratto lungo i binari ferroviari per poi arrivare dietro all’ex macello e al mercato ortofrutticolo. Il disinteresse della politica per queste indecorose realtà è testimoniato anche dalla recente presentazione dei candidati sindaci. Nessuno, neanche il supergettonato Gori, ha accennato minimamente al degrado dei quartieri periferici, a partire dal tratto Malpensata, Borgo Palazzo, Celadina. D’altra parte dalle dorate residenze di Città Alta non si scorgono le sporcizie e il degrado urbano delle zone basse. Nè nessuno del numeroso staff ha segnalato alcunché in proposito.

Quel degrado non dipende da eventi naturali, ma da errori amministrativi degli ultimi anni e precisamente da due fallimenti: a) Porta sud; b)mancata valorizzazione, riqualificazione e vendita dell’area della Celadina. Questi due progetti avevano come obiettivo la restituzione dell’area a decoro urbano. Megalomania progettuale e debiti (Porta Sud) e inerzia amministrativa (Celadina) hanno avuto come conseguenza l’aumento progressivo del degrado e la caduta della qualità della vita di tantissimi bergamaschi che non hanno la fortuna di accedere al mercato immobiliare di Città Alta.

lu.na.

 

 

Porta Sud: Errori scoperti con grave ritardo.

Porta sudOggi su Bergamonews è stata pubblicata una lettera dell’ex consigliere di amministrazione della società Porta Sud Alberto Barzanò. Egli in sostanza rimprovera all’assessore Pezzotta di non aver modificato due anni fa il progetto ritenuto “utopia allo stato puro” , soprattutto nella parte riguardante l’assurda “collina artificiale”. In proposito questa sortita non può che far piacere. Tuttavia bisogna aggiungere che quel progetto è stato condiviso dal Consiglio di Amministrazione fin dalla sua nascita all’incirca sette anni fa. Una proposta che ha portato il totale di metri cubi da 350mila a ben 1 milione e mezzo circa con un ampliamento del perimetro senza alcun passaggio in consiglio comunale. Su questo sito abbiamo scritto e riscritto l’inattendibilità di quel progetto da noi definito a fattibilità zero, ma società a Comune sondo andati avanti imperterriti facendo pagare un consitente prezzo alla collettività. Questo senza contare le perdite di bilancio che sono state ripianate dal Comune e dagli altri soci pubblici. Le forza politiche in consiglio comunale non hanno mai messo mani sull’argomento e l’avrebbero dovuto fare se non altro in nome del principio elementare di trasparenza. Ora è tardi  per rimediare e le prese di distanza  servono a poco o niente.

Ecco cosa abbiamo scritto nel 2009 in proposito: “Il consiglio comunale di Bergamo è chiamato a decidere una ricapitalizzazione di 800.000 euro per coprire le perdite ammontanti complessivamente a 772.729 euro. In un anno di ricavi fermi a 43.333 euro, la società ha speso, tra le tante voci, 101.733 euro per il consiglio di amministrazione, 127.966 per consulenze tecniche, 18.162 per consulenze legali, 136.066 per stipendi, tra cui figurano 67.500 euro come costo per il personale distaccato dalle ferrovie dello stato (anche loro a mungere), 13.183 per partecipazione a fiere e convegni, 4.224 per viaggi e trasferte, 8.004 per rimborsi spese, 5.194 per spese di rappresentanza, più altro. Ci chiediamo se dopo cinque anni la società può considerarsi “in fase iniziale” e se può ritenersi normale un deficit composto prevalentemente da stipendi, compensi, consulenze e rimborsi spese.”

Ed ecco la lettera del dottor Barzanò pubblicata oggi su bergamonews.it

“Ho letto che l’assessore all’urbanistica Andrea Pezzotta ha molto giustamente dichiarato che “pensare oggi che possa essere realizzato il cosiddetto ’suolo artificiale’ (la collina artificiale lunga più di un chilometro e del costo di svariate dozzine di milioni di euro) è utopia allo stato puro. Così come sarebbe assurdo immaginare di costruire centinaia di nuovi appartamenti previsti dal progetto, che andrebbero ad aggiungersi alla quantità di abitazioni invendute che appesantiscono il nostro mercato immobiliare”. Fa piacere sapere che il Comune di Bergamo ha finalmente cambiato posizione su Porta Sud.

