Referendum contro la trivellazione dell’Adriatico.

ReferendumAnche a Bergamo Sabato 29 agosto dalle ore 15 è possibile firmare per il referendum contro la trivellazione dell’Adriatico. Si inizia con un banchetto in Piazza Pontida, angolo via XX Settembre.

La partecipazione è importante per impedire una manovra rovinosa per l’ambiente naturale e per l’economia di larga parte del nostro Paese:

SCOPO DEL QUESITORicondurre nell’ambito di procedure ordinarie la attività di trivellazione

Si tratta di un quesito strettamente legato al quesito numero 3. Attraverso lo “Sblocca Italia”, il Governo ha incluso le attività di ricerca e coltivazione (estrazione) di idrocarburi tra le attività strategiche indifferibili e urgenti che, pertanto, possono usufruire di iter autorizzativi facilitati e in deroga (cancellando importanti elementi di garanzia e di controllo quali il vincolo preordinato all’esproprio e depotenziando la partecipazione delle Regioni e degli enti locali ai relativi procedimenti amministrativi), oltre a prevedere tempi più lunghi per le concessioni di esplorazione (fino a 12 anni) e di sfruttamento del giacimento.
Il quesito mira a eliminare il carattere strategico della ricerca e trivellazione di idrocarburi, riportando l’iter autorizzativo alla procedura ordinaria e, al contempo, riducendo la durata delle autorizzazioni di esplorazione e sfruttamento (rispettivamente 6 e 30 anni).

L’obiettivo è abrogare quelle parti dell’articolo 38 del decreto “Sblocca-IItalia” (governo Renzi) che, a partire da una qualificazione delle trivellazioni come opere strategiche indifferibili e urgenti, le sottraggono alle procedure autorizzative ordinarie, cancellando tra l’altro per tali tipologie di interventi importanti elementi di garanzia e di controllo quali il vincolo preordinato all’esproprio e depotenziando la partecipazione delle Regioni (e degli enti locali per quanto riguarda l’intesa in conferenza unificata) ai relativi procedimenti amministrativi.

 

Salento. Catena umana lunga 10 Km per dire no alle trivelle in mare.

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Una catena umana lunga dieci chilometri per dire NO ALLE TRIVELLE nel mare del Salento.

La catena umana per dire no alle trivelle in mare

La manifestazione ha coinvolto tanti turisti presenti nelle spiagge del basso Salento: alle 10.30 i manifestanti si sono dati appuntamento nei pressi dell’Ufficio Iat di Pescoluse dove è stata presentata ai turisti e ai locali la manifestazione e spiegati i motivi di fondo.

«L’azione dei sindaci mobilitati per difendere il nostro mare – ha dichiarato Marcello Seclì, presidente di Italia Nostra – a prescindere dal colore politico ha l’obiettivo di sollecitare la consultazione referendaria per chiedere l’abrogazione degli articoli 35 e 38 del decreto “Sblocca Italia”, relativi alle prospezioni in mare. Puntiamo sempre al dialogo e mai allo scontro convinti che solo con il confronto pacifico si possano ottenere risultati. Utilissimo e sempre crescente anche l’appoggio di cittadini e associazioni che si stanno mobilitando insieme a noi».

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«Attraverso la protesta cerchiamo di tenere alta l’attenzione su questo tema che ci riguarda direttamente ma che dovrebbe coinvolgere tutti indistintamente, perché trivelle posizionate davanti alle coste degli altri Paesi che si affacciano sull’Adriatico e sullo Ionio rappresenterebbero un danno anche per il nostro mare. I sindaci dei 97 Comuni della provincia di Lecce, compatti, hanno firmato il patto dei sindaci aderendo ad un modello di sviluppo energetico innovativo, accettare le trivellazioni, la ricerca e la coltivazione di materiali fossili significherebbe tornare al passato. Con la nostra protesta di luglio e lo sciopero della fame siamo riusciti a far arrivare sui tavoli regionali la questione e a far assumere un impegno serio da parte di Emiliano, perciò continuiamo con la battaglia per ricordare a tutti che il problema esiste ancora».

Pur non essendo presenti alla manifestazione di ieri hanno manifestato adesione il Comitato No Trivelle del Capo di Leuca, i parlamentari Dario Stefàno, Francesco Bruni e Salvatore Capone, gli assessori regionali Loredana Capone, Totò Negro e Sebastiano Leo, il presidente della Provincia di Lecce Antonio Gabellone, il presidente del Movimento Regione Salento Paolo Pagliaro, lo stesso presidente della Regione Michele Emiliano, la diocesi di Ugento – Santa Maria di Leuca, il regista Edoardo Winspeare. «Quella contro le trivelle – ha spiegato Palese – è una vecchia battaglia della Puglia. La catena umana è l’emblema di tutta la battaglia, un messaggio forte che parte dalla periferia per giungere al centro. Questi sono tra i luoghi più belli del pianeta e abbiamo il sacrosanto diritto e dovere di tutelarli». «Difendere questo mare – ha dichiarato Danilo Casto, batterista dei Negramaro – rappresenta un dovere sociale di ogni cittadino. È importante riflettere su come l’essere umano deve assumersi le responsabilità del tempo che vive. Dobbiamo difendere l’ambiente che erediteranno i nostri figli».

