Consumo di suolo in Lombardia: tre pericolosi passi indietro

AREA AGRICOLANessun vincolo per aree agricole con previsione di edificazione al momento non attuata; tre anni per adeguarsi alle disposizioni senza restrizioni; eliminazione dei limiti volumetrici, ridotti a semplici criteri. Con queste discutibili novità si avvicina in Lombardia l’approvazione di una legge che però non ferma il consumo del suolo.

Avanza verso l’approvazione in Consiglio Regionale, programmata a novembre, quella che doveva essere la legge sul consumo di suolo della Regione Lombardia. Una norma che avrebbe dovuto risolvere l’emergenza in una terra ormai prossima all’esaurimento del territorio libero.

Da “Salviamo il Paesaggio.it ”

Ma i faticosi accordi politici, su cui ha lavorato la maggioranza di centro destra con la motivazione di evitare i ricorsi, hanno portato ad un accordo che ha pesantemente ridimensionato le aspettative sul provvedimento.

Le modifiche, emerse nei giorni scorsi al momento della ripresa delle discussioni della Commissione Territorio,  preoccupano le associazioni ed accontentano i costruttori.  Per questi ultimi è prevista addirittura una dilazione di pagamento degli importi dovuti per la monetizzazione di cessioni di aree. Come dice chiaramente l’articolo 5 “a titolo d’incentivazione a favore dei piani attuativi tempestivamente attivati”: questo non è certo un freno al consumo del territorio.

Le inattese novità

Sono in particolare tre le tanto discusse concessioni ai costruttori:

  • Le aree su cui la destinazione edificatoria è già prevista non saranno risparmiate: nessun vincolo retroattivo. Saranno impedite solo le nuove varianti per cambiare la destinazione d’uso dei terreni attualmente agricoli. È già qualcosa ma così facendo l’emergenza sarebbe tamponata solo dopo un’ulteriore e gravissima perdita di suolo libero. Anche perché sono esclusi da tale regola gli ampliamenti di attività economiche già esistenti e gli Accordi di Programma a valenza regionale.

  • I costruttori hanno tempo 3 anni per presentare istanza di costruzione, un tempo più che sufficiente per dare il via alla corsa al consumo, senza remore sugli effetti sia del realizzato che dell’eventuale incompiuto.

  • Spariscono le compensazioni ecologiche e i limiti volumetrici: il consumo di suolo sarà definito “di volta in volta”. Un principio chiave che quindi appare evidentemente debole.

Le associazioni esprimono preoccupazione

Legambiente Lombardia sostiene che, dopo tanta attesa e speranze, si è persa “l’opportunità di darsi una legge per tutelare le aree agricole”. C’erano contenuti innovativi nella versione che lo stesso presidente Maroni aveva firmato meno di un anno fa (febbraio) che però sono andati persi. Ora invece ci sarà “una spinta a realizzare in fretta le previsioni inattuate dai piani urbanistici “gonfiati” dei comuni lombardi: stiamo parlando di circa 90.000 ettari.

“Il testo non prevede alcun limite a nuovi consumi di suolo per i prossimi tre anni e introduce addirittura incentivi per le nuove edificazioni” – dice l’Associazione Segrate Nostra in un comunicato che riporta anche un interessante spunto. In un parere legale degli uffici regionali sulla ri-conversione di un terreno da edificabile ad agricolo si riconosce che vi è sempre la possibilità che una variante al PGT modifichi i diritti edificatori o anche li estingua.

Si può ancora rimediare

I Comuni dovranno adeguarsi alle nuove regole della legge senza dover riapprovare i loro Piani di Governo del territorio (PGT). Lo faranno solo in occasione della prima scadenza degli stessi.

Ma quanto detto sull’estinzione dei diritti edificatori ricorda che c’è ancora la possibilità di rimediare. I comuni hanno la facoltà di conservare le aree libere e riportarle a destinazione agricola o verde. Non sarebbe una decisione in contrasto con la gerarchia della pianificazione sovra comunale, ma una scelta efficace per cercare di riavvicinarsi ai propositi iniziali che avevano spinto la classe politica ad impegnarsi per fermare il consumo di suolo.

Luca D’Achille

Bergamo: il Diurno messo all’asta.