Peccato che negli ultimi due anni la posizione dichiarata “utopia allo stato puro” dall’Assessore Pezzotta sia stata quella ufficialmente sostenuta dal Comune di Bergamo attraverso il Sindaco Tentorio nell’assemblea dei soci di Porta Sud e coerentemente doverosamente difesa a spada tratta in Consiglio di Amministrazione dall’ex Presidente di Porta Sud, avv. Buzzanca, pur contro il parere unanime di tutti gli altri soci e di tutti gli altri consiglieri di amministrazione (incluso l’arch. Marco Baggi, designato dal Comune di Bergamo al pari dell’avv. Buzzanca).

Se solo il Comune di Bergamo avesse fatto propria questa medesima posizione quando era stata unanimemente sostenuta dal Consiglio di Amministrazione di Porta Sud spa due anni fa (quando già la situazione era da tempo quella correttamente prospettata oggi dall’avv. Pezzotta) con l’eccezione del Presidente Buzzanca e l’avesse sostenuta con convinzione, non si sarebbe certamente arrivati allo scioglimento di Porta Sud (trasformata nel frattempo in srl), costretta per troppi mesi all’inattività forzata (e dunque destinata a sicuro fallimento, se il Consiglio di Amministrazione non avesse alla fine costretto i soci a scioglierla in extremis) proprio dalla recisa e ostinata opposizione del Comune (e del solo Comune) a considerare soluzioni diverse da quella che oggi viene così autorevolmente definita come l’”utopia allo stato puro”.

Alberto Barzanò,

ex consigliere di amministrazione di Porta Sud spa e di Port

Presentazione Gori: i problemi sono rimasti fuori.

ImmagineIlComuneTanta gente dentro, ma i problemi della Città sono rimasti fuori: qualche slogan generico, ma per dirla alla Crozza, Giorgio Gori non aveva portato la “cartella del come”.  I titoli dei programmi dei candidati sindaci degli ultimi anni erano tutti presenti.  Facciamo un esempio: si fa presto a dichiarare “basta col consumo del suolo”. Nessuno gli ha riferito, però,  che il PGT di Bergamo prevede circa 4,5 milioni di metri cubi di nuovo cemento. L’omissione potrebbe derivare dalla circostanza che gli autori del Piano ieri erano seduti in prima fila ad applaudirlo. E, per dirla tutta, la citazione non è stata neanche corretta in quanto ha lasciato intendere che è il centrodestra a marciare in direzione opposta. Invece tutti sanno che le previsioni urbanistiche esagerate sono opera dei suoi sostenitori. E allora, la vogliamo dire una parolina sull’argomento, oppure è tabù?  Nessun accenno alla gestione delle società partecipate del Comune che hanno inghiottito gran parte delle tasse e dei contribuiti dei cittadini nel silenzio del Consiglio Comunale. E della macchina amministrativa che è stata implicata negli ultimi tempi in situazioni delicate non diciamo niente? Ma il massimo è l’affermazione riportata sulla stampa: “Bergamo Città Universitaria”. C’è da sperare che si tratti di un’invenzione dei giornalisti. Ma come? Dopo aver cancellato la proposta di Campus Universitario condivisa per oltre dieci anni dalle amministrazioni di diverso colore politico non si possono fare queste battute. E ad applaudire c’erano anche gli autori di questa deprecabile operazione portata avanti assieme a Formigoni. Il tutto con l’approvazione di un brutto progetto di recupero improntato a far cassa, operazione anch’essa fallita.  Sulla rete si leggono scambi di accuse tra gli avversari di Tentorio definito  “immobile” e il popolo di centrodestra che risponde attribuendo l’etichetta di cementificatori a quelli del centro sinistra. Non una bella possibilità di scelta per i cittadini. In sintesi l’unica novità è stata l’entrata  della  “chiavetta USB” sulla scena politica a Bergamo.

L’incerta lotta al consumo dei suoli.

