Galletti: una norma nazionale per fermare il consumo di suolo

da Salviamo il paesaggio.it

gallettiIl nostro Forum nazionale ritiene ottima la proposta del neo ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti di accelerare il dibattito e l’approvazione del Ddl del dicembre 2013 sul contenimento del consumo di suolo agricolo e il riuso del suolo edificato, prima dell’avvio del semestre europeo a guida italiana.

E per sostenere la proposta rilancia le sue valutazioni per una norma nazionale al passo con gli orientamenti europei e le necessità sociali, ambientali ed economiche.

Mercoledì 26 marzo, a Roma, nel convegno organizzato dall’Ispra, è stato presentato il “Rapporto sul consumo di suolo in Italia, edizione 2014” che ha sintetizzato puntualmente la situazione di criticità esistente nel nostro Paese, mostrando anche per il 2012 la costanza del trend delle superfici di territorio divorate da cemento ed asfalto. Negli ultimi tre anni il consumo di suolo cresce di altri 720 kmq, 0,3 punti percentuali in più rispetto al 2009, un’area pari alla somma dei comuni di Milano, Firenze, Bologna, Napoli e Palermo. In termini assoluti, si è passati da poco più di 21.000 kmq del 2009 ai quasi 22.000 kmq del 2012, mentre in percentuale è ormai perso irreversibilmente il 7,3% del nostro territorio.

Nell’occasione il neo ministro Galletti ha sottolineato l’esigenza di considerare il consumo di suolo come una assoluta emergenza che non può più consentire rinvii alla definizione di una norma nazionale ormai essenziale e prioritaria.

La rete delle 968 organizzazioni che compongono il Forum nazionale “Salviamo il Paesaggio” lo scorso dicembre aveva accolto con soddisfazione il disegno di legge sul consumo del suolo del precedente governo, ritenendolo un importante passo in avanti per offrire risposte ad un problema ormai emergenziale. Si era immediatamente attivato un gruppo tecnico di analisi del provvedimento, formato da quasi 300 esperti, che ha prodotto un articolato documento in cui si sottolineano i molti aspetti positivi contenuti nel DdL, a iniziare dal riconoscimento del suolo come bene comune e risorsa non rinnovabile, dalla volontà dichiarata di allineare le politiche del nostro Paese agli orientamenti espressi dalla Unione europea e alla roadmap da essa suggerita a tutti gli Stati membri per giungere al “consumo netto zero di suolo/territorio” entro il 2050, dall’azzeramento della possibilità di utilizzo degli oneri di urbanizzazione per la spesa corrente delle amministrazioni comunali, dalla priorità data ai Comuni dotatisi di strumenti urbanistici “virtuosi” nell’accesso a finanziamenti statali e regionali per gli interventi di rigenerazione urbana.

Il documento è già stato inviato a Ministeri, Parlamento e Conferenza Stato-Regioni e ora, alla luce delle considerazioni del ministro, ci auguriamo venga utilizzato come base di analisi e revisione del testo originario del Ddl, che crediamo sia opportuno caratterizzare con grande chiarezza e decisione sin dal suo titolo per il quale proponiamo la trasformazione del concetto di “contenimento” in un più esaustivo “Progressivo arresto del consumo del suolo e riuso del suolo edificato”.

«In particolare – ha sottolineato Claudio Arbib, coordinatore del gruppo tecnico del Forum – riteniamo necessario rivedere completamente l’articolo 9 del DdL, che nell’attuale stesura rischia di assumere la funzione di “salvagente” non solo dei procedimenti edificatori approvati, ma addirittura di quelli “in corso”, entrando dunque in palese contraddizione con i presupposti e i principi stabiliti dallo stesso DdL».

Tra le molte proposte che il Forum ha inteso mettere in luce, ricordiamo ildivieto di nuove previsioni edificatorie su superfici agricole di ogni classe d’uso del suolo, la criticità riguardante la salvezza di tutti i procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della legge (comprendente anche quelli non giunti all’emissione di un provvedimento abilitativo e, dunque, anche quelli solamente presentati il giorno prima dell’entrata in vigore della legge …) e la redazione e validazione di un censimento del patrimonio edilizio esistente (edifici, aree ed infrastrutture) che possa certificare il residuo inutilizzato, sottoutilizzato e/o recuperabile e contribuisca alla programmazione della riorganizzazione degli insediamenti esistenti e al progressivo arresto delle aree edificabili previste.

