Bergamo: la burocrazia si prende la partecipazione.

A Bergamo, dopo la soppressione delle Circoscrizioni, la partecipazione viene burocratizzata e guidata da referenti pagati. Si cambia passo, ma peggiorando il preesistente. Ci sembra di tornare a qualche anno fa. Si predicava la partecipazione e , invece, si praticava il centralismo e il decisionismo sulle scelte più importanti. Basta pensare alle migliaia di firme raccolte contro alcune delibere indifendibili (Interventi urbanistici del tipo: Ex Enel, Sace, Via Autostrada ecc) e neanche prese in considerazione dalla sedicente giunta progressista. Ora siamo al dirigismo allo stato puro. Bergamo cambia passo…..puntando alla burocratizzazione della partecipazione ….con la sistemazione di una specie di sindaci di rione.

Basta leggere il contenuto di questo articolato pubblicato sul sito del corriere.it

Circoscrizioni addio, scatta l’era 
dei mini-sindaci (con posto e paga)

La giunta: «Figure tecniche». Ma scoppia la polemica

di Anna Gandolfi e Vittorio Ravazzini

 
 
 
 
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La legge finanziaria le ha prima ridotte di numero, poi ha tagliato gli stipendi ai presidenti, infine le ha soppresse. Ma oggi per le circoscrizioni si apre la fase-due. Perché se i parlamentini sono stati archiviati a giugno, oggi la giunta comunale prepara una riforma dello statuto che introduce i «delegati di quartiere». «Un progetto nato per garantire la partecipazione dei territori alle decisioni amministrative», ha spiegato il sindaco Giorgio Gori, affiancato dall’assessore per la Coesione Sociale Maria Carolina Marchesi. I delegati voluti dal centrosinistra saranno sette. Ma non si pensi a volontari, a para-presidenti di comitato, a operatori mossi esclusivamente dal buono spirito d’iniziativa. Sul progetto la giunta ha deciso di investire, e quest’ultimo termine non è usato a caso: i delegati, selezionati dalla stessa amministrazione, avranno uno stipendio e un lavoro a tempo pieno.

Gori non ha girato intorno all’obiettivo: «La forma che vogliamo dare alla partecipazione? Molto semplice. Superare l’invadenza dei partiti politici e dare più spazio alle tantissime persone che si prodigano nei quartieri». Il progetto è stato illustrato in conferenza stampa, ora comincia l’iter che porterà la riforma in commissione e poi in Consiglio. Iter che si preannuncia turbolento: il centrodestra già parla di «sette nuove poltrone retribuite da distribuire ad amici». Andiamo con ordine. La soppressione delle circoscrizioni, ovvero i parlamentini di quartiere eletti dai cittadini, è stata graduale. Nel 2009 i Consigli sono passati da sette a tre, e da tre a zero nel 2014. Tutto per legge. Nel mezzo, la stretta sugli stipendi: aboliti i gettoni di Consiglio, anche i presidenti, dal 2012, hanno smesso di percepire i 1.400 euro netti mensili, pur rimanendo in carica. Come (e se) ripensare la partecipazione territoriale spettava all’amministrazione: ieri Gori ha svelato i suoi progetti. La città è stata divisa in 23 quartieri, in essi l’amministrazione nominerà sette referenti («l’obiettivo è procedere entro dicembre»). Ognuno avrà il compito di lavorare in due o tre quartieri confinanti svolgendo a tutti gli effetti quello che era il ruolo dei presidenti di circoscrizione. E cioè: promuovere relazioni tra le realtà territoriali, supportare i cittadini, connettere il tessuto locale con l’assessorato per la Coesione sociale. «Il delegato sarà il motore della rete di quartiere – ha spiegato Gori -. Quando avremo deciso come suddividere le zone, sceglieremo con cura i nomi dei referenti. Lavoreranno a tempo pieno e saranno regolarmente pagati. Ogni delegato sarà affiancato da un referente amministrativo che dovrà contribuire a limitare i nodi burocratici che a volte rallentano i progetti». È l’assessore Marchesi a entrare nel dettaglio: «Queste figure saranno tecniche, scelte fra i dipendenti comunali (quindi senza compensi aggiuntivi, ndr), oppure all’esterno tramite la coprogettazione, quindi il rapporto con il terzo settore. Saranno professionisti, operatori di comunità esperti nell’attivazione di reti sociali». Ci sarà un bando? «Ancora non è stato stabilito. Si seguiranno le regole. Sarà la giunta a fare la scelta e il piano avrà un proprio budget, che va stabilito».