salviamo il paesaggioda salviamoilpaesaggio.it E’ di pochi giorni fa il si al Disegno di Legge: “Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato”, proposto dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali. La proposta era già approdata in Consiglio dei Ministri in giugno (2013), ora è stata approvata dalla Conferenza Unificata, composta da soggetti dell’apparato statale e da quelli appartenenti alle autonomie locali, e dallo stesso Consiglio.
L’atto poteva costituire un passo importante, perché finalmente il Governo non solo discute ma cerca di trattare operativamente il problema del consumo di suolo. Tuttavia la stesura finale del provvedimento risulta largamente insufficiente, in quanto conserva tutti gli elementi contradditori già presenti nella bozza originaria e oggetto di svariate critiche da più parti, perché tali da indebolire, fino a vanificarne le migliori opzioni, l’efficacia del provvedimento.
Il nostro è un paese in cui l’ingombro dell’urbanizzato giunge a coprire il 20% circa del suolo nazionale, Bernardino Romano ed altri urbanisti, nell’ambito della ricerca “Riutilizzare l’Italia” riporta i dati di Ecoplanum sul censimento delle superfici cementificate -aggiornato al 2010- tratto dall’incrocio tra restituzioni satellitari, ortofotocarte e letture delle carte tecniche di tutte le regioni: sostiene che il risultato parziale, relativo a meno del 50%  del territorio nazionale, fornisce già un dato confermato di urbanizzazione di 35mila chilometri quadrati circa su un totale di 301mila, più del 10 %! Allorchè l’indagine sara’ completata il dato supererà certamente la soglia citata. Accanto a questa emergono clamorosamente i dati relativi alle stanze vuote ed ai volumi commerciali ed industriali inutilizzati: per le prime siamo a circa venti milioni, mentre i secondi ormai superano il miliardo di metri cubi (tra qualche settimana saranno ufficiali i dati dell’ultimo censimento).

Di fronte a tale situazione, si invocava una legge sul blocco del consumo di suolo che fosse veramente tale: escludendo  qualsiasi nuova edificazione, a meno di casi particolarissimi; fornendo ai piani urbanistici chiare strumentazioni per ridurre o azzerare i diritti edificatori già acqiusiti,specie in contesti già segnati da forte sovrabbondanza di offerta; cancellando la possibilità che le leggi “di emergenza”berlusconiane (La Legge Obiettivo per le infrastrutture, quelle speciali per energia.rifiuti, depurazione,etc.) potessero aggirare la stessa pianificazione,anche paesaggistica; determinando con forza verso il recupero -anzichè le nuove costruzioni- la direzione delle nuove politiche urbane e territoriali.

Il provvedimento invece ha tralasciato tali caveat, mantenendo tutti gli elementi di confusione e contraddizione denunciati. In un paese come l’Italia dove, come sosteneva a giugno di quest’anno la stessa ministra Nunzia De Girolamo « (…) ogni giorno impermeabilizziamo più o meno l’equivalente di 150 campi da calcio » e dove c’è stato un « aumento del 166% del territorio edificato in Italia negli ultimi 50 anni » (Comunicato stampa – Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali).
Nella normativa infatti emergono chiaramente i punti controversi; ad esempio In fondo al comma 1 dell’Art. 3 del Ddl, così si riporta « (…) è determinata l’estensione massima di superficie agricola consumabile sul territorio nazionale, nell’obiettivo di una progressiva riduzione del consumo di suolo di superficie agricola » (Disegno di Legge – Contenimento del consumo del suolo e del suolo edificato). Questo principio rientra nell’ottica europea del « (…) traguardo di un incremento dell’occupazione netta di terreno pari a zero da raggiungere entro il 2050 » (Tabella di marcia verso un’Europa efficiente nell’impiego delle risorse).

Ma se da un lato l’Europa sembra essersi accorta del problema, dall’altro lato sembra non aver ancora capito l’entità dell’emergenza. « (…) Dal rapporto “Overview on best pratices for limiting soil sealing and mitigatin its effects”, presentato per la prima volta in Italia dalla Commissione Europea durante il convegno ISPRA » del 5 febbraio 2013, « circa il 2,3% del territorio continentale è ricoperto da cemento. Dai 1000 kmq stimati nel 2011 dalla Commissione Europea – estensione che supera la superficie della città di Berlino – circa 275 ha al giorno (1990 e il 2000), si è passati ai 920 kmq l’anno (252 ha al giorno) in soli 6 anni (2000 – 2006) ».

Chi si occupa di territorio e di urbanistica in Italia sa, e non c’è dubbio alcuno, che un orizzonte del genere, cioè quello del 2050, potrebbe rivelarsi inefficace per avviare una vera alternativa allo spreco del territorio agricolo e non. Tempi troppo lunghi per un’attuazione che dovrebbe avvenire, se non immediatamente, al massimo in uno spazio di qualche anno.