Giusta la decisione di salvare l’area verde adiacente al Parco Goisis . Il Comune di Bergamo vince al Consiglio di Stato.

 parco Goisisi BergamoUna vicenda che si trascinava da circa quindici anni. Il Comune di Bergamo, accogliendo le richieste dei cittadini e della commissione consiliare urbanistica, scelse di porre fine all’ter di approvazione di un piano urbanistico per realizzare edificazioni su un’area verde adiacente al Parco Goisis. La società Quercia, rappresentata dall’avvocato Cesare Zonca, da allora ha intrapreso una serie di ricorsi impugnando tutti gli atti del Comune, PRG compreso, per difendere il diritto a edificare. Pochi giorni fa è arrivata la decisione del Consiglio di Stato che conferma quella precedente del TAR. L’azione del Comune fu pienamente legittima. L’impresa aveva chiesta oltre sette milioni di danni.

lu. na.

dal sito dell’Istituo nazionale di Urbanistica

Sentenza n. 601/2014

17/03/2014
Il Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 7363 del 2005, proposto da: Quercia S.p.A., rappresentata e difesa dagli avv. Cesare Zonca, Stefano Santarelli, con domicilio eletto presso Stefano Santarelli in Roma, via Asiago, 8;
contro
Comune di Bergamo, rappresentato e difeso dagli avv. Vito Gritti, Gabriele Pafundi, con domicilio eletto presso Gabriele Pafundi in Roma, viale Giulio Cesare n.14;
Regione Lombardia, rappresentato e difeso dagli avv. Viviana Fidani, Marco Cederle, Giuliano Pompa, con domicilio eletto presso Giuliano Pompa in Roma, via Vittorio Veneto n. 108;
per la riforma
della sentenza del T.A.R. LOMBARDIA – SEZ. STACCATA DI BRESCIA n. 00858/2004, resa tra le parti, concernente adozione revisione generale del p.r.g. (progetto pn3 parco goisis)-ris. danno

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Solo con la decrescita si può salvare il paesaggio

Decrescita felice.Maurizio Pallante, fondatore del Movimento per la decrescita felice, espone in questo articolo i principi che sono alla base della sua teoria con la quale propone lo sviluppo di un modello economico alternativo.

da salviamoilpaesaggio.it Nel 1958, quando già sapeva di essere gravemente ammalato, Giuseppe Tomasi di Lampedusa scrisse un racconto, La Sirena, che fu pubblicato nel 1961. (…) Ecco un passaggio del suo racconto:

Sei stato mai ad Augusta, tu …? E in quel golfettino interno, più in su di punta Izzo, dietro la collina che sovrasta le saline …? Certo è il più bel posto della Sicilia, per fortuna non ancora scoperto dai dopolavoristi. La costa è selvaggia, … completamente deserta, non si vede neppure una casa; il mare è del colore dei pavoni; e proprio di fronte, al di là di queste onde cangianti, sale l’Etna; da nessun altro posto è bello come da lì, calmo, possente, davvero divino. È uno di quei luoghi nei quali si vede l’aspetto eterno di quell’isola che tanto scioccamente ha volto le spalle alla sua vocazione che era quella di servir da pascolo per gli armenti del sole.

Quel posto è Priolo: venti chilometri di costa, tra Catania e Siracusa, devastati dalle politiche di sviluppo del mezzogiorno. Una successione di edifici industriali costruiti negli anni cinquanta del secolo scorso, dove sono state collocate le produzioni più insalubri: dall’amianto alla petrolchimica, dalla raffinazione del petrolio allo stoccaggio dei prodotti di raffinazione, con il contorno delle piattaforme logistiche per i camion e degli attracchi per le petroliere. Venti chilometri di mare non più balneabile, di capannoni in parte degradati, con travi di ferro affioranti da muri di cemento scrostati, finestre arrugginite, vetri rotti, cumuli di rifiuti. Dall’altro lato della strada statale paesi i cui i centri storici, per modesti che fossero, la piazza con la chiesa e il municipio, sono stati avvolti da successive concrezioni di condomini bisognosi da subito di manutenzioni mai fatte, di casette squadrate a un piano spesso intonacate solo in parte, da cui affiorano tondini di ferro in attesa di sopraelevazioni, di strade dall’asfalto sconnesso bordate da file ininterrotte di automobili. Luoghi in cui un antico saper fare, connotato qualitativamente e finalizzato all’autoproduzione di beni è stato annientato da un’arroganza tecnologica finalizzata alla produzione di quantità sempre crescenti di merci e dalla omologazione sui modelli di comportamento consumistici. Dove l’aria è diventata irrespirabile, l’acqua imbevibile, molti terreni agricoli sono stati abbandonati, le percentuali dei tumori e delle deformazioni infantili hanno valori superiori alla media.