Nei prossimi giorni inizieranno i contatti: «Incontreremo le reti sociali – prosegue l’assessore -, tra gruppi di interesse, associazioni, scuola e parrocchie, e pure i referenti del terzo settore. Vogliamo valorizzare l’esistente e promuovere nuove forme di collaborazione. I finanziamenti che erogavano le circoscrizioni alle associazioni non ci saranno più per legge, però insieme ai delegati si potranno trovare altre strade o fare richieste direttamente al Comune». ma le circoscrizioni abolite che ritornano, anche se con figure nuove, che qualcuno già chiama mini-sindaci, bastano a fare scattare la polemica. «Cancellate le circoscrizioni la giunta sceglie sette persone stipendiate? Se davvero il testo che arriverà in commissione dice questo, è molto grave – attacca l’ex sindaco Franco Tentorio -. Sono certo che nel programma di Gori di questo non ci fosse traccia…». «Grave», perché «si sostituiscono con nomina politica, definita tecnica, figure in passato elette dai cittadini, e che comunque dal 2012 non percepivano un euro mentre oggi avranno compensi».

Sullo sfondo, un retroscena: ai tre presidenti decaduti a giugno, lo Stato non solo non versava più emolumenti ma ha chiesto indietro due mensilità, per circa 4 mila euro a testa. «Il decreto Salva Italia che ha annullato gli stipendi è entrato in vigore a fine dicembre 2011, ma la ratifica è stata successiva. Ora ci viene chiesto quanto percepito fino a febbraio – ricorda Daniele Lussana, già guida della circoscrizione 3 -. Tutti abbiamo sempre continuato di buon grado fino al 2014 a fare il nostro lavoro, gratis. Ma questo trattamento è stato uno schiaffo».

 

Dai sogni alla realtà. Dai progetti al degrado.

Parcheggio della stazioneEra da immaginare conoscendo l’esperienza del nuovo sindaco. Le prime dichiarazioni sono  improntate ai sogni per rendere Bergamo sempre più ammirevole e, di conseguenza, vai con i progetti per il cenro cittadino. Per lasciare il segno si è deciso di indire subito un concorso internazionale di progettazione per il Sentierone. Intanto, mentre la politica è in ferie, i giornali locali hanno riportato con grande evidenza alcune situazioni di degrado urbano di cui non si era mai parlato.Così abbiamo appreso di un parcheggio nei pressi della stazione in  stato di completo abbandono, ricoperto di rifiuti e altre robe del genere ( vedere foto). Un altro giorno è stato illustrato lo stato di degrado delle scalette per Ciità Alta. E’ possibile che nessuno degli addetti alla politica locale se ne sia mai accorto? Queste  situazioni di emergenza  si aggiungono al degrado consolidato delle periferie. Parliamo della striscia di territorio che va dalla Malpensata fino a Celadina, una zona impensabile per una città che osa candidarsi a capitale della Cultura. Qualcuno a Palazzo Frizzoni tenta di trattare queste zone come la classica polvere da nascondere sotto al tappeto, anche se a questo punto sembra un’operazione impossibile. Abbiamo capito che, sulla scia di Renzi, si vuole amministrare con la cultura dell’immagine e con l’abilità della comunicazione. Niente da dire sull’aeroporto, sulla grave vicenda di Porta Sud, sui quartieri periferici dove perfino i marciapiedi sono impraticabili, su una situazione urbanistica paradossale: tutti ne parlano male, ma nessuno interviene. Insomma hanno eletto dei sognatori…..per adesso accontetiamoci della drappo con la Colomba. Per il resto…..

L’Urbanistica tossica del ministro Lupi

da salviamoilpaesaggio.it 

Urbanistica tossica. Il ministro Lupi ci riprova: un nuovo DDL per rendere edificabile l’intera penisola?

lupi

Controriforme. Privatismo selvaggio e zero pianificazione, il ministro ci riprova. Il settore immobiliare ristagna? La nuova versione del ddl, arricchita di autocrazia renziana, punta a rendere edificabile l’intera penisola.

Di Ilaria Agostini, da Il manifesto, 3 agosto 2014 

«Il governo del ter­ri­to­rio è rego­lato in modo che sia assi­cu­rato il rico­no­sci­mento e la garan­zia della pro­prietà pri­vata (…) e il suo godi­mento». L’art. 8 è il distil­lato della bozza di ddl (“Prin­cipi in mate­ria di poli­ti­che ter­ri­to­riali e tra­sfor­ma­zione urbana”) pre­sen­tata dal mini­stro Lupi al Maxxi di Roma il 24 luglio scorso.

A distanza di nove anni dal ddl 3519/2005 noto come «legge Lupi», appro­vato dalla Camera nel Ber­lu­sconi III e poi for­tu­no­sa­mente boc­ciato in Senato col con­tri­buto della destra che lo ritenne anta­go­ni­sta alla tut­tora vigente legge urba­ni­stica n. 1150/1942,il mini­stro di rito ambro­siano ci riprova.

Nella nuova ver­sione, sta­gio­nata e arric­chita di auto­cra­zia ren­ziana, restano fermi quei prin­cipi di «isti­tu­zio­na­liz­za­zione del “pri­va­ti­smo” in urba­ni­stica» – come ha scritto Ser­gio Brenna – allora stig­ma­tiz­zati da urba­ni­sti e giu­ri­sti in un volume curato da Maria Cri­stina Gibelli (La con­tro­ri­forma urba­ni­stica, 2005), ma vi si aggiunge un colpo di reni da crisi glo­bale, scop­piata in seguito pro­prio alle pesanti spe­cu­la­zioni immobiliari.

La soluzione è semplice. Per Lupi infatti urba­ni­stica coin­cide con edi­li­zia e la riforma è dun­que fina­liz­zata a tro­vare linfa per il set­tore immo­bi­liare, sta­gnante. La solu­zione è sem­plice: ren­dere vir­tual­mente edi­fi­ca­bile l’intera peni­sola, per raf­for­zare la ren­dita fon­dia­ria attra­verso l’istituzione dei diritti edi­fi­ca­tori «tra­sfe­ri­bili e uti­liz­za­bili (…) tra aree di pro­prietà pub­blica e pri­vata, e libe­ra­mente com­mer­cia­bili» (art. 12).

Il «regi­stro dei diritti edi­fi­ca­tori» san­ci­sce la finan­zia­riz­za­zione della disci­plina: si pro­fila uno sce­na­rio di urba­ni­stica dro­gata, dove pere­qua­zione, com­pen­sa­zione, pre­mia­lità ed espro­prio (sì, espro­prio, cfr. art. 11, c. 2) sono ripa­gati con titoli tos­sici come in un gioco di borsa. Tutto il con­tra­rio della pia­ni­fi­ca­zione.

La pro­po­sta legi­sla­tiva flut­tua nel com­pleto distacco dalla con­cre­tezza fisica del ter­ri­to­rio e dell’ambiente urbano che tenta di gover­nare; lo slit­ta­mento dall’oggetto della pia­ni­fi­ca­zione (città e ter­ri­to­rio) alle pro­ce­dure, genera, in sede di pre­sen­ta­zione, affer­ma­zioni ever­sive disci­pli­nar­mente, poli­ti­ca­mente e social­mente, tra cui spicca, per duplice gros­so­lana apo­ria, «la fisca­lità immo­bi­liare come leva fles­si­bile (sic) del governo del ter­ri­to­rio».

Ma lungo l’articolato tra­pela la vera pas­sione del mini­stro: le grandi opere.

L’istituenda DQT, Diret­tiva Qua­dro Ter­ri­to­riale, quin­quen­nale e diret­ta­mente appro­vata dal pre­si­dente del con­si­glio dei mini­stri (art. 5), è con­fi­gu­rata come un piano nazio­nale delle infra­strut­ture (affin­ché non ci si debba più con­fron­tare con ponti sullo Stretto «pro­cla­mati e mai rea­liz­zati») che sov­verte l’ordine delle cose, subor­di­nando il pae­sag­gio al governo del ter­ri­to­rio, in con­tra­sto col Codice dei beni cul­tu­rali.

La pia­ni­fi­ca­zione comu­nale (che si con­fron­terà con la DQ Regio­nale) sarà sud­di­visa tra parte pro­gram­ma­to­ria «a effi­ca­cia cono­sci­tiva e rico­gni­tiva», e parte ope­ra­tiva, dove «il cam­bio di desti­na­zione d’uso (…) non richiede auto­riz­za­zione» (art. 7, c. 10, che pro­se­gue pudìco: «lad­dove la nuova desti­na­zione d’uso non neces­siti di ulte­riori dota­zioni ter­ri­to­riali rispetto a quelle esi­stenti»).

Comun­que sia, il piano comu­nale è tra­volto e annien­tato dagli «accordi urba­ni­stici» (art. 15), ispi­rati agli stru­menti cri­mi­no­geni di con­trat­ta­zione pubblico/privato che tanto lustro hanno dato all’urbanistica mila­nese e romana.

La Lupi II punta sul «rin­novo urbano» rea­liz­za­bile senza regola alcuna, «anche in assenza di pia­ni­fi­ca­zione ope­ra­tiva o in dif­for­mità dalla stessa pre­vio accordo urba­ni­stico» (art. 17).

Assenti in tutto l’articolato i cen­tri sto­rici – privi di tutela come ormai è moda (si veda il piano strut­tu­rale fio­ren­tino) – mal­grado Vezio De Lucia, già a fronte del ddl 2005, avesse denun­ciato lo scor­poro della tutela dall’urbanistica che si ridu­ceva così «a disci­pli­nare esclu­si­va­mente l’edificazione e l’infrastrutturazione del ter­ri­to­rio».