Sostiene l’ISPRA che « (…) il consumo di suolo in Italia è cresciuto ad una media di 8 mq al secondo e la serie storica dimostra che si tratta di un processo che dal 1956 non conosce battute d’arresto. Si è passati dal 2,8% del 1956 al 6,9% del 2010, con un incremento di 4 punti percentuali. In altre parole, sono stati consumati, in media, più di 7 mq al secondo per oltre 50 anni » (Comunicato Stampa ISPRA – L’Italia perde terreno consumati 8 mq al secondo di suolo). E ancora « (…) Il fenomeno è stato più rapido negli anni ’90, periodo in cui si sono sfiorati i 10 mq al secondo, ma il ritmo degli ultimi 5 anni si conferma sempre accelerato, con una velocità superiore agli 8 mq al secondo » (Comunicato Stampa ISPRA – L’Italia perde terreno consumati 8 mq al secondo di suolo).
Ci  si porta dietro tutto il peso degli errori passati.
Così all’Art. 9 del Ddl: « (…) A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge (…), e comunque non oltre il termine di tre anni, non è consentito il consumo di superficie agricola tranne che per la realizzazione di interventi già autorizzati e previsti dagli strumenti urbanistici vigenti, nonché per i lavori e le opere già inseriti negli strumenti di programmazione delle stazioni appaltanti e nel programma di cui all’articolo 1 della legge 21 dicembre 2001, n.443 ». La legge n. 443 altro non è che la cosiddetta “Legge Obiettivo”.

Come a dire, “urge cambiare le nostre azioni, ma con calma non c’è poi così fretta”. Un pericoloso controsenso.

Scriveva Salvatore Settis: « (…) rassegnati ormai alle devastazioni che ci feriscono ogni giorno, rifiutiamo di vedere quel che dovremmo: che l’anomalia sta diventando la regola, che l’eccezione si va trasformando in modello unico di sviluppo, che l’urban sprawl sta mangiandosi città e campagna, che intere generazioni di italiani (milioni di persone) non hanno più nella loro geografia interiore nessun paesaggio armonioso da ricordare, nulla su cui fantasticare.  La città orizzontale, diffusa e dispersa, cresce su stessa, si sparge intorno come una colata lavica. Inghiotte l’antica campagna, ma fra casa e casa lascia una moltitudine di segmenti interstiziali. Residui e frammenti che non sono buoni né per l’agricoltura né (ancora) per l’abitazione, una zona grigia che corrisponde a uno spazio dell’indecisione, ma anche dell’insicurezza » (S. Settis, Paesaggio, Costituzione e Cemento, 2010)

Andrea Alcalini e Alberto Ziparo

Tutti gli articoli di Mariano Gesualdi e Andrea Alcalini

Caserma Montelungo e memoria corta.

MontelungoLa Caserma Montelungo, così come la Colleoni, sarà venduta ai privati nell’ambito del piano nazionale di  dismissione degli edifici demaniali. Nessun commento in merito dal Palazzo Comunale e non si sa se questo silenzio è collegabile alle festività postnatalizie. Certamente a Bergamo le esperienze in materia non fanno presagire niente di positivo.

Cominciamo col dire che la notizia della vendita della struttura non può scandalizzare perché la cosa era da tempo già nell’aria. In realtà a preoccupare è il ruolo dell’amministrazione comunale di Bergamo che appare a dir poco marginale e tentiamo di spiegare il motivo. E’ vero che il Demanio vende al privato, ma è altrettanto vero che senza quella cosa che tecnicamente si chiama “valorizzazione” è difficile intraprendere qualsiasi alienazione.  La valorizzazione consiste nella determinazione delle destinazioni urbanistiche (spazi pubblici, residenziale, commerciale, terziario ecc) da attribuire all’edificio in questione. Operazione che, come tutti sanno, è di competenza del Comune sul cui territorio è collocato il compendio. Quindi il Ministero che vende e il privato che acquista non possono fare tutto quello che conviene a loro, ma devono fare riferimento alle scelte dell’amministrazione comunale.

Il vero problema è proprio qui, in quanto i precedenti in materia mettono i brividi: senza andare lontano basta fare riferimento alla triste vicenda dell’Area dei Riuniti.  In questo caso il Comune si è limitato ad assecondare la volontà della Regione (fare cassa e chissenefrega del resto) cancellando 70 mila metri quadrati di Campus Universitario e approvando ed esaltando un progetto di cementificazione assurdo.

Non si sa se per carenza di memoria o per posizioni strumentali molti personaggi che hanno approvato questo disastro ai Riuniti si strappano le vesti per la vendita della Montelungo ai privati.In realtà il Comune ha (e li aveva anche nel 2007) gli strumenti per decidere cosa ci deve andare alla Montelungo. Sulla stampa e su Internet si sono lette reazioni del tipo: “ ci faranno centri commerciali e appartamenti”. Ce li faranno  solo se è d’accordo il Comune, cosi come lo è stato sul progetto dei Riuniti la cui variante, pur risultando debitamente firmata, viene disconosciuta da tutti. E forse è  proprio per questi comportamenti che si teme per la prossima vicenda, quella della Montelungo.