Il 27 ottobre 1962, quando per cause non ancora accertate che, senza essere profeti, si può dire non lo saranno mai, il piccolo aereo dell’Eni su cui viaggiava Enrico Mattei precipitò al suolo nei pressi di Bascapè, il presidente della compagnia petrolifera italiana tornava da un viaggio lampo in Sicilia, dove dal balcone del Municipio di Gagliano Castelferrato, attorniato dai deputati siciliani del Parlamento e dell’Assemblea regionale, aveva annunciato il ritrovamento di importanti giacimenti di gas metano nelle campagne circostanti e l’inizio, ormai imminente, di uno sviluppo industriale che avrebbe portato in quei luoghi ricchezza e benessere. Alla fine del discorso scese nella piazza, dove fu accolto al lancio di coriandoli da una folla festante che lo accompagnò in una sorta di processione fino all’automobile. Del resto, che le sue non fossero semplici promesse ma fatti, acta non verba, era appena stato dimostrato dalla realizzazione a Gela di un grande impianto petrolifero, petrolchimico e chimico che aveva stravolto, in modo non dissimile dalla costa di Priolo, il tratto di costa su cui greci nel VII secolo avanti Cristo avevano fondato la più importate delle loro colonie sull’isola.

Questi processi, devastanti e irreversibili, di trasformazione del paesaggio, ossia dei luoghi lentamente antropizzati nel corso dei secoli e, insieme ad essi, del sistema dei valori delle generazioni che li stavano abitando e di quelle che li avrebbero abitati in futuro, non si sarebbero potuti realizzare se non fossero stati vissuti come fattori di progresso, se non avessero avuto il consenso di tutti gli strati sociali, se tutti gli strati sociali non fossero stati convinti che avrebbero comportato miglioramenti alle loro condizioni di vita. Se Mattei non fosse stato accolto come un benefattore dalla popolazione e dai politici di tutti i colori.

Appena un anno dopo il discorso di Gagliano Castelferrato e la morte di Mattei, nell’ottobre del 1963, sempre in Sicilia ma questa volta a Palermo, un gruppo di intellettuali italiani diede vita a un movimento di avanguardia che, per sottolineare la sua volontà innovativa anche rispetto alle avanguardie storiche del novecento si autodefinì neo-avanguardia: il Gruppo 63. Rievocando lo spirito che li animava, uno dei principali esponenti di quel movimento, Renato Barilli, nel 2007 ha scritto: «L’Italia del dopoguerra voleva crescere, lasciarsi alle spalle le miserie della civiltà contadina, muoversi verso la cultura industriale, l’urbanesimo», liberarsi dai vincoli di un «mondo riduttivo, chiuso al progresso».

L’Italia del dopoguerra voleva crescere, muoversi verso la cultura industriale, l’urbanesimo, il progresso. Questi sono stati in sintesi i moventi del processo che, con l’apporto di una potenza tecnologica sempre maggiore, in poco più di cinquant’anni ha distrutto i paesaggi a cui gli esseri umani che li hanno abitati avevano aggiunto col lavoro di secoli bellezza alla bellezza originaria.

Questi sono stati i capisaldi della cultura che lo hanno reso desiderabile e connotato positivamente nell’immaginario collettivo.
Cosa significa il verbo crescere quando viene applicato alle attività economiche e produttive?

La crescita non è, come si fa credere e si fa finta di credere, l’aumento della produzione di beni che migliorano la qualità della vita, perché il parametro che la misura, il prodotto interno lordo, può calcolare soltanto il valore monetario degli oggetti e dei servizi che vengono scambiati con denaro, cioè le merci, ma non può dare nessuna indicazione sulla loro qualità, sulla loro utilità, o sui danni che causano agli ambienti e alle persone nei modi in cui vengono prodotte, quando vengono utilizzate e quando vengono smaltite, come una bilancia può misurare soltanto il peso e non può dare nessuna indicazione sulla qualità di ciò che pesa.