Assenza gra­vata da un sen­tore di depor­ta­zioni di regime: pro­prie­tari o loca­tari degli immo­bili sog­getti al rin­novo urbano (fino a demo­li­zione e rico­stru­zione) saranno ospi­tati in alloggi di nuova costru­zione «per esi­genze tem­po­ra­nee o defi­ni­tive» (art. 17, c. 10, cor­sivo nostro).

Que­sta la pro­spet­tiva: nuova edi­fi­ca­zione prov­vi­so­ria o defi­ni­tiva nelle peri­fe­rie, espul­sione dei ceti sociali svan­tag­giati dalle zone urbane con­so­li­date, o addi­rit­tura cen­trali, che diven­tano nuove aree di spe­cu­la­zione (ora che nella prima peri­fe­ria anche le aree indu­striali dismesse diven­tano merce rara).

Le conquiste smantellate. Esem­plare la per­vi­ca­cia eser­ci­tata nello sman­tel­la­mento delle con­qui­ste degli anni ‘60-‘70. Un esem­pio per tutti: la disap­pli­ca­zione del dm 1444/1968 sugli stan­dard urba­ni­stici, che attri­bui­sce ad ogni cit­ta­dino ita­liano, dalla Cala­bria al Veneto, una quan­tità minima di ser­vizi e attrez­za­ture. Il prin­ci­pio car­te­siano di egua­glianza penin­su­lare ver­rebbe ora spaz­zato via e sosti­tuito da «dota­zioni ter­ri­to­riali», cal­co­late regione per regione e il cui sod­di­sfa­ci­mento sarebbe garan­tito anche dai sog­getti privati.

Una riforma urba­ni­stica nazio­nale, anzi­ché rias­su­mere in un unico testo le peg­giori espe­rienze urba­ni­sti­che ita­liane del dopo Bas­sa­nini (Roma, Milano, Firenze etc.), avrebbe potuto (anzi, dovuto) rias­su­mere – per esten­derne i bene­fici all’intero paese – gli esempi posi­tivi, che pure esi­stono nel pano­rama legi­sla­tivo regio­nale.

A titolo d’esempio il ddl pre­sen­tato dall’assessore Anna Mar­son al con­si­glio toscano, con­te­nente una decli­na­zione della “linea rossa”, auspi­cata dal dibat­tito disci­pli­nare inter­na­zio­nale, da trac­ciare tra città e cam­pa­gna. Ma anche il ribal­ta­mento del para­digma ter­ri­to­riale da «risorsa» o «neu­tro sup­porto«, a «patri­mo­nio» – ossia, da valore di scam­bio a valore d’uso – gio­ve­rebbe alla messa a punto di uno stru­mento sin­ce­ra­mente vòlto alla limi­ta­zione del con­sumo del suolo fertile.

Misure cui potrebbe aggiun­gersi il ripri­stino dell’art. 12 della Buca­lossi (L. 10/1977) che legava i pro­venti delle con­ces­sioni edi­fi­ca­to­rie alle opere di urba­niz­za­zione, al risa­na­mento dei cen­tri sto­rici, all’acquisizione delle aree da espro­priare, e il cui tra­vaso nelle spese ordi­na­rie dei comuni è stato rico­no­sciuto come prin­ci­pale causa dell’alluvione cemen­ti­zia dell’ultimo quindicennio.

Siamo dun­que di fronte alla bozza di un ddl bifronte, alfiere da una parte del libe­ri­smo senza freni in difesa della pro­prietà pri­vata, e dall’altra di un auto­ri­ta­ri­smo sta­ta­li­sta – o auto­cra­zia? – che anti­cipa il rifor­mando art. 117 della Costi­tu­zione secondo il quale le norme gene­rali sul governo del ter­ri­to­rio tor­ne­reb­bero ad essere mate­ria di «esclu­siva com­pe­tenza» dello stato. «8100 rego­la­menti edi­lizi comu­nali – affer­mava Lupi – non sono un segno iden­ti­ta­rio, ma un ele­mento di confusione».

E al mini­stro delle Infra­stru­ture, in luogo del Pic­colo prin­cipe le cui cita­zioni hanno get­tato nell’imbarazzo gli astanti di media cul­tura alla pre­sen­ta­zione romana, pro­po­niamo un’altra più edi­fi­cante let­tura, sul rap­porto tra libertà di azione e vin­colo: Lo sguardo da lon­tano di Claude Lévi-Strauss. «Ritengo – chio­sava l’antropologo – che la libertà, per avere un senso e un con­te­nuto, non debba, non possa, eser­ci­tarsi nel vuoto».