Dopo la conferenza stampa i politici si sono trasferiti lungo la spiaggia e partendo da Pescoluse, fino ad arrivare a Torre Pali e tornando indietro fino alla spiaggia di Leuca, passando per Torre Vado, San Gregorio e Felloniche, hanno creato, insieme ai tanti turisti in spiaggia, incuriositi dal movimento che nel frattempo si era creato, una lunghissima catena lunga oltre 10 chilometri. Intanto il prossimo appuntamento con la battaglia si trasferirà a Bari, il prossimo 18 settembre, proposta dal presidente Emiliano presso la Fiera del Levante. Palese ha proposto però la presenza di sindaci e cittadini anche il 12, in occasione della inaugurazione quando sarà presente anche il presidente del Consiglio Renzi.

La catena umana in mare per dire no alle trivelle alle Isole Tremiti

Incenerire e trivellare.

Stefano Ciafani

Vicepresidente Legambiente

Dopo il via libera alle nuove trivellazioni di petrolio, arriva anche la bozza di Decreto del presidente del consiglio dei Ministri (Dpcm) sulla realizzazione di nuovi impianti di incenerimento.

Chi pensava che con lo Sblocca Italia, l’estrazione degli idrocarburi, le nuove grandi e inutili opere, il governo avesse toccato il fondo delle politiche ambientali, sbagliava di grosso. L’ultima conferma arriva con lo schema di Dpcm sull’incenerimento dei rifiuti in attuazione dell’articolo 35 del decreto Sblocca Italia che prevede 12 nuovi inceneritori in Italia (3 nel nord Italia, 4 nel centro, 3 nel Sud e 2 in Sicilia) che si aggiungerebbero a quelli già attivi, di cui non si prevede lontanamente lo spegnimento, neanche di quelli evidentemente “cotti” e quindi da dismettere (e ce ne sono diversi).
Si tratta di una proposta da respingere al mittente per tanti  motivi evidenti.
Il primo motivo è che Palazzo Chigi fa finta di non vedere che ancora una volta manca l’oggetto del contendere, e cioè i quantitativi di rifiuti. Sfidiamo chiunque a garantirsi quelle quantità di rifiuti da bruciare previste nella bozza di Dpcm ed è impossibile non tener conto dell’aumento inesorabile delle quantità avviate a riciclo, oltre che di quelle oggetto delle inevitabili politiche di prevenzione. I quantitativi da bruciare in nuovi impianti sono sovrastimati dal governo perché sono calcolati su un obiettivo del 65% di raccolta differenziata già ampiamente superato in diverse regioni (a partire da Veneto, da Friuli Venezia Giulia, Marche). Non si considerano né il programma nazionale di prevenzione (ma il ministro Galletti si ricorda che il suo predecessore ha approvato quel piano nel 2013 e che lui stesso ha messo in piedi un Comitato scientifico presieduto dal professor Andrea Segrè per la sua attuazione?) né il fatto che l’altra lobby concorrente, quella del cemento, sta cercando di bruciare nuovi quantitativi di combustibili da rifiuti (Css) nei loro impianti. Tra l’altro già oggi gli impianti da poco costruiti, come ad esempio quello di Parma, sono in grande difficoltà perché grazie alle raccolte differenziate domiciliari e la tariffazione puntuale non hanno più i rifiuti dal territorio che li ospita e sono costretti a cercarli da altre regioni. Lo stanno facendo utilizzando proprio l’articolo 35 dello Sblocca Italia che smonta il condivisibile principio di prossimità, moltiplicando i viaggi dei rifiuti urbani da una parte all’altra del paese (opzione che andrebbe invece minimizzata), e permette anche di ri-autorizzare gli impianti sul carico termico massimo, aumentando i quantitativi di rifiuti da bruciare (a proposito, le capacità di trattamento descritte nella bozza di Dpcm non tengono conto di queste nuove autorizzazioni).  Insomma sull’incenerimento il governo dà veramente i numeri.
Il secondo motivo è che ancora una volta si guarda agli interessi di poche società e non a quelli del paese. Si tratta infatti di una bozza di decreto che è a nostro avviso il frutto della sommatoria delle richieste singole delle aziende di gestione dei rifiuti, soprattutto delle multiutilities del nord, che ancora non hanno capito che in questo paese il vento è cambiato e che non c’è più spazio per nuovi inceneritori. Opzione che va invece ridotta inesorabilmente nel prossimo futuro a vantaggio della economia circolare di cui si è tornato a parlare finalmente in Europa (è curioso notare come la responsabile del dossier su questo tema sia la parlamentare europea PD Simona Bonafè, molto vicina al premier Renzi). Ancora una volta il governo scrive un decreto sotto dettatura di una lobby: del resto, vedendo la distribuzione territoriale dei 12 impianti, è abbastanza semplice capire chi sono i promotori dei singoli progetti che il governo ha prontamente fatto propri. Il Paese invece avrebbe bisogno di tanti impianti che non ci sono e che servirebbero molto ai cittadini e alle loro tasche. Serve realizzare, soprattutto nel centro sud, gli impianti per trattare l’organico differenziato (recuperando energia con il biogas), raccolto dai sempre più numerosi Comuni ricicloni, che purtroppo continua a viaggiare quotidianamente su gomma per diverse centinaia di chilometri, spendendo inutilmente soldi in inquinanti trasporti e consumando gasolio. Serve costruire la rete capillare degli impianti per la massimizzazione del riciclaggio (ecodistretti, fabbriche dei materiali, etc) e per la preparazione per il riutilizzo dei rifiuti. Tutti quegli impianti che alla base della legge di iniziativa popolare “Rifiuti zero”, curiosamente in discussione in Commissione Ambiente della Camera dei deputati, mentre il Governo spinge sull’incenerimento.
Insomma gli impianti servono, e ce ne vogliono davvero tanti nuovi sul territorio nazionale, ma non quelli che hanno in testa le società di igiene urbana quotate in Borsa, a partire da A2A, Hera e Iren, tutte aziende che guidano la “nuova confidustria dei rifiuti, dell’acqua e del gas” da poco costituita, che si chiama Utilitalia.
Il terzo motivo è che questo schema di dpcm non fa altro che spostare l’attenzione su un piano che non si concretizzerà mai per questioni politiche (tutte le Regioni hanno già detto “no grazie”), sociali (quali sono i territori disponibili ad ospitare impianti di questo tipo?), ma soprattutto economiche. I potenziali prezzi di conferimento dei nuovi impianti non sarebbero infatti competitivi con gli inceneritori esistenti, a partire da quelli del nord Europa, che continuerebbero inevitabilmente a bruciare anche i rifiuti italiani con buona pace di chi ha scritto lo Sblocca Italia (non è un decreto che definisce le rotte dei rifiuti ma è il costo di conferimento all’impianto: gli impianti nord europei sovradimensionati e costruiti negli anni ’90 garantiscono prezzi bassissimi che nessun inceneritore italiano, vecchio o nuovo, è in grado di assicurare). Tutto questo ci farà purtroppo perdere altro tempo che soprattutto in alcune regioni critiche (come ad esempio Sicilia, Puglia o Lazio) non abbiamo.
Insomma non scherziamo: se il governo vuole lavorare sul serio sulla gestione dei rifiuti cancelli questa bozza di Dpcm e scriva un nuovo testo che punta davvero all’economia circolare. Basterebbe rivedere completamente il principio di penalità e premialità economica nel ciclo dei rifiuti e il cambio di passo sarebbe garantito. Serve tartassare le discariche utilizzando al meglio l’ecotassa (perché non cambiare quello strumento ormai datato, approvato nel lontano 1995, trasformando il tetto massimo di 25 euro/t della tassa in un tetto minimo di 50 euro/t come da nostra proposta?): in questo modo il costo della discarica schizzerebbe in alto e si ridurrebbe in pochi mesi il flusso di rifiuti smaltiti sotto terra. Gli incentivi alla produzione di elettricità da incenerimento vanno cancellati e questo è il momento giusto: in questi mesi infatti sono in discussione nella bozza di decreto sulle rinnovabili non fotovoltaiche, dove nella prima bozza del decreto erano ancora previsti mentre nella seconda sono fortunatamente spariti (la loro ricomparsa sarebbe uno schiaffo al mondo delle vere rinnovabili).
Se invece l’esecutivo continuerà sulla strada del Dpcm in discussione, ci sarà un solo risultato: lo stallo totale che farà felici ancora una volta i tanti signori delle discariche che continuano a fare soldi e governare il ciclo dei rifiuti grazie alle inesistenti politiche di settore. In barba alle tante esperienze virtuose messe in campo dai comuni ricicloni e dalle aziende serie che hanno sottoscritto con entusiasmo il nostro manifesto per un’Italia rifiuti free.

Agosto 2015