Può indicare quanto pesa una certa quantità di mele, ma non se sono buone o cattive, mature, acide o appassite. Queste considerazioni di un’ovvietà banale sono state escluse dalla valutazione della produzione di merci e la quantità ha preso il posto della qualità. «Più» è diventato sinonimo di «meglio». Mentre le economie finalizzate alla sussistenza, alla produzione di beni per autoconsumo, si fondano sulla misura, perché produrre più di quello che serve non avrebbe senso, le economie finalizzate alla crescita della produzione di merci si fondano sulla dismisura. Per produrre sempre di più occorre in primo luogo accrescere in continuazione la potenza tecnologica, costruire macchine operatrici sempre più potenti in grado di aumentare la produttività; ma se se si produce sempre di più occorre indurre le persone a consumare sempre di più, perché se tutto ciò che viene prodotto non venisse consumato come si potrebbe continuare a produrre sempre di più? Sarebbe stato possibile devastare il paesaggio che Tomasi di Lampedusa considerava il più bello di tutta la Sicilia, sarebbe stato possibile devastare il paesaggio del luogo scelto dai greci per fondare la loro colonia più importante sull’isola, se il «più» non fosse stato identificato nell’immaginario collettivo col «meglio», se il modo di produzione industriale e le innovazioni tecnologiche non fossero state considerate fattori di progresso perché consentono di accrescere la produzione di merci, se la crescita dei consumi di merci non fosse stata considerata un miglioramento rispetto all’autoproduzione di beni, se la salubrità dei luoghi e la salute umana fossero state considerate più importanti del reddito monetario? Oggi è possibile fermare la devastazione dei paesaggi senza una rivoluzione culturale che smonti nell’immaginario collettivo il valore della crescita?

Tutti i piani regolatori hanno sempre previsto, si potrebbe dire «per definizione», consistenti aumenti delle superfici edificabili, indipendentemente dal colore politico delle giunte. Più in generale l’edilizia ha svolto una funzione di traino per la crescita economica in tutti i paesi industrializzati. Quand le bâtiment va, tout va, hanno sintetizzato i francesi con una frase entrata nel lessico internazionale. Se la crescita del settore edile è il fattore trainante della crescita economica e la crescita economica viene identificata col progresso e il benessere; se, per ripetere le parole di Barilli, si è convinti che l’urbanesimo costituisca un progresso rispetto alle miserie della civiltà contadina, non è possibile ridurre le devastazioni paesaggistiche operate da un’edilizia finalizzata a costruire sempre di più e in modi sempre meno qualificati ponendole semplicemente dei limiti a tutela dei paesaggi. I paesaggi sono stati disegnati dalla civiltà contadina, la loro tutela, non fosse altro dal punto di vista idrogeologico, non si può realizzare se non nell’ambito di una rivalutazione della civiltà contadina e di un ridimensionamento dell’urbanesimo. Un’edilizia capace di aggiungere bellezza alla bellezza originaria dei luoghi si può sviluppare soltanto all’interno di un paradigma culturale che liberi il fare dalla finalizzazione a fare sempre di più(la crescita della produzione di merci) e lo ridefinisca nella sua connaturata dimensione qualitativa, facendolo tornare ad essere un fare bene finalizzato alla contemplazione di ciò che si è fatto.

La decrescita, se correttamente intesa, è in grado di fornire il contesto culturale necessario a fare questo passaggio. La decrescita non è la riduzione quantitativa della produzione di merci. Non è la semplice sostituzione del segno più col segno meno davanti al valore monetario del prodotto interno lordo perché in questo modo non si uscirebbe dalla valutazione quantitativa del fare. La decrescita non può essere confusa con la recessione. Tra decrescita e recessione c’è un rapporto analogo a quello che intercorre tra una persona che mangia meno di quanto vorrebbe perché ha deciso di fare una dieta, e una persona che mangia meno di quanto vorrebbe perché non ne ha. A partire dalla distinzione concettuale tra beni e merci, la decrescita si realizza, in primo luogo diminuendo la produzione e il consumo di merci che non sono beni (per esempio: l’energia che si disperde da una casa mal costruita), ma non dei beni che si possono ottenere solo in forma di merci (per esempio, un computer o una tac). E in secondo luogo si realizza aumentando la produzione e l’uso di beni che non passano attraverso uno scambio di denaro, o perché si possono più vantaggiosamente autoprodurre (per esempio: alcuni generi alimentari o alcune riparazioni), o perché si possono più vantaggiosamente scambiare sotto forma di dono e reciprocità nell’ambito di rapporti comunitari (molti servizi alla persona), o perché non possono essere comprati e venduti (i beni relazionali: l’amore, la solidarietà ecc.).

