Aeroporto e giravolte di Gori

aeroporto orio

10 Agosto 2014: dichiarazioni dell’assessore all’ambiente del Comune di Bergamo: «Orio non può più crescere»  L’assessore Ciagà stoppa l’aeroporto….«L’aeroporto più di così non può crescere. È il buon senso che lo impone» continua l’assessore e le parole fanno un certo effetto e rappresentano una sottolineatura tutt’altro che banale. Perché il concetto, anche se in maniera più sfumata, nel programma elettorale era già stato espresso, ma ora rappresenta anche l’occasione per rileggere la questione alla luce dei suoi più recenti sviluppi.>>

Il Giorgio Gori di oggi:  ” Se la notizia del giorno è che Ryanair ha rinnovato per altri 5anni il proprio contratto con Sacbo, e nel frattempo progetta per il 2020 di raggiungere e forse superare ad Orio i 9 milioni di passeggeri, ho l’impressione che qualcuno (anche tra noi) se ne dispiaccia, quando dovremmo invece essere i primi a rallegrarcene.   Arrivano i ma e i distinguo “Il Comune di Bergamo considera la salute dei cittadini una priorità, è impegnato per una concreta riduzione dell’inquinamento acustico e atmosferico sugli abitati oggi più colpiti, ma non perde di vista che l’aeroporto è un fattore assolutamente decisivo per lo sviluppo economico”

Questa è bella…….. continua Gori: ” aldilà dei tecnicismi, la ragione per cui la scorsa settimana il Comune di Bergamo – a malincuore, dopo aver inutilmente cercato un punto di mediazione – ha ritenuto di non poter firmare la lettera del Tavolo dei Sindaci: concordavamo su tutto, non sull’idea che l’aeroporto debba bloccarsi di fronte ad un “tetto” tanto infondato (a più riprese i ministeri interpellati hanno chiarito che il numero di movimenti indicato nel decreto VIA non può essere letto come un limite) quanto inattuale (sappiamo tutti che l’aeroporto ha già ampiamente varcato quella soglia).”

Tutto coerente …….o no?

 

Renzo Piano, Bergamo e il valore delle periferie.

Area ex gasometroParlando a Bergamo in un convegno della Fondazione Italcementi, Renzo Piano ha sottolineato la necessità di una politica urbanistica attenta alle periferie delle  nostre città. “Siamo un Paese straordinario e bellissimo, ma allo stesso tempo – dice Renzo Piano – molto fragile. E’ fragile il paesaggio e sono fragili le città, in particolare le periferie. Ma sono proprio le periferie la città del futuro, quella dove si concentra l’energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli. C’è bisogno di una gigantesca opera di rammendo e ci vogliono delle idee”.  Queste riflessioni dovrebbero aiutare la nuova giunta di Bergamo a stilare delle priorità precise rivedendo, nei limiti del possibile, alcune scelte già preannunciate.

Nel caso che Gori e la sua maggioranza decidessero di dar seguito a quanto affermato da Renzo Piano, si potrebbe attingere a un lavoro  già portato a termine dalla Giunta Veneziani e approdato in consiglio comunale nel lontano aprile del 2001. Mi riferisco ai cinque Piani Particolareggiati delle periferie  (Colognola, Campagnola, Grumello al Piano, Valtesse e Valverde, Longuelo)  che portano la firma del professor Sergio Crotti. Questi studi erano partiti da una rigorosa ricognizione delle condizioni di ogni singolo quartiere per elaborare poi una proposta di recupero urbano coerente con il contesto. Gli interventi previsti erano in parte di spettanza del Comune e in parte riservati ai privati. Alcuni di essi (a Colognola) sono stati realizzati, altri sono rimasti solo sulla carta per problemi finanziari o per diversità di vedute dell giunte successive. Comunque il lavoro di ricognizione e di elaborazione potrebbe risultare utile per future scelte anche  se diverse. Si tratterebbe solo di tirare fuori dagli armadi proposte già passate all’esame attento delle circoscrizioni di allora e giudicate positive. In conclusione mi fa piacere vedere confermata la bontà  e la lungimiranza di una scelta  per la  nostra Città maturata alla fine del 1999.

l.n.

 

 

Aeroporto, il fronte dei sindaci contro Gori

Bergamo non firma la lettera di altri 17 Comuni. Scontro su un limite al numero di voli

di Fabio Spaterna cORRIERE DELLA SERA

shadow

Lo spazio vuoto sul documento è piccolo, appena pochi centimetri, ma è di quelli destinati a far discutere. Tra le firme dei 17 Comuni bergamaschi che fanno parte del tavolo dei sindaci sull’aeroporto di Orio al Serio — riuniti per concordare il testo di una lettera di richieste alla Provincia — manca solo quella di Bergamo. E le critiche nei confronti della scelta solitaria di Palafrizzoni, rappresentato al tavolo dall’assessore all’Ambiente, Leyla Ciagà, sono bipartisan.

«Abbiamo fatto di tutto per convincere Bergamo a firmare, ma non c’è stato verso», accusa il sindaco di Orio, Alessandro Colletta. «D’accordo sui contenuti, ma non su un punto di carattere tecnico, da qui la mancata firma», minimizza Ciagà, ma il problema di fondo pare ben più complesso. Il documento della discordia, spedito al presidente della Provincia, Matteo Rossi, e al membro del Cda di Sacbo indicato da via Tasso, il senatore forzista Enrico Piccinelli, auspica il mantenimento della governance dello scalo aeroportuale in ambito bergamasco, chiedendo alla Provincia di non cedere le proprie quote di Sacbo, «ipotesi tutt’altro che remota viste le difficoltà finanziarie attraversate dall’ente, e che rischierebbe di cambiare gli equilibri azionari». Il tavolo chiede poi di sostenere l’operazione Montichiari, in modo così da eliminare i voli notturni, con l’indicazione — ed è questa la frase che ha fatto entrare i sindaci in rotta di collisione con Palafrizzoni — che «i voli notturni non vengano sostituiti con maggiori voli, nel rispetto del limite massimo definito dal Piano di Sviluppo Aeroportuale e autorizzato dal Decreto Via». Che in sostanza significa: bene che i voli notturni spariscano, ma a condizione che quelli diurni non aumentino in maniera esponenziale.

«Un rischio concreto, visto che come impatto ambientale un volo notturno equivale a circa 7 diurni — spiega il sindaco di Azzano San Paolo, Simona Pergreffi —. Non vorremmo che per togliere una decina di voli di notte se ne aggiungessero 70 di giorno». Da qui l’empasse con Palafrizzoni, che è anche socio di Sacbo: aumentare i voli diurni significherebbe infatti rimpinguare le casse dell’aeroporto. «Non abbiamo firmato solo perché si è voluta inserire la richiesta di considerare vincolante il tetto massimo ai movimenti aeroportuali a cui si fa riferimento nel decreto Via — precisa Ciagà —. Avevamo chiesto di togliere ogni riferimento alla Via, sostituendolo con la richiesta che non venisse incrementato indiscriminatamente il numero di movimenti, ma la nostra proposta non è stata accolta». Una versione che non convince i sindaci del tavolo: «Noi vogliamo solo tutelare i nostri cittadini, e il decreto è l’unico documento ufficiale a cui possiamo oggi fare riferimento», ribatte Colletta. «L’impegno per una firma condivisa c’era, ma alla domanda se Bergamo abbia intenzione di aumentare i voli diurni non c’è stata risposta. È uno spirito da manager piuttosto che da amministratori pubblici».

A settembre si era già creato un precedente, quando Palafrizzoni si era sfilato — sempre adducendo «questioni tecniche» — da una lettera firmata da 14 sindaci e destinata a Enac e Sacbo, in cui si chiedeva di ripristinare le procedure antirumore sospese ad aprile in attesa dell’esito dei ricorsi sulla zonizzazione acustica. Allora il sindaco pd di Treviolo (e delegato provinciale alle Infrastrutture) Pasquale Gandolfi aveva difeso la scelta del collega Giorgio Gori, ma questa volta non usa mezzi termini: «Pensavo che un testo del genere fosse condivisibile da tutti, e mi spiace che Bergamo non l’abbia firmato. Questa rigidità non aiuta a tenere compatto il fronte dei sindaci. Ho insistito inutilmente, anche in maniera decisa, con l’assessore Ciagà: è stata un’occasione persa»

Il Governo Renzi e la stabilità del cemento

da salviamoilpaesaggio.it

renzi-cemento

Il governo Renzi annuncia lo stop al consumo di suolo, ma con lo Sblocca Italia e con la legge di stabilità va in direzione opposta. I Comuni continueranno a usare gli oneri di urbanizzazione per “fare cassa”. A danno dell’ambiente, del paesaggio e dei servizi.

Impermeabilizzato il 7,3 % di suolo italiano. Napoli il Comune con più cemento e asfalto. Poi Milano. Lombardia e Veneto le regioni più impermeabilizzate. Restano per questo in superficie in tutta Italia 270 milioni di tonnellate di acqua piovana all’anno.

Le buone intenzioni ci sarebbero. In commissione, dopo i recenti disastri alluvionali, il ministro dell’Ambiente, Gianluca Galletti, si è pronunciato per un immediato stop al consumo di suolo. Misura sollecitata da anni da urbanisti (Salzano, De Lucia, Meneghetti, Berdini e altri) e ambientalisti. Finalmente ci siamo? A parole. Nei fatti si va in direzione opposta con lo Sblocca Italia e con la legge di stabilità.

Lo ha denunciato l’ex ministro alle Politiche agricole, Mario Catania, firmatario di un disegno di legge contro il consumo di suolo: la legge di stabilità consentirà ai Comuni di impiegare ancora i proventi degli oneri di urbanizzazione per la spesa corrente. L’edilizia dunque potrà essere di nuovo da essi accelerata. In parte è soltanto un’empia illusione perché ci sono centinaia di migliaia di alloggi e di uffici vuoti e invenduti Ma sarà la recessione a rallentare il consumo di suolo e non la volontà del governo Renzi espressa con la legge di stabilità.

La svolta decisiva risale alla primavera 2001. Il governo Amato, a sei giorni dalla sua uscita di scena per far posto al nuovo governo Berlusconi, elimina dal Testo Unico per l’edilizia su proposta del ministro per la Funzione pubblica, Franco Bassanini (una lunga milizia a sinistra, prima nel Psi , poi nella Sinistra indipendente, nominato nel 2008 da Giulio Tremonti presidente della potente Cassa depositi e prestiti) un articolo-cardine, il n.12, della legge sui suoli n.10/1977 voluta dal repubblicano Pietro Bucalossi.

Esso prescriveva che “i proventi delle concessioni e della sanzioni” dovevano essere versati in un conto corrente vincolato, per essere “destinati alla realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria, al risanamento di complessi edilizi compresi nei centri storici, nonché all’acquisizione delle aree da espropriare per la realizzazione dei programmi pluriennali”. Tutto cancellato. Da quel momento i Comuni – ai quali il governo centrale trasferisce sempre meno soldi – sono autorizzati ad utilizzare gli oneri di urbanizzazione “per fare cassa”, per la spesa corrente.

Una follia perché in tal modo i piani urbanistici vengono stravolti con cento varianti, pur di far correre l’edilizia che, non a caso, galoppa dal 2001 al 2008, sino alla gelata della recessione mondiale. A danno ovviamente dell’ambiente urbano e del paesaggio, a danno dei servizi primari e secondari da fornire ai cittadini. Nel primo caso strade, fogne, luce, gas, illuminazione pubblica, aree a verde, parcheggi, ecc. Nel secondo, asili, scuole materne e poi di ogni livello, consultori, chiese, verde attrezzato di quartiere e altro ancora.

Di più: quel denaro fresco che entra nella casse comunali col pagamento delle concessioni edilizie ha un effetto positivo effimero. Non nel medio e lungo periodo: fatti i dovuti investimenti nei servizi, al Comune, e quindi, alla lunga, ai suoi abitanti quel vorticare di concessioni edilizie tornerà in fronte come un boomerang. Con l’aggravante di ritrovarsi un territorio e un paesaggio degradato dall’abbinamento cemento+asfalto.

Quel boom dei primi otto anni del nuovo secolo ha almeno sanato la “fame di case” a prezzo o a fitto equo, medio-basso? Neanche per sogno: si trattava di condominii, di ville e villette “di mercato”. Molte erano seconde e terze case destinate a sfasciare definitivamente territorio e paesaggio. Quindi la domanda di case economiche o sociali – per giovani coppie, per famiglie immigrate, ecc. – non ha ricevuto da questo boom edilizio risposte di sorta. Così si è creato un enorme stock di alloggi e di uffici vuoti, invenduti, sfitti, in tutte le città italiane, a fronte del quale fioccano le occupazioni di case, popolari e non.

Non c’erano mezzi legali per frenare, per ridurre questa folle corsa? C’era il Codice per il paesaggio che prescrive, da anni ormai, ad ogni Regione di co-pianificare col Ministero dei Beni culturali e di approvare poi quel piano paesaggistico in grado di obbligare gli italiani alla virtù e alla saggezza. Sì, ma soltanto una regione per ora, la Toscana, per merito della giunta presieduta da Enrico Rossi e dell’assessore Anna Marson, ha redatto e approvato, fra polemiche roventi di cavatori, immobiliaristi, costruttori, speculatori vari, il piano paesaggistico e con esso la nuova legge urbanistica. E le altre? Più ombre che luci, a volte buio pesto. La fresca legge lombarda forse riuscirà a peggiorare le cose.

Malgrado la crisi, anche nell’ultimo triennio, secondo i dati dell’Ispra, il consumo di suolo ha galoppato follemente. Eppure la superficie agricola italiana si era già ridotta nel quarantennio 1971-2011 del 28 %, circa 5 milioni di ettari in meno, una superficie pari a Lombardia, Liguria ed Emilia-Romagna sommate insieme.

Mentre l’abbandono ormai cronico della montagna fa precipitare a valle acqua, tronchi, fango, terra in quantità inusitate durante le piogge battenti di ogni stagione ormai.

In pianura questa fiumana violenta trova terreni già allagati perché resi “impermeabili” da asfalto e cemento per superfici immense e che quindi non assorbono più una massa d’acqua enorme: 270 milioni di tonnellate all’anno. Milano è, dopo Napoli, il Comune più impermeabilizzato con oltre il 60 % della superficie seguito a ruota col 48 % da Monza. Acqua di sopra e acqua di sotto: la falda sotterranea è risalita rapidamente con la chiusura dei complessi siderurgici e tessili. Per cui Seveso, Lambro e altri corsi d’acqua straripano sempre più spesso.

Ultima beffa. Meno soldi da Roma? Si “fa cassa” con gli oneri di urbanizzazione (fra dieci anni qualcuno pagherà) e si alzano le tasse comunali. Dal 1997, cioè dalla prima legge Bassanini sul federalismo amministrativo, esse sono state inasprite del 200 %, contro il 35-36 % di quelle statali. Se questo è il federalismo, torniamo ad un regionalismo, equilibrato e “controllato”.L’“autocorrezione” dei vari enti ha prodotto in realtà un’“autocorruzione” diffusa, inquinante, insostenibile.

di Vittorio Emiliani, da LEFT, 20 dicembre 2014