Il compendio immobiliare “Galleria Tubolari – Ex Diurno”, è ubicato nel centrostorico del comune di Bergamo e si estende a livello sotterraneo sotto la PiazzaDante. Ex rifugio antiaereo, fa parte di un vasto programma di rifugi realizzatiall’inizio degli anni ’40 nella città di Bergamo. L’immobile non fu mai utilizzatocome ricovero e nel 1949 fu approvato il progetto per la riconversione in AlbergoDiurno. E’ stato sottoposto a tutela da parte del Ministero dei Beni e delleAttività Culturali e del Turismo per il suo valore storico ed artistico. Ledestinazioni d’uso previste sono quelle commerciali e spazi aperti pubblici

Base d’asta: 1.270.000

l.n.

http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/Editrice/ILSOLE24ORE/ILSOLE24ORE/Online/_Oggetti_Correlati/Documenti/Notizie/2014/10/141027-Schede-Beni-Bando.pdf

Con lo sblocca Italia si sblocca il peggio

nocemento_striscioneoneFabio Balocco Il Fatto Quotidiano.it    

L’Italia democratica, quella vera, quella che crede nella tutela dei beni comuni, quella dei ‘comitatini’ si sta mobilitando in tutta la penisola contro lo ‘Sblocca Italia’, al grido di “blocca lo Sblocca Italia“, e contro una classe politica che si differenzia da tutte quelle che l’hanno precedutasolo perché twitta.

Da Piazza del Gesù a Via delle Botteghe Oscure quella classe politica è sempre stata prona ai voleri di chi spalmava cemento ed asfalto, sia che fosse impresa sia che fosse cooperativa. Oggi questa classe che pretende di rappresentare una nazione rappresenta esattamente la continuità di quella precedente. Anzi, forse peggio. Alla faccia della rottamazione. Forse si sarà rottamata una vecchia dirigenza, ma c’è perfetta continuità su una linea politica che come prima e più di prima favorisce il consumo del territorio e i disastri futuri.

Con lo Sblocca Italia, si vuole innanzitutto completare quell’opera iniziata nei decenni precedenti di sganciamento dell’attività economica edilizia privata dal controllo pubblico, e di eliminazione della programmazione da parte dei comuni. Esemplare è stata Torino in questi due decenni. Dal 1995 ad oggi Torino ha approvato qualcosa come 300, diconsi trecento varianti, molte di più di una al mese. Quello che ha guidato la mano pubblica di Torino in questi anni è stata, di fatto, la proprietà privata che ha chiesto ed ottenuto le varianti. La mano pubblica ha pressoché abdicato alla propria funzione regolatrice. Al riguardo è consigliabile la lettura di ‘Chi comanda Torino di Maurizio Pagliassotti. Addirittura con questo decreto-monstre si consente non solo di edificare in libertà, ma persino di effettuare stralci di urbanizzazioni, e di pagare le stesse a rate. Con i bilanci già comatosi degli enti pubblici.

Ma lo Sblocca Italia non sblocca solo l’edilizia, ci mancherebbe. Anche le grandi opere inutili, le trivellazioni di petrolio, gli inceneritori vi trovano accoglienza. Tanto che più che un decreto sembra una provocazione. C’è da stropicciarsi gli occhi. Ma mi fermo qui. Perché meglio di me certamente parlano Settis, Montanari, Salzano, Bray e tanti altri nell’instant book Rottama Italia scaricabile on-line dal sito di Altreconomia. Leggetelo tutti, è istruttivo per capire come vogliono rovinare quel che resta di quello che era il Bel Paese.

Matera Capitale europea della Cultura 2019

Capitale cultura 2019, la prescelta è MateraAnsa.it  Diventare Capitale europea della Cultura, titolo che nel 2019 toccherà a Matera, determina un forte impatto sulla città in termini economici, culturali, di immagine e sociali. Come dimostra lo studio realizzato dal Parlamento Europeo nel 2013 ‘Capitali europee della Cultura: strategia di successo ed effetti a lungo termini’, le ricadute turistiche sono particolarmente rilevanti per centri poco visitati, mentre gli effetti in termini urbanistici sono molto variabili. Il budget medio negli ultimi anni supera i 60 milioni, con finanziamenti prevalentemente nazionali e locali.

IL PROGRAMMA – Il programma Capitale europea della Cultura è nato nel 1985 e si è nel tempo espanso, attraversando tre fasi distinte, l’ultima delle quali va dal 2005 al 2019 (anno dell’Italia). Le istituzioni europee lavorano ad un’ulteriore fase che va dal 2020 al 2033. L’Italia è stata rappresentata da Firenze nel 1986, Bologna nel 2000, Genova nel 2004.

IL BUDGET – C’è una notevole differenza tra gli stanziamenti per le diverse città nel corso degli anni e sono normalmente i centri più popolosi ad ottenere più fondi. Dal 2005 al 2013 il budget medio si è attestato intorno ai 64 milioni di euro (dall”85 la media si attesta a 37 milioni). Ci sono casi come Istanbul 2010 e Liverpool 2008 che hanno superato i 100 milioni di euro e, sul fronte opposto, città come Cork (2005), Sibiu (2007), Vilnius (2009), Tallinn (2011) con un budget al di sotto dei 20 milioni. Genova nel 2004 ha potuto contare su un budget di circa 35 milioni. Sono generalmente i finanziamenti pubblici a prevalere, da enti nazionali (il 34% in media del totale) o locali (34%), mentre gli interventi dell’Ue incidono solo per il 4% e le sponsorizzazioni per il 15%.

LE SPESE – I fondi vengono spesi soprattutto per la programmazione, anche artistica, ma una buona percentuale va via per la macchina organizzativa e in comunicazione e marketing. A partire dal 1996, un certo peso hanno assunto le spese per le infrastrutture, soprattutto nelle grandi città.

IMPATTO SUL TURISMO – L’incremento medio dei pernottamenti nell’anno di designazione è dell’11% e l’effetto benefico è particolarmente sensibile per le città meno turistiche. La crescita è dimostrata nel breve e medio termine, ma si possono avere effetti anche a lungo termine (anche se difficilmente quantificabili) come dimostra l’esempio di Glasgow 1990, che ha avuto una crescita del 50% degli arrivi stranieri, diventando la terza destinazione del Regno Unito, dopo Londra ed Edinburgo. Anche Liverpool 2008 è un caso di grande successo: 9,7 milioni di turisti nell’anno dell’evento con un incremento del 34% tra il 2007 e il 2008.

CRESCITA ECONOMICA E INFRASTRUTTURALE – A partire dalla metà degli anni ’90 le capitali della cultura sono state protagoniste di uno sviluppo infrastrutturale, spesso legato al restauro degli edifici esistenti. Solo un quinto delle città, finora, ha avuto un grande programma infrastrutturale legato all’evento. Città storiche come Salonicco, Oporto, Genova, Istanbul non hanno invece avuto un impatto urbanistico rilevante. Gli eventi hanno anche portato ad una crescita occupazionale, legata alla macchina amministrativa ed anche alla crescita delle attività culturali. Generalmente forte il contributo dei volontari, che possono variare da alcune centinaia fino ai 17.800 di Lille 2004 o ai 6.159 di Istanbul 2010. L’evento determina anche un dirottamento dei fondi verso attività e organizzazioni culturali, che possono mediamente contare su un notevole incremento di risorse.

Bergamo: il degrado come polvere sotto il tappeto

Area ex gasometroMesi interi passati a discutere della moquette in Piazza Vecchia o del progetto per la rivitalizzazione del Sentierone.  Ora su alcuni giornali locali si comincia a evidenziare il degrado progressivo visibile in alcuni quartieri o aree della città. E, guarda caso, una delle zone che presenta più criticità è quella che va dalla Malpensata fino a Borgo Palazzo, lungo il perimetro delle ferrovie fino al confine con Seriate. Un comparto che avrebbe dovuto trovare soluzioni nel recupero dello scalo merci ferroviario utilizzando lo strumento “Porta Sud”.  Nel 2005 il progetto originario è stato affossato e  sostituito da un progetto, a fattibilità zero, di quasi due milioni di metri cubi (più di cinque volte rispetto a quello precedente). Conclusione: progetto mai realizzato e la società, anche per i ricorrenti passivi registrati, ha dovuto ammainare la bandiera e chiudere i battenti. Soluzione amministrativa (deprecabile) che lascia, però, inalterate, anzi peggiorate, le situazioni di degrado esistenti e abbandonando, di fatto, al loro destino gli abitanti di quei quartieri.

Un’amministrazione rispettabile non può far passare quattro mesi senza dire una parola in merito a  un problema che avrebbe dovuto trovare spazio nella prima pagina dell’agenda del sindaco. Ripeto, parliamo di milioni di soldi pubblici spesi, di aumento del degrado e, di conseguenza di forte calo di vivibilità in un pezzo significativo di Bergamo.

E poi, non ci si può candidare a capitale della cultura mettendo la polvere sotto il tappeto.

Si riporta l’articolo scritto un anno fa sullo stesso argomento:                                                  http://associazionelaurora.myblog.it/bergamo-porta-sud-urge-chiarimento-5722289/

 

Rottama Italia

cop_ROTTAMAITALIA_LRSedici grandi “firme” prendono posizione sul decreto “Sblocca-Italia”, che -nel tentativo di “rilanciare” l’economia italiana- rischia di essere un pesante contributo alla devastazione del paesaggio, e un regalo alle lobby.
Un libro -corredato da 13 vignette dei più graffianti autori satirici italiani- disponibile gratuitamente in formato pdf, affinché -mentre il decreto viene discusso in Aula-, si apra il dibattito nel Paese e lo Sblocca-Italia (che in realtà è un “Rottama-Italia”) si possa fermare

Un’operazione editoriale unica: un istant book gratuito nel quale 16 autorevoli firme smontano pezzo per pezzo ildecreto Sblocca-Italia elaborato dal governo di Matteo Renzi (per leggerlo si può andare sul sito della Gazzetta Ufficiale).
Ellekappa, Altan, Tomaso Montanari, Pietro Raitano, Giannelli, Mauro Biani, Paolo Maddalena, Giovanni Losavio, Massimo Bray, Maramotti, Edoardo Salzano, Bucchi, Paolo Berdini, Vezio De Lucia, Riverso, Salvatore Settis, Beduschi, Vincino, Luca Martinelli, Anna Donati, Franzaroli, Maria Pia Guermandi, Vauro, Pietro Dommarco, Domenico Finiguerra, Giuliano, Anna Maria Bianchi, Antonello Caporale, Staino, Carlo Petrini: un elenco importante e inedito per ribadire i valori della tutela del territorio, della legalità e della visione di un futuro sostenibile.

È stato Sergio Staino a pensare per primo a questo libro. Tutti gli autori (dei testi e delle vignette) e l’editore hanno lavorato gratuitamente.

Ecco l’introduzione, scritta dal curatore del volume, il professor Tomaso Montanari:

Perché vogliamo che l’Italia cambi verso. Ma davvero.
Vogliamo un Paese moderno. E cioè un Paese che guardi avanti. Un Paese che sappia distinguere tra cemento e futuro. E scelga il futuro.
Vogliamo un Paese in cui chiamiamo sviluppo ciò che coincide con il bene di tutti, e non con l’interesse di pochi. Un Paese in cui lo sviluppo sia ciò che innalza -e non ciò che distrugge- la qualità della nostra vita.
Un Paese che cresca, e non un Paese che divori se stesso.
Un Paese capace di attuare il progetto della sua Costituzione. Una Costituzione che da troppo tempo “è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere”, una Costituzione in cui “è scritta a chiare lettere la condanna dell’ordinamento sociale in cui viviamo” (Piero Calamandrei).
Il decreto Sblocca-Italia è, invece, un doppio salto mortale all’indietro. Un terribile ritorno a un passato che speravamo di aver lasciato per sempre. Un passato in cui “sviluppo” era uguale a “cemento”. In cui per “fare” era necessario violare la legge, o aggirarla. In cui i diritti fondamentali delle persone (come la salute) erano considerati ostacoli superabili, e non obiettivi da raggiungere.

Giuseppe Dossetti avrebbe voluto che nella Costituzione ci fosse questo articolo: “La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione è diritto e dovere di ogni cittadino”.

La prima, e più importante, resistenza allo Sblocca Italia passa attraverso la conoscenza, l’informazione, la possibilità di farsi un’opinione e di farla valere. Discutendone nelle piazze e nei teatri, nelle televisioni e alla radio. Richiamando al progetto della Costituzione i nostri rappresentanti in Parlamento. E, se necessario, anche ricorrendo al referendum: se -alla fine e nonostante tutto- questo sciagurato decreto Rottama Italia diventerà legge dello Stato.
Perché non siamo contro lo Sblocca Italia. Siamo per l’Italia.

Alluvione a Genova, la semplificazione edilizia che fa della pioggia un flagello

di | 13 ottobre 2014 ilfattoquotidiano.it

 
Alluvione Genova, la ‘semplificazione’ edilizia che fa della pioggia un flagello
 
In principio, fu “l’urbanistica contrattata”, la perspicua intuizione per cui si sostituiva a un sistema di regole valide per tutti, definite dagli strumenti della pianificazione urbanistica, lacontrattazione diretta delle opere urbanistiche tra i privati portatori di interessi e le autorità pubbliche depositarie dei poteri decisionali.

Poi venne, più in generale, l’anatema contro “i lacci e i laccioli”: la libertà d’impresa, dunque l’imprenditore è un purosangue che deve vivere allo stato brado; se lo si rinchiude nel recinto delle regole, delle procedure, dei vincoli, “della burocrazia”, per non dire della minaccia delle sanzioni, s’incupisce e non investe più.

Si passò, quindi, al mantra della “semplificazione”: il discorso, di fondo, era sempre lo stesso, ma stavolta si provava a piazzarlo con un’altra ammaliante parola d’ordine, “la semplicità”.

Nella relazione di accompagnamento a un altro provvedimento legislativo “semplificatorio”, ovviamente un decreto legge, un recente governo di professori, per munire i propri intendimenti legislativi della dovuta persuasività, dismise pro tempore la Montblanc d’ordinanza per brandire l’ascia del boscaiolo e scrisse di voler “disboscare la giungla delle procedure”.

Quello stesso, rude, “legislatore – taglialegna”, però, nel medesimo testo normativo non lesinava perle di empatico bon ton come l’obbligo, per le autorità di controllo, di “collaborazione amichevolecon i soggetti controllati”.

Saltando vari altri passaggi di questo lungo processo di autofustigazione dello Stato e di messa alla gogna di qualsiasi residua idea di regolamentazione pubblica, si arriva all’oggi, alla fulminante intuizione di emanare lo “sblocca Italia per risolvere i problemi burocratici”, secondo la prosa alata del Presidente del Consiglio.

E, a quel fine, per esempio, s’introduce il meccanismo del silenzio-assenso anche in materia diautorizzazione paesaggistica, sovvertendo, con il brio giovanile tipico di questo governo, il principio della “primarietà del valore estetico-culturale, assunto come insuscettibile di essere subordinato ad altri valori, ivi compresi quelli economici, e, perciò, capace di influire profondamente sull’ordine economico-sociale”, affermato più volte dalla Corte Costituzionale(sent. 151\1986).

Oppure, si smantella un’altra buona parte di quel che resta della regolamentazione dell’attività edilizia, con chicche come quella per cui “si permette a chi costruisce un nuovo quartiere di realizzare stralci funzionali invece dell’intera urbanizzazione. In questo modo gli operatori si limiteranno a investimenti minimi e non sarà più garantito il diritto a città decorose.” (Le mani sulla città‘ di Paolo Berdini e Daniele Nalbone)

Perché il problema principale, in questo paese, nella gran parte del suo corpo sociale, in alto e in basso, non è l’estraneità del principio di etica pubblica; l’assenza del concetto di cura del bene comune, in primis del territorio; l’allergia all’idea stessa di regole in ogni ambito sociale, a partire da quello ambientale ed edilizio; insomma quel capillare patrimonio di virtù “civili” che trasformano una, più o meno intensa, pioggia autunnale in un flagello divino per la terza città del fu triangolo industriale del paese.

No, il mostro da abbattere è “la burocrazia”, questo leviatano di cartapesta buono per tutte le stagioni, climatiche e politiche, in cui bisogna trovare un nemico altrettanto “virtuale” da combattere; in cui bisogna cambiare tutto perché, come sempre, nulla cambi.

Nel 1966, il senatore del Pci, Mario Alicata, in un intervento al Senato sulla frana di Agrigento, tenuto negli stessi giorni dell’alluvione di Firenze, ammonì: “Guai a noi se i responsabili dei fatti di Agrigento dovessero essere ‘amnistiati per alluvione’, cioè dovessero beneficiare, oltre che del sistema di omertà politica dal quale sono stati fin qui anche troppo favoriti, anche di una distrazione dell’opinione pubblica!

Ecco, atti come il decreto “sblocca Italia” sembrano fatti apposta perché i responsabili reali dello scempio del territorio di Genova, e di quelli analoghi che ha subito in lungo e in largo il sedicente “belpaese”, non vengano “amnistiati” dall’alluvione, ma siano direttamente assolti, anzi premiati, per legge, anche grazie alla “distrazione dell’opinione pubblica”.

Assoluzione e delitto lo stesso movente”, per dirla con il poeta di Via Del Campo

Promesse elettorali: a quando il nuovo parcheggio per l’ospedale?

Gori

Poche settimane prima delle elezioni Gori ha lanciato una proposta  per far fronte alla necessità di nuovi posti auto nei pressi dell’ospedale (vedere il resoconto sotto). Il sindaco ha anche individuato con precisione un’area privata e lo strumento (accordo di programma) per attuare l’intervento. A distanza di quasi cinque mesi non si è mai accennato all’argomento che pure riveste carattere di urgenza per i cittadini, soprattutto per coloro che devono accedere alla struttura sanitaria.  A Gori il compito di dimostrare che non si trattava di una proposta finalizzata solamente a recuperare voti.

In assenza di notizie, questo sollecito lo ripeteremo ogni mese.

Segue l’articolo de L’Eco sull’argomento

Titolo: “Gori: La carenza di parcheggi all’ospedale  «Nuovi posti auto nella vicina segheria» 

“Gori, candidato sindaco per il centrosinistra, mercoledì 14 maggio ha presentato le proprie proposte per la sosta all’ospedale. Insieme a lui, due medici: Stefano Fagiuoli e Stefano Magnone, candidati nella lista «Giorgio Gori sindaco». Gori ha parlato delle criticità dell’ospedale individuando possibili soluzioni per i problemi che si possono risolvere a breve scadenza. C’è il problema dell’accessibilità all’ospedale che è visto come parte non integrante della città. Gori punta sui marciapiedi, sulle piste ciclabili e sull’illuminazione per migliorare la situazione.

Per il capitolo trasporti l’auspicio è che possa essere esteso l’orario della fermata della linea 2 che arriva all’ospedale ma finisce le sue corse alle 20,30, quando invece l’orario della visite scade alle 21. E che una stazione di Bike sharing possa essere ubicata all’ospedale. Per i progetti a lunga scadenza (fermata del treno, metrobus) se ne riparlerà.

Quanto ai parcheggi, Gori ritiene che il problema sia a monte e risieda nel fatto che è stata data la gestione di un servizio pubblico a un’azienda privata. La soluzione sarebbe di riportare tutto a una gestione pubblica, ma visto che i tempi non sono brevi, il candidato sindaco del centrosinistra punta a un protocollo d’intesa con la segheria che c’è vicino alla Motorizzazione civile per recuperare un’area di parcheggi pubblici.”

 

 

Genova che affonda e la palude della burocrazia.

di | 11 ottobre 2014 Il fatto quotidiano.it

Il mio primo ricordo di un’alluvione a Genova credo sia del 1977. Avevo cinque anni e l’immagine che mi è rimasta è quella di me, sul terrazzino di casa, la faccia tra le sbarre della ringhiera di protezione, mentre guardo mia madre, giù in strada, che munita di stivaloni affronta i fiumi d’acqua che ancora sgorgano dai tombini per andare al lavoro, dopo tre giorni di isolamento.

Da allora, l’alluvione – che si chiama alluvione e non bomba d’acqua –  è diventata per me, come per tutti i genovesi, una questione familiare, una peculiarità della Superba.  Genova, città d’acque imbrigliate, colline appesantite dalla speculazione e di incuria era già fragile prima che il tempo meteorologico cominciasse seriamente a dare i numeri e che diffondesse i disastri uniformenente su tutto il territorio italiano, con cadenza periodica.