La decrescita reintroduce criteri di valutazione qualitativi nel fare umano e si propone di ridurre gli scambi commerciali alla loro dimensione fisiologica rispetto ai più rozzi criteri di valutazione semplicemente quantitativa e all’onnimercificazione utilizzati nel calcolo del prodotto interno lordo. È una vera e propria rivoluzione culturale, in grado di costruire un diverso immaginario collettivo, definire un diverso sistema di valori e sviluppare una legislazione urbanistica finalizzata non solo a tutelare i paesaggi, ma a favorire la ripresa di quell’opera sapiente e paziente con cui gli esseri umani hanno aggiunto nel corso dei secoli bellezza alla bellezza originaria dei luoghi in cui vivono.

Solo all’interno di questo cambiamento di paradigma è possibile proporre, non come misura contenitiva ma come proposta progettuale per un futuro migliore, il blocco dell’espansione edilizia, a partire da una indagine conoscitiva degli edifici vuoti, come proposto dal Forum italiano dei movimenti per la terra e il paesaggio.

Ma dal dopoguerra a oggi non si è costruito solo troppo, si è anche costruito male, dal punto di vista estetico, ingegneristico, ambientale ed energetico. Per il riscaldamento invernale i nostri edifici consumano in media 200 chilowattora al metro quadrato all’anno, mentre in Germania la legislazione non consente che si superi un consumo di 70 chilowattora e gli edifici più efficienti ne consumano 15.

Contestualmente al blocco dell’espansione urbanistica occorre pertanto avviare una politica finalizzata a ripristinare la bellezza dei paesaggi, riducendo la quantità e migliorando la qualità degli edifici esistenti.

A tal fine non si potrà prescindere dall’avviare progressivi processi di decostruzione delle aree urbane più degradate e la loro rinaturalizzazione, sull’esempio di quanto sta avvenendo a Detroit. Al contempo si dovrà procedere alla riqualificazione degli edifici esistenti, in particolare dal punto di vista energetico, non soltanto perché ciò consente di ridurre nella maniera più significativa le emissioni di anidride carbonica, ma anche perché la riduzione delle dispersioni termiche non comporta peggioramenti delle condizioni di benessere e ripaga i suoi costi d’investimento con la riduzione dei costi di gestione.

Una politica urbanistica di questo genere consentirebbe di superare la crisi che attanaglia il settore dell’edilizia, dove più che le politiche fiscali hanno inciso la saturazione del mercato e il progressivo aumento degli edifici invenduti.

Solo la riduzione della quantità e il miglioramento della qualità, coerentemente al paradigma culturale della decrescita sono in grado di ridare fiato al settore. Le possibilità che questa svolta possa avvenire sono maggiori di quanto si creda perché da alcuni decenni non sono più soltanto alcuni architetti e urbanisti illuminati a formulare proposte di questo genere, ma anche settori sempre più vasti dell’opinione pubblica e della società civile, a partire dalla tanto vituperata sindrome nimby che, seppure non immune da connotazioni egoistiche, ha segnato la rottura dell’egemonia culturale della crescita rimettendo in discussione la sua identificazione col concetto di progresso. Oggi un’accoglienza festante come quella ricevuta da Mattei nella piazza di Gagliano Castelferrato non è più immaginabile. Oggi le grandi opere e i grandi impianti industriali che distruggono i paesaggi e la vita degli esseri umani che li abitano devono essere imposti con la forza, l’occupazione militare del territorio, la demonizzazione mediatica di chi li rifiuta. Una saldatura tra questi movimenti e gli intellettuali impegnati a costruire un paradigma culturale dove il fare torni ad essere un fare bene e il fine del fare bene sia la possibilità di contemplare ciò che si è fatto, può essere decisiva per imprimere una direzione positiva alla svolta della storia che stiamo vivendo.

Maurizio Pallante

L’Accademia GdF ai Riuniti: ulteriori particolari sull’insediamento.

progetto gdf Riunitida lecodibergamo.it   Ecco nero su bianco (ma forse sarebbe meglio dire a colori in questo caso) il futuro dell’area dei Riuniti, così come pensato dal Comando generale della Guardia di Finanza. Ecco, qui accanto, la cartina con le nuove destinazioni d’uso del vecchio ospedale di Largo Barozzi che sarà occupato quasi in toto dall’Accademia. Ai finanzieri andrà circa l’80% dei circa 142 mila metri quadri di superficie complessiva. La parte dei depositi dei capannoni lungo via XXIV Maggio verrà invece lasciata alla città, a quelle opere per il quartiere previste dall’Accordo di programma, una partita però ancora tutta da definire.

«Obiettivo razionalizzare»

Lo studio di fattibilità – che porta il titolo di «Ipotesi di riunificazione dell’Accademia della Guardia di Finanza presso il comprensorio denominato ex Ospedali Riuniti di Bergamo» – era stato presentato a fine gennaio a Roma, alla Camera dei deputati, a rappresentanti del governo, parlamentari bergamaschi e al sindaco Franco Tentorio. Riunificazione dell’Accademia perché a Bergamo verranno unificati tutti i cinque anni di corso. Il biennio di specializzazione, ora a Castelporziano (Roma), già da ottobre dovrebbe arrivare nell’attuale sede di via Statuto. Una soluzione temporanea, in attesa dei lavori di sistemazione dei Riuniti che richiederanno tempi più lunghi. Due le esigenze strategiche dei finanzieri, ribadite nella relazione tecnica: «Razionalizzare i reparti di istruzione per ottenere conseguenti economie di gestione» e «migliorare la qualità della formazione, quale pilastro irrinunciabile su cui fondare il futuro dell’istituzione».

Bacino di 800 persone

Partiamo dai numeri. Il bacino della nuova Accademia dovrebbe essere di 700/800 persone tra studenti (circa 500 a pieno regime, 200 in arrivo da Roma), ufficiali e personale vario stimato in 256 unità, ma che «potrebbe subire una riduzione in seguito all’accorpamento in un’unica sede».

Di che cosa avrà bisogno l’Accademia? Nella relazione si parla di 27 aule, 400 posti letto per i frequentatori dei corsi, 30 posti letto permanenti e altri 100 in foresteria, mensa con annesso circolo bar, sartoria, lavanderia, barberia, magazzini , archivi, luogo di culto, infermeria. Più le attrezzature didattiche e sportive: campi sportivi, pista di atletica, palestre, piscine, poligono di tiro, armeria, biblioteca, aula magna, sale docenti, piazza d’Armi, centro stampa e Lab fotografico. È prevista anche un’autorimessa e 500 parcheggi. Il cuore dell’Accademia si svilupperà nei padiglioni storici che si affacciano sulla Piazza d’Armi, piazza che sarà la location d’eccezione per parate e manifestazioni. I blocchi un tempo della Radiologia e delle sale operatorie ospiteranno aule e alloggi. Camere verranno ricavate anche nell’ex Nefrologia e nell’ex Oculistica.

Il comando della Guardia di Finanza troverà sistemazione nella Casa Rossa, l’edificio di pregio all’ingresso dei Riuniti che era stato escluso dalla vendita nel bando, tanto che si era ipotizzato potesse accogliere spazi espositivi della Fondazione Ospedali Riuniti. Non sarà così. Nell’edificio di fronte, quello dell’orologio sul lato opposto della piazza, verranno ricavati i locali cucina, mensa e aule di corso. Il blocco materno-infantile ospiterà alloggi di servizio, l’ex Psichiatria l’auditorium, l’ex casa dei religiosi un luogo di culto.

Giù gli edifici a sud

È prevista la demolizione degli edifici più a sud, un tempo occupati dal centro prelievi, dalla camera mortuaria e dal reparto di malattie infettive mentre resterà l’ex Pneumologia dove verranno realizzati alloggi di rappresentanza e per i militari esterni. I vecchi padiglioni, non soggetti a vincoli, verranno demoliti. Qui verrà realizzata l’area sportiva che comprende una pista di atletica da 300 metri con annesse zone per la pratica di altre discipline di atletica leggera e tribuna coperta da mille posti; una piscina coperta da 25 metri e un poligono di tiro in galleria in corrispondenza della tribuna. Gli impianti sportivi saranno utilizzati dai finanzieri, ma in convenzione aperti anche all’utilizzo di associazioni e cittadini mentre sarà ad uso esclusivo dell’Accademia la palestra che verrà costruita al posto della vecchia Cardiochirurgia.

 

Lavori per 70 milioni

Questo il futuro dell’Accademia ai Riuniti, una proposta che si è concretizzata grazie all’impegno bipartisan dei parlamentari. La strada è ancora lunga, ma essere arrivati fin qui è già un risultato. Il progetto ha il placet del governo che garantisce la copertura economica. Si parla di un intervento da 70 milioni tra bonifica, ristrutturazione e adeguamento del complesso alle esigenze dei finanzieri. La Guardia di Finanza ha fretta. I lavori sono stimati in tre anni, qualcuno al vertice romano aveva parlato del 2019, ma si cercherà di bruciare i tempi.

I cittadini di Azzano: rumore degli aerei noi come ergastolani.

da bergamonews.it   Chiedono solo rispetto i cittadini di Azzano San Paolo che dal 2009 protestano contro gli aerei in decollo sopra la loro testa. A decine, a volte anche a centinaia, ogni santo giorno sfrecciano nel cielo di Bergamo. Tanto da far rimpiangere l’inverno, il freddo, le finestre chiuse, alla calda e rumorosa estate. Da quando è stata approvata la nuova rotta, con virata immediata verso sinistra, la vita è più difficile: gli aerei sorvolano migliaia di case di Azzano a bassa quota. E’ bastata l’oretta di intervista con due portavoce del comitato aeroporto, al centro sportivo del paese, per verificare di persona il disagio causato dai boati. Danno fastidio per pochi minuti, figuriamoci per anni. Colognola, Campagnola, Cassinone di Seriate, Orio, Grassobbio, Azzano San Paolo: le zone sono diverse, le lamentele identiche. “Manca la volontà di risolvere i problemi nel rispetto del territorio e dei cittadini – spiegano i portavoce del comitato -. Le soluzioni sono semplici, le risposte pilatesche: perché non si decolla in asse pista? Perché si forza la manovra a sinistra? Perché non viene usata tutta la pista per decollare? Perché non si distribuisce il carico dei decolli su più traiettorie? La risposta è semplice: si preferisce acconsentire alle richieste di risparmio di tempo e carburante delle compagnie piuttosto che salvaguardare i diritti dei cittadini”.

Gli abitanti di Azzano, come quelli degli altri comitati, chiedono sicurezza: “Le traiettorie scelte portano a sorvolare i quartieri a bassa quota. A Orio si applica il minimo di legge consentito dalla normativa internazionale: 400 piedi. La realtà è che, citando documento ufficiali, Azzano non doveva “essere interferita”, era esclusa dall’area di rispetto. Invece ci è piombato addosso tutto il traffico aereo senza nessuna centralina di monitoraggio o sperimentazione. La centralina è arrivata solo due anni dopo il cambio di rotta e in una zona non particolarmente aperta, circondata da palazzine e alberi”.

Il comitato chiede chiarezza anche sull’inquinamento. Un primo passo è stato fatto: l’amministrazione comunale di Azzano ha commissionato a sue spese una rilevazione degli inquinanti. I risultati sono quasi tutti oltre i limiti di legge. L’indagine però non è stata certificata dall’Arpa perché l’aria è stata monitorata “solo” per quattro mesi. “La situazione è preoccupante – continuano i portavoce -. Noi chiediamo che vengano misurati anche piombo e nikel, contenuti nel carburante degli aerei. Quello che ci ha sorpresi è che anche i dati rilevati dall’Arpa sono oltre i limiti consentiti dalla legge. Perché non dicono nulla? A maggio la chiusura dell’aeroporto sarà un’occasione unica per programmare ogni tipo di indagine e controllare se i decolli influiscono sulla qualità dell’aria. Però dobbiamo ricercare inquinanti specifici”.

Il punto dolente e più percettibile è l’inquinamento acustico. “Siamo ergastolani, con i tripli vetri si risolve poco, soprattutto la sera e la mattina. D’estate non si riesce a parlare a tavola, è una cosa impressionante. Siamo semplici cittadini, ci preoccupiamo per questo forte disagio che migliaia di persone stanno vivendo. Chiediamo di partecipare a una revisione delle rotte, una più corretta ripartizione dei decolli tra Est e Ovest, chiediamo che venga messo un paletto al numero dei voli. Siamo consapevoli che l’aeroporto è una grande risorsa per la provincia. Non vogliamo chiuderlo, ma si vede trovare un punto di equilibrio tra economia, ambiente, territorio e sicurezza”.