Le conseguenze del cemento.

paesaggioda Altreconomia.it Le coste italiane sono oasi di cemento: il 19,4% per cento dei litorali entro i 300 metri dal mare è stato impermeabilizzato, con una punta del 40 per cento in Liguria. Questo dato, tratto dal Rapporto sul consumo di suolo 2015 dell’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale (ISPRA, www.isprambiente.gov.it/it), evidenzia come le aree costiere abbiano quasi triplicato il dato nazionale, che stima un consumo complessivo di suolo pari al 7 per cento del territorio nazionale.

Michele Munafò è il responsabile della ricerca ISPRA sul consumo di suolo: “Lungo le coste sono stati impermeabilizzati quasi 500 chilometri quadrati, e sinceramente non mi aspettavo un dato così alto. Ricordo che le aree costiere al di là dell’aspetto produttivo, legato alla fertilità dei suoli, sono molto importanti dal punto di vista paesaggistico, oltre a rappresentare spesso aree delicatissime, che dovrebbero essere salvaguardate.
Guardare a che cosa accade nei primi 300 metri, poi, significa considerare un’area poco più ampia della battigia”.

Se si allarga anche alla fascia dai 300 ai mille metri, il dato del consumo di suolo continuerà ad impressionarci: 16%, più del doppio della media nazionale.

Il rapporto ISPRA, però, evidenzia l’attacco del cemento anche nei confronti di altre aree fragili, cioè -ricorda Munafò- “quelle che tendenzialmente dovrebbero non essere consumabili, perché protette o vincolate, come le aree entro i 150 metri dai corsi d’acqua, aree delicate, tutelate dalla legge Galasso, fondamentali per l’equilibrio idrologico, per prevenire fenomeni di dissesto. È molto significativo, guardando alla cronaca dei ‘disastri’ degli ultimi anni, il dato della Liguria, dove oltre al 40% dalla costa e cementificio anche il suolo consumato in aree a pericolosità idraulica, pari al 30 per cento del totale. L’acqua da qualche parte deve pur andare” spiega Munafò.

I dati nazionali evidenziano come siano stati spazzati via complessivamente 34mila ettari all’interno di aree protette, e siano stati impermeabilizzati il 9 per cento delle zone a pericolosità idraulica e il 5 per cento delle rive di fiumi e laghi.

Se un’indicazione positiva si può trarre, da questo rapporto, è che la velocità media del consumo di suolo si è leggermente ridotta, passando da 8 metri quadrati al secondo a 6-7 metri quadrati al secondo, in media, tra il 2008 e il 2013.
“Gran parte del consumo di suolo, il 60 per cento, va ad impattare su aree agricole coltivate, andando a provocare perdita di suolo -spiega Munafò-. Ma non è trascurabile nemmeno il dato relativo al consumo di suolo che riguarda le aree aperte urbane, pari al 22 per cento, perché vanno perse zone che hanno una importanza fondamentale per la resilienza urbana, per la qualità dell’ambiente urbano, per l’adattamento ai cambiamenti climatici. Ribaltando il punto di vista -continua il ricercatore dell’ISPRA- quel 60 per cento è quasi poco: a partire dal disegno di legge depositato nel 2012 dall’allora ministroMario Catania si è sempre parlato di interventi legislativi per fermare il consumo di suolo agricolo, ma oggi evidenziamo come il 40 per cento dell’impermeabilizzazione riguardi aree naturali, aree boscate e aree libere urbane”.

Tra le cause di degrado del suolo, il rapporto ISPRA 2015 indica le strade, che rappresentavano a fine 2013 circa il 40 per cento del totale del territorio consumato. “Questo dato è da sempre sottostimato, perché difficile da documentare -spiega Munafò-: quando parliamo di strade non facciamo riferimento infatti solo a quelle dal più elevato impatto, come le autostrade, ma anche al reticolo di strade minori, comprese quelle sterrate, che nella loro globalità incidono molto. Sono linee sottili, e storicamente non sono mai state prese in considerazione, ma gli effetti di una infrastruttura lineare sulle funzioni eco-sistemiche del suolo o sulla frammentazione degli habitat vengono amplificati a parità di superficie rispetto a costruzioni compatte. Le strade, poi, evocano anche una tendenza alla dispersione insediativa, a un nuovo sviluppo urbano tendenzialmente a bassa densità, che letteralmente ‘amplifica’ i dati sul consumo di suolo. Gli effetti su ciò che c’è intorno, infatti, sono importantissimi, e per la prima volta abbiamo cercato di stimarli con una elaborazione: abbiamo misurato un’area di 100 metri intorno a ogni porzione ‘consumata’, e l’area ‘impattata’ da questo consumo di suolo potenziale è il 55% dell’intero territorio.
Ciò significa -conclude Munafò- che più della metà del territorio è disturbato, direttamente o indirettamente, dal consumo di suolo, e risente delle presenza di infrastrutture o edifici a piccola distanza. Questo è tipico dei Paesi poco pianificati dell’area del Mediterraneo, dove non c’è delimitazione netta tra città e campagna, e la dispersione di edifici e infrastrutture provoca effetti dirompenti”.

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