Fu con una certa emozione, quindi, che nel 1996, ascoltando per la prima volta ‘Anime salve’ di Fabrizio De André, ci trovai dentro una canzone stupenda come ‘Dolcenera’, che racconta proprio di un’alluvione genovese (quella del 1970). Qualche tempo dopo De André, nel live che seguì a quel disco, raccontava che anche per lui il ricordo, diventato canzone, era nato da un’immagine conservata nella memoria, quella di un’auto finita su un albero, comparsa come un azzardo alle leggi delle fisica dopo il deflusso delle acque del Bisagno, esondato nei giorni precedenti.

Il tempo è passato e in tante occasioni mi sono ritrovato a ripensare a quella canzone, guardando, da genovese emigrato, alla tv o su uno schermo di un computer, ancora una volta “l’acqua che spacca il monte che affonda terra e ponte”.

Genova, città fragile, città dove “quando piove, piove viola” (per citare un altro sopraffino cantautore genovese, Max Manfredi), Genova stretta tra mari e monti, con i fiumi e i “rii” tombati per far posto a case e strade. Vittima di questa sua fragilità, certo, ma anche degli eterni ritardi italiani, che più che alle acque correnti fanno pensare alla palude.

Secondo quanto affermato dal sindaco Marco Doria, una serie di ricorsi al Tar hanno bloccato per due anni i lavori di sistemazione della copertura del Bisagno. Il progetto dello scolmatore del Fereggiano, il torrente esondato con conseguenze tragiche nel 2011, è stato fermo per sei mesi alla Corte dei Conti, poi ha ricevuto la bocciatura del Consiglio Superiore dei Lavori pubblici, con annessa polemica tra maggioranza di governo e opposizione a Cinque Stelle che contestava il progetto…

Si muore anche di questo, nella Genova dei cantautori

Gran confusione tra Accademia, Spazi universitari, Riuniti e Montelungo

MontelungoNell’articolo sotto riportato si lascia intendere che l’Accademia avrebbe delle esigenze non facilmente compatibili con le prestazioni pubbliche (già esigue) previste nell’accordo di programma (impianti sportivi per l’Università , pensionato per studenti). Se è così, questo non è un buon segno, nel senso che la Città tutta verrebbe penalizzata da questa operazione. Il motivo è presto spiegato: Alla dismissione dell’area dei Riuniti “deve” seguire un processo di Rigenerazione Urbana che assicuri vitalità non solo al comparto, ma alla “Qualità Urbana” nel suo complesso. Una Caserma (come è l’attuale Accademia) che andasse a occupare l’intera area, o una massima parte di essa, sarebbe una sciagura autentica per il territorio cittadino. Produrrebbe ulteriore desertificazione del quartiere. P:S per oltre venti anni anni ci siamo occupati del campus universitario, ora portiamo a spasso per la città quegli spazi residuali tirando fuori la soluzione Montelungo: una soluzione chiaramente “a babbo morto”.

l.n.

Segue articolo pubblicato su eco di bergamo.it

Il nodo spazi per l’Università
Ex Riuniti e c’è la Montelungo

Il nodo spazi da destinare all’Università negli ex Riuniti sarà al centro dell’incontro che si terrà lunedì nella sede dell’ateneo di via dei Caniana.

Si ritroveranno Comune, Regione, Università e Cassa depositi e prestiti, la società controllata dal ministero delle Finanze che ha acquisito l’area del vecchio ospedale.

«L’ipotesi di realizzare il Cus, il Centro universitario sportivo e gli alloggi per gli studenti ai Riuniti resta quella valutata per prima, ma non l’unica sul tavolo» aveva detto meno di due settimane fa il sindaco Giorgio Gori al nostro giornale. L’operazione potrebbe allargarsi e coinvolgere anche il comparto delle ex caserme Montelungo-Colleoni, sempre di proprietà della Cassa.

Sull’argomento le bocche a Palazzo Frizzoni sono rigorosamente cucite. Il fatto di poter ragionare con un unico interlocutore per i due contenitori, strategici nel disegno della città futura, viene considerato il punto da cui partire per trovare la quadra complessiva.

«Per i Riuniti – spiega l’assessore alla Riqualificazione urbana Francesco Valesini – si sta ragionando con la Cassa depositi per vedere se è possibile trovare un punto di convergenza tra le necessità dell’Accademia della Guardia di Finanza e le prestazioni pubbliche che l’Accordo di programma originario prevedeva». Valesini preferisce (per ora) non addentrarsi nei dettagli di un’operazione i cui contorni sono ancora da definire.>>