Consumo di suolo. L’Italia perde ancora tre metri quadrati al secondo

Ruspe

Tra il novembre 2015 e il maggio 2016, il nostro Paese ha “alterato” 50 chilometri quadrati di territorio. 30 ettari al giorno. Spendendo oltre 900 milioni di euro l’anno. È quanto emerge dal nuovo Rapporto dell’ISPRA presentato il 22 giugno. A questa velocità -lenta, “grazie” alla crisi- perderemo 3.270 chilometri quadrati entro il 2050. Termine che l’Unione europea ha previsto per il “consumo zero”

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Tre metri quadrati al secondo. È la velocità di trasformazione alla quale il nostro Paese ha perso irreversibilmente territorio naturale e agricolo tra il novembre 2015 e il maggio 2016, il periodo d’osservazione del “Rapporto sul consumo di suolo in Italia 2017”curato dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) e presentato il 22 giugno.

Rispetto al 2000 -quando si registravano picchi di 8 metri quadrati al secondo- il consumo di suolo italiano ha visto “consolidarsi” un rallentamento che però non è ancora “sufficiente”. “Le nuove coperture artificiali hanno riguardato altri 50 chilometri quadrati di territorio -si legge infatti nel Rapporto-, ovvero, in media, poco meno di 30 ettari al giorno”.

“È un valore pari a 200mila nuove villette o 2.500 chilometri di autostrada -spiega ad Altreconomia Michele Munafò, del Dipartimento ISPRA per il Servizio geologico d’Italia nonché coordinatore tecnico-scientifico della ricerca-. A questa velocità, peraltro piuttosto bassa a causa della crisi economica, perderemmo ulteriori 3.270 chilometri quadrati entro il 2050, con punte di 8.326 chilometri quadrati nel caso di una rincorsa impressa dalla ripresa economica”. Il 2050 è il termine che l’Unione europea ha posto per “fermare” il consumo di suolo, cioè azzerare la velocità di trasformazione. È un obiettivo fondamentale per un Paese che -dati del del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) alla mano- vede ormai “intaccati” dal consumo di suolo oltre 23mila chilometri quadrati, il 7,6% della superficie territoriale.

Tra il 2000 e il 2006 la perdita media nell’Ue è cresciuta del 3%, con picchi del 14% in Irlanda e Cipro e del 15% in Spagna. Nel periodo 1990-2006, 19 Stati Membri hanno perso una potenziale capacità di produzione agricola pari complessivamente a 6,1 milioni di tonnellate di frumento (ISPRA, 2017)

“Le aree più colpite -spiega l’ISPRA- risultano essere le pianure del Settentrione, dell’asse toscano tra Firenze e Pisa, del Lazio, della Campania e del Salento, le principali aree metropolitane, delle fasce costiere, in particolare di quelle adriatica, ligure, campana e siciliana”. In testa c’è la Lombardia, “con quasi 310 mila ettari del suo territorio coperto artificialmente (circa il 13% dei 2,3 milioni di ettari del consumo di suolo nazionale è all’interno della regione Lombardia), contro i 9.500 ettari della Valle d’Aosta”.

Volgendo lo sguardo al livello provinciale, invece, quella di Monza e della Brianza si conferma “quella con la percentuale più alta di consumo di suolo rispetto al territorio amministrato (oltre il 40%), con una crescita ulteriore, tra il 2015 e il 2016, di 22 ettari”. Seguono Napoli e Milano (oltre il 30%), Trieste, Varese, Padova e Treviso. Proprio a Treviso c’è stato l’incremento maggiore: “186 ettari tra il 2015 e il 2016, il valore più alto a livello nazionale”.

La distribuzione territoriale del consumo di suolo dà conto del fatto che “quasi un quarto della fascia compresa entro i 300 metri dal mare è ormai consumato”. Con Marche e Liguria a guidare questa classifica (quasi il 50% del suolo è consumato). Il Paese “mangia terra” non si ferma nemmeno davanti al rischio idraulico, di frana o alla pericolosità sismica: “Il consumo di suolo all’interno di aree classificate a pericolosità da frana -affermano gli autori del Rapporto- è circa l’11,8% (quasi 273.000 ettari) del totale del suolo artificiale in Italia”. Del resto, “Il suolo nelle aree a pericolosità sismica alta e molto alta è consumato con una percentuale di oltre il 7% nelle aree a pericolosità sismica alta e di quasi il 5% nelle aree a pericolosità molto alta, pari ad oltre 860.000 ettari di superficie consumata”.

Ogni anno in Europa è stimato che un’area pari a circa 1.000 chilometri quadrati, più o meno equivalente alla superficie di una città come Berlino, viene definitivamente persa in seguito alla costruzione di nuove infrastrutture e reti viarie (Commissione Europea, 2011)

Perdere suolo non comporta soltanto “degradazione dell’ambiente” o impatti “alti e consistenti”. Determina anche un costo in termini di perdita di servizi ecosistemici -come stoccaggio e sequestro del carbonio, protezione dall’erosione, regolazione del microclima, infiltrazione dell’acqua, etc-. Nel Rapporto c’è un’interessante “stima preliminare” dei costi annuali minimi e massimi dovuti al consumo di suolo avvenuto tra il 2012 e il 2016 in Italia. Il risultato è impressionante: “l’impatto economico del consumo di suolo in Italia varia tra i 625,5 e i 907,9 milioni di euro l’anno, pari ad un costo compreso tra 30.591 e 44.400 euro per ogni ettaro di suolo consumato”.

Michele Munafò elenca i “settori” che hanno contribuito al consumo di suolo. “Le principali trasformazioni che abbiamo misurato sono legate a opere pubbliche e a massicci interventi logistici, come ad esempio i poli del commercio. L’edilizia è concentrata nelle zone urbane e periurbane a bassa densità”.

L’obiettivo “consumo zero” fissato al 2050 ha bisogno di un alleato che per Munafò deve essere “una legge chiara ed efficace che orienti in maniera netta le politiche locali, perché è a quel livello che si assumono le decisioni”. Il punto, però, è che la legge in discussione in Parlamento –attualmente è ferma al Senato– desta più di una perplessità. Il Rapporto è netto. A proposito delle definizioni contenute nel testo rileva come “contrariamente a quelle utilizzate dall’Unione europea”, queste “appaiono limitative, non considerando il consumo di suolo in tutte le sue forme e rappresentando allo stesso tempo un potenziale ostacolo al suo reale contenimento”. Una situazione “ambigua” che “potrebbe, tra l’altro, causare anche un rischio di shifting, con la possibilità di ottenere un effetto negativo legato alla localizzazione nelle aree ‘non vincolate’ del consumo di suolo previsto nelle aree ‘vincolate’”. Motivo per cui “sarebbe auspicabile una revisione del testo normativo finalizzata a semplificare la procedura e a rivedere i criteri di esclusione contenuti nel disegno di legge”.

Periferie, i buchi neri delle città

 dal fatto quotidiano.it Prima dell’avvento dei mezzi di comunicazione di massa, le città erano il mondo; ora, il mondo è una città. Dentro ai flussi di connessione e interdipendenza, le città continuano ad avere evidenti buchi neri. Nell’ultima campagna elettorale uno dei temi più ricorrenti ha riguardato la condizione delle periferie, luoghi nei quali i candidati-sindaco si presentano in campagna elettorale, salvo scomparire durante i mandati di governo. Nella nostra cultura urbana esiste un errore di fondo: concepire le periferie, sia in fase di progettazione che in fase di gestione, come corpi separati. Siamo incapaci di elaborare l’ambiente urbano come un unico insieme dotato di più centri, un territorio nel quale, omogeneamente, le amministrazioni irradiano i loro servizi.

Persino nelle strategie di comunicazione ciò che accade in centro riguarda tutta la città, mentre ciò che accade in periferia appartiene solo a quella porzione di territorio. Nel recente convegno della Media ecology association presso l’Università di Bologna, tenutasi dal 23 al 25 giugno, (un’associazione mondiale di professionisti le cui competenze diverse si incrociano con la comunicazione) è emersa l’ambizione delle più grandi città del mondo (per l’Italia il caso più evidente è Milano) di esercitare un ruolo internazionale, nelle comunicazioni, nella finanza, nel commercio, quasi nel tentativo di scavalcare lo stato nazionale. Un gigantismo che stride con territori periferici poveri di relazioni.

A Roma, con il tema Olimpiadi, è andata in scena la sproporzione tra ambizioni di crescita, disagio e impossibilità. Tema sul quale esistono visioni contrastanti, tra chi ha avanzato l’idea di ridisegnare la città “sfruttando” l’evento sportivo internazionale (Giachetti) e chi ha continuato a ricordare che la voragine del bilancio comunale, peraltro non ancora esattamente quantificata, non consente avventurosi titanismi (Raggi). Nella recente tornata elettorale, i temi legati all’ambiente sono rimasti in parte oscurati, sovrastati dai richiami alla sicurezza, all’emergenza immigrati e alla corruzione. Eppure la città resta un ambiente dove è altrettanto importante l’aria che respiriamo, la qualità dell’acqua (come e dove si smaltiscono i rifiuti), la tutela degli spazi verdi, aspetti connessi alla salvaguardia della salute dei cittadini.

Sulla più bassa qualità della vita in area urbana incide anche la difficoltà a creare un tessuto associativo al di fuori delle organizzazioni di natura economica. La nuova divisione internazionale del lavoro ha portato alla deindustrializzazione e allo smembramento di reti associative che offrivano occasioni per creare varie comunità. I flussi migratori hanno acuito le sacche di isolamento e di disadattamento sociale. Una tra le principali preoccupazioni di un sindaco dovrebbe essere quella di stimolare, su più livelli, il coagulo associativo. Il web crea straordinarie comunità virtuali, ma non genera coesione sociale e non ha sempre un ancoraggio sulle attività locali dei territori. Quanto emerge dai contributi della Media Ecology Association, in tema di politiche urbane, guarda alla possibilità di creare occasioni di incontro ludiche nelle città, sostenendo che anche il gioco (non virtuale) è un elemento di coesione sociale per fare partecipare e integrare pubblici diversi.

Esiste un movimento mondiale (Playable City Movement) che punta a creare momenti ludici negli spazi urbani, con interessanti iniziative avviate nel recente passato a Stoccolma e a Bristol. Momenti legati al tempo libero ci sono anche in Italia, con la proliferazione di fiere locali e feste di strada, ma quello che ci manca è la messa in sistema delle varie iniziative, al fine di ritessere trame comunitarie. Il gioco è un ponte che accorcia le distanze sociali e le politiche del gioco godono di facile attuabilità poiché, generalmente, sono a basso costo.

La tutela della sicurezza pubblica passa anche attraverso la possibilità di creare coesione sociale, senza dimenticare che una comunità coesa è anche una comunità più solidale. Un’accorta politica mediatica deve partire dall’idea che la città è un mezzo di comunicazione per diffondere ciò che intende realizzare: rendere ciascuno parte di un tutto. In definitiva, una fra le possibili risposte alla disaggregazione del tessuto urbano passa attraverso il recupero collettivo del senso del luogo: di quello che può offrire nel presente, di ciò che ha raccontato nel passato.

di | 30 giugno 2016

Allarme pesticidi nei fiumi e nelle falde Da Arzago a Ponte Nossa limiti superati

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da L’Eco di Bergamo.
Se su tutto il territorio nazionale le acque di fiumi, laghi e torrenti sono sempre più contaminate da pesticidi, la pianura padano-veneta non è certo indenne.

Da quest’area – che comprende Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto – emergono dati preoccupanti sulla contaminazione delle acque superficiali e sotterranee che superano anche di parecchi punti percentuali la media italiana. La Bergamasca non fa eccezione e stando ai dati del rapporto Ispra diffuso lunedì 9 maggio sia nelle acque superficiali e che in quelle sotterranee si rilevano valori oltre i limiti di numerose sostanze, come il glifosato, usato negli erbicidi.

Nella tabella delle acque superficiali sono indicati valori oltre i limiti nei seguenti comuni: Bonate Sopra, Filago, Ubiale Clanezzo, Albino, Bergamo, Ponte Nossa, Seriate, Mozzanica, Credaro, Palosco, Sarnico, Mornico, Treviglio e Arzago. Nella Bergamasca rilevazioni di acque sotterranee con valori oltre i limiti sono state effettuate invece a Misano, Stezzano, Suisio e Treviglio.

Consumo suolo. Ambientalisti contro il disegno di legge: Testo stravolto a favore dei costruttori

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Dal Fatto Quotidiano “Per favore, non votate quel testo di legge”. Suona un po’ come la madre che disconosce il figlio l’appello che la rete “Salviamo il paesaggio” rivolge ai deputati della Camera. L’oggetto è il ddl sul consumo del suolo che arriverà in Aula per la votazione martedì 3 maggio. Quel testo di testo di legge, approdato nelle commissioni parlamentari nel 2014, era infatti il frutto di un accordo fra le associazioni ambientaliste e la politica, il “minimo sindacale” che le prime erano disposte a accettare. Ma il ddl ne è uscito stravoltodalle commissioni, stremato, irriconoscibile. Un ritocchino di qua, un comma sparito di là ed ecco che il muro di protezione contro il cemento facile si è sbriciolato sotto il peso degli emendamenti.

Il terreno “consumabile”, di fatto, è stato ampliato a colpi di definizioni: non si considerano più, ad esempio, “superficie agricola” gli spazi destinati a servizi pubblici come scuole, fermate dell’autobus, strutture sanitarie. Le miniere non vengono più considerate consumo di suolo e nemmeno le grandi opere della legge Obiettivo. Quelle potranno continuare a divorare terreno vergine senza intaccare minimamente le statistiche di consumodi suolo in Italia. Un testo, quello che arriverà in Aula martedì, che il costituzionalista Paolo Maddalena, ex vicepresidente della Consulta, aveva definito al fattoquotidiano.it, “incostituzionale”, oltreché illogico.

Come se non bastasse, il 19 aprile è arrivato l’ultimo colpo di spugna: con un emendamento è stato cancellato un comma intero (il 3 dell’articolo 5) che conteneva il vincolo che avrebbe spinto i Comuni a rendere più oneroso costruire su terreni inedificati e più vantaggioso intervenire per riqualificare il patrimonio edilizio già esistente. Ogni Comune, in altre parole, avrebbe potuto decidere come giocare con le aliquote secondo le proprie esigenze. Secondo la commissione bilancio questo meccanismo era incostituzionale, perché avrebbe intaccato la casse comunali. Secondo il M5S era vero giusto il contrario. “Quel comma – fa sapere alfattoquotidiano.it Massimo De Rosa, membro della commissione ambiente nonché primo firmatario della proposta di legge poi confluita all’interno del testo unico – proponeva di limitare il consumo di suolo, facendo in modo che i Comuni rendessero più conveniente riqualificare l’esistente, piuttosto che investire in nuove costruzioni”. Ma nulla: il comma è sparito. E tutti  i “poteri” finiscono in mano al Governo. “Si tratta – continua De Rosa – dell’ennesimo tentativo della maggioranza di svuotare di significato un testo nato per salvaguardare i territori dal cemento, e che invece adesso strizza in più passaggi l’occhio a speculatori del mattone e palazzinari. Il Pd chiede nei fatti una deroga sconfinata per poter decidere dove come e chi far costruire in futuro e un amnistia per quanto riguarda gli scempi passati e quelli attualmente in programma”.

Le stesse associazioni ambientaliste adesso, come detto, prendono le distanze dalla loro “creatura”, con tanto di appello inviato a tutti i deputati. “Nel ribadire l’urgenza di una legge efficace, fondata su principi giusti, rigorosi e condivisi – si legge – le chiediamo, di nuovo, di impegnarsi personalmente perché nel testo che state per discutere vengano inseriti dispositivi essenziali per compiere un decisivo passo verso una inversione di rotta non più procrastinabile. Se non lo ritiene possibile, piuttosto che approvare una legge del tutto inadeguata allo scopo che si propone, le chiediamo di fermarsi, per tornare a lavorare ad un nuovo ed efficace impianto legislativo sulla scorta di quanto proposto dal Forum Salviamo il Paesaggio, così da dimostrare al Paese la volontà di voler davvero arrestare, anche se in modo progressivo, il consumo di suolo”.

Non è detto, tuttavia, che questo testo abbia strada spianata. Ncdinfatti non vuole portarlo in aula e chiede di rinviarlo ancora. A questo si aggiunge la “contrarietà” dell’Anci che solo ora, a pochi giorni dall’arrivo in Aula, ha prodotto una nota di sei pagine elencando tutte le sue perplessità. L’associazione guidata da Piero Fassino chiede di modificare (ancora) la definizione di “superficie agricola”, di semplificare il calcolo delle quote di suolo consumabili e di prevedere una norma di raccordo tra il ddl e la normativa. Secondo Agricolae i timori dell’Anci sono riconducibili agli investimenti edilizi sul territorio che “sembrerebbe constino di circa un miliardo di euro in pancia alle banche”. Soldi e risorse che potrebbero essere messi a rischio proprio dall’approvazione della legge sul Consumo del suolo.

di  | 2 maggio 2016

 

Aeroporto Orio: L’unico rimedio è ridurre i voli

Voli Orio

«La nuova rotta sposta solo il rumore
Orio, l’unico rimedio è ridurre i voli»

da L’Eco di Bergamo

«L’unico vero modo per ridurre l’inquinamento acustico e dell’aria attorno all’aeroporto di Orio al Serio, un catino circondato da abitazione ed attività industriali e terziarie, è quello di mettere un tetto al numero di voli da definire con una nuova valutazione d’impatto ambientale (Via) e con l’applicazione delle norme europee. Non solo, si rende indispensabile avviare una graduale diminuzione degli stessi a partire da quelli notturni».

È il comunicato di Dario Balotta, responsabile trasporti di Legambiente Lombardia, che aggiunge: «La proposta di Giorgio Gori, che gioca a fare il mago con la bacchetta magica, evita di affrontare il tema principale ciò quello di rendere sostenibile e compatibile con il territorio le attività aeronautiche. Il sindaco sceglie di dare una risposta (parziale) ad un rione della città senza valutarne gli effetti. La virata più stretta rispetto all’attuale, non è sempre possibile, condizionanti sono peso dell’aereo e condizioni meteo, mentre l’ipotesi di inversione dei flussi di decollo e atterraggio per cinque ore al giorno – dalle 11 alle 16 – ha lo svantaggio che le procedure non sarebbero assistite dagli strumenti di atterraggio strumentale (I.L.S.) riducendo sensibilmente gli standard di sicurezza. L’ I.L.S. invece è installato e funzionante per l’atterraggio da est. Con queste nuove rotte si sposterebbero gli effetti del rumore e quindi parte dei problemi a ovest su Treviolo, Villaggio degli Sposi, nuovo ospedale e,ad est su Grassobbio».

Grandi storie

 

Anticemento

GRANDI STORIE

Luigi Nappo, un napoletano anticemento a Bergamo

di Simone Fornoni

Con l’Associazione l’Aurora, in auge anche sotto forma di blog, è diventato il paladino della lotta contro il consumo e lo spreco del territorio. Ovvero delle “riqualificazioni” a suon di supermercati, cattedrali nel deserto ed eco-mostri assortiti in deroga all’ormai estinto Piano regolatore con cui le varie amministrazioni comunali hanno fatto cassa acconsentendo a una radicale trasformazione del paesaggio urbano. L’eroe anti-colate di cemento. Chi ha masticato anche solo un po’ di pane, politica e giornalismo, a Bergamo, non può non conoscere Luigi Nappo. E non solo per la dialettica serrata da intellettuale del sud signorile ma dal sangue caliente, con quell’accento napoletano che sa essere dolce come ‘nu babbà e al contempo scartavetrato dalla vis polemica, impastato di vocali allungate da bergamasco onorario ma reso aristocratico dalla erre moscia.

Lui, il settantunenne (candeline l’8 maggio) di Torre Annunziata con trascorsi calcistici nelle giovanili del Savoia, in materia ne sa parecchio, essendo stato assessore all’Urbanistica a Palazzo Frizzoni con la Giunta Veneziani dal 1999 al 2004 dopo aver esordito da democristiano di ferro sui banchi dell’assemblea consiliare nel lontano 1990. Esperienza di cui ha fatto tesoro per muovere contestazioni anche sulle virgole alla classe dirigente locale, da vera e propria spina nel fianco, tanto che fra convegni auto-organizzati e interviste disseminate a destra e manca, specie nelle gloriosa epoca dei free press (“Il Bergamo” e “D-News”) in cui le sponde extra istituzionali abbondavano, il nostro non ha mai mancato di dire la sua su realizzazioni e dichiarazioni programmatiche sgradite dei poteri forti, vessilliferi di un’edificazione selvaggia quanto legalizzata. Da quando esiste facebook, apriti cielo: tra i politici a cui fare le pulci è finito pure l’incauto Giorgio Gori, colpevole di aver attribuito in campagna elettorale “all’amministrazione precedente di centrodestra” (quella in cui sedeva Nappo, appunto) lo scempio o presunto tale dell’ex Enel di via Nullo, in realtà fatto passare da Bruni & Co. nella sua versione definitiva.

Nel 2007, quando l’Aurora prese le mosse, il partenopeo più bergamasco del mondo rinfacciava ai dominus della situazione il milione di metri cubi di lottizzazioni fatto già inghiottire alla città dal 1998 in avanti senza ritorno in termini di servizi o benefici alla collettività, con l’avvertenza che col nuovo Piano di Governo del Territorio le milionate in arrivo sarebbero state altre tre, “roba che ci stanno altri 45 mila abitanti, mentre l’aumento del valore degli immobili per via delle speculazioni, specialmente delle aree ex industriali convertite a residenziale e terziario, tiene le giovani coppie lontano dalla città”. L’ex titolare della pianificazione ha svolto una funzione di collante per i vari comitati di quartiere sorti qua e là, se non per opporsi frontalmente ai famigerati Programmi Integrati d’Intervento, almeno per reclamare a norma di legge una progettazione partecipata. Andando anche a braccetto in una cavalcata bipartisan da don Chisciotte con l’omologo rifondaiolo Roberto Trussardi, dimessosi dalla Giunta Bruni perché parimenti contrario alle brutture in combutta tra pubblico e privato. In realtà la voce dei residenti nelle aree interessate ai cantieri infiniti non pare avere smosso le orecchie e le intenzioni, più solide del calcestruzzo, dei proprietari e del Comune che ci ha fatto su un bel bottino a titolo di oneri di urbanizzazione. I paventati obbrobri si sono stagliati all’orizzonte lo stesso, quasi tutti. Il muro di via Autostrada, con piastra commerciale, rotatoria d’ingresso all’A4 e bretella con via Spino, al posto del pratone in fondo a via Carpinoni dove un tempo pascolavano cani, orbettini e umanità varia. Quello dell’ex Magrini, un altro supermarket coi palazzoni intorno a pasteggiare sui gloriosi resti dell’archeologia industriale di inizio Novecento. La Molini Riuniti di via Rampinelli a Colognola. L’ex Sace di Conca Fiorita, pur senza le paventate “torri gemelle”. L’ex Gleno oggi Carisma, con la “cartolina-cornice con vista su Città Alta” sulla quale si sono sprecati fiumi di pungente ironia. Qualche soddisfazione, certamente condivisa con tutti i bergamaschi, il buon Luigi se l’è comunque tolta. Niente Accademia della Guardia di Finanzia alla Grumellina, per dirne una. E soprattutto niente torre di risalita di pelle lignea da via Baioni agli spalti, segata di brutto dalla Soprintendenza. Almeno l’assalto alle Mura Venete, dopo quasi cinque secoli, continua a fallire miseramente.

http://www.grandistorie.it/luigi-nappo-un-napoletano-anticemento-a-bergamo/

 

Aeroporto di Orio: Serve tutela, non crescita

aeroporto ORIO

Aeroporto, comitati preoccupati
«Serve tutela, non crescita»

da ecodi bergamo.it   I comitati aeroportuali all’attacco dopo la presentazione del nuovo Piano di sviluppo (Psa) di Orio al Serio: «Occorre un limite, non si può pensare solo allo sviluppo dello scalo».

Il nuovo piano di sviluppo aeroportuale scontenta non solo i sindaci dell’hinterland, ma anche i comitati che da tempo si battono per la compatibilità dello scalo bergamasco con i territori circostanti. «Indubbiamente c’è di che stare allegri: l’Arpa dice che l’aria che respiriamo è come quella di via Senato a Milano, va tutto bene e chi abita nei dintorni aeroportuali si lamenta per sport – commenta con ironia Mario Carsana, portavoce dei comitati aeroportuali di Bergamo, Bagnatica Orio al Serio, Grassobbio e Seriate – . Il nostro obiettivo rimane quello di stabilire un tetto per i voli: di certo quello di 100mila non è quello giusto. Con un numero di movimenti di gran lunga inferiore a questa soglia, infatti, siamo già vicini al collasso: ci troviamo in una situazione paradossale, in cui manca tutt’ora la zonizzazione acustica e in cui i voli notturni non sono stati minimamente scalfiti. Non si può considerare esclusivamente lo sviluppo economico, occorre tener presente anche la qualità della vita dei cittadini: è fondamentale lavorare, ma anche vivere bene, e chi vive nei dintorni aeroportuali sta soltanto sopravvivendo. Per questo motivo occorrono dei punti fermi, altrimenti questo rischia di essere un Piano di sviluppo con licenza di massacro». Anche dalle parti di Colognola e nei territori a Est si teme un possibile peggioramento della situazione.

Aeroporto, il comitato scrive a Mattarella «Ci tuteli per ambiente e salute»

aeroporto ORIO

da L’eco di Bergamo. I comitati aeroportuali di Bergamo hanno scritto una lettera alla più alta carica dello Stato Italiano, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

«Signor Presidente, chiediamo il suo autorevole intervento per risolvere la questione della compatibilità ambientale dello scalo di Orio al Serio», scrivono i comitati. Il tema del Caravaggio e del suo impatto ora è, dunque, sul tavolo di Sergio Mattarella che potrà leggere le parole del gruppo, di cui fa parte anche il comitato di Campagnola, da anni in prima fila nella battaglia contro «lo sviluppo incontrollato dell’aeroporto e senza regole – si legge nella missiva – che pone la salute e la sicurezza delle persone in balia delle leggi di mercato e dei più beceri campanilismi».

In particolare, richiamando «l’approvazione del Piano di sviluppo aeroportuale nel 2003 che poneva precisi limiti di crescita e prescrizioni cogenti nell’esercizio dell’attività, peraltro elencati dal verbale della Conferenza dei servizi del 2004 sottoscritto da tutti gli attori interessati e successivamente confermati dal Decreto direttoriale del 2005», il coordinamento sostiene che tali «limiti» siano «attualmente oltre il doppio del volume di traffico consentito e prescrizioni di legge in gran parte disattese».

Leggi di più su L’Eco di Bergamo in edicola il 28 novembre

 

Opere di mitigazione a Orio «Aeroporto in ritardo»

Voli Orioda L’Eco di Bergamo.   Il tavolo dei sindaci suona la sveglia a Sacbo sulle opere di mitigazione ambientale.

Nel corso della riunione dei primi cittadini dei Comuni interessati dalla questione aeroportuale, a cui ha partecipato anche Giampietro Benigni (rappresentante della Provincia di Bergamo all’interno del cda della società che gestisce lo scalo bergamasco) e tenutasi nel tardo pomeriggio di giovedì, è stato affrontato il tema relativo alle opere di mitigazione ambientale, ritenute «indispensabili, anche se non sufficienti» alla luce dello sviluppo esponenziale conseguito dall’aeroporto bergamasco negli ultimi anni.

Tra le opere di mitigazione ambientale rientrano in particolare interventi già previsti (ma attualmente fermi alla fase progettuale) su circa 150 unità abitative situate nei comuni di Bagnatica, Grassobbio, Orio al Serio e Seriate. «Avrebbero dovuto essere completate a inizio 2016, ma siamo solo alla fase progettuale, con grave ritardo: se si partisse a pieno regime saremmo pertanto già in ritardo di nove mesi – ha sottolineato Alessandro Colletta, sindaco di Orio – Sacbo sta temporeggiando, ma è giunto il momento che dimostri, attraverso un segno tangibile, la propria attenzione al territorio e non solo verso il business».

L’istanza dei sindaci sulla questione mitigazioni verrà dunque sottoposta all’esame del cda di Sacbo dai rappresentanti dell’ente di via Tasso e di Palazzo Frizzoni. Sulla fusione tra Sea e Sacbo, altro argomento caldo degli ultimi tempi, i sindaci si sono invece riservati di esprimere un parere in merito soltanto dopo la riunione che si terrà prossimamente nella sede della Provincia e che li vedrà al tavolo insieme ai vertici di Sacbo (incontro speculare a quello tenutosi lunedì scorso con i rappresentanti istituzionali della politica bergamasca). «Personalmente nutro comunque qualche dubbio sulla possibilità di far sentire la nostra voce all’interno della futura newco – ha spiegato il sindaco di Azzano San Paolo Simona Pergreffi – ma aspettiamo di sentire quello che ci diranno alla riunione».

Nei prossimi giorni, inoltre, dal tavolo dei sindaci partiranno due solleciti: il primo verrà indirizzato a Enac, ministero dei Trasporti, ministero dell’Ambiente e presidenza del Consiglio dei ministri, per avere risposta in merito alla richiesta di delucidazioni sulle modalità di avvio della zonizzazione acustica. Il secondo prevede invece la richiesta di un incontro al Pirellone in merito alla questione relativa alla tassa Iresa (imposta regionale sulle emissioni sonore degli aeromobili civili), di cui i sindaci avevano chiesto l’introduzione in Lombardia, senza però ottenere risposta. «A questo proposito vorremmo coinvolgere, con una raccolta firme, anche i sindaci dei dintorni aeroportuali di Malpensa e Linate – ha aggiunto lo stesso Colletta – in questi casi, infatti, l’unione fa la forza».

Colognola e lo sviluppo dell’aeroporto «La salute non è un effetto collaterale»

da L’Eco di Bergamo

L’associazione «Colognola per il suo futuro» dice la sua sullo sviluppo di Orio al Serio, alla luce del convegno di sabato 28 febbraio organizzato dal Ncd.

 «Si è posto l’accento soprattutto sulle positive ricadute economiche, sui posti di lavoro, sulla ricchezza indotta, ma sembra quasi che il disagio della popolazione debba essere considerato solo un effetto collaterale, un po’ fastidioso ma necessario. Si è detto che la veloce crescita dello scalo non ha dato il tempo alla gente di “adattarsi” alla nuova situazione, che in Europa esistono altre realtà simili» si legge in un comunicato stampa.

 

«Ma perché la popolazione dovrebbe “adattarsi” a vivere in un ambiente avvelenato da un costante inquinamento, sia atmosferico che acustico, con pesanti ricadute sulla salute? (I recenti studi epidemiologici già evidenziano segnali di una situazione che rischia di evolvere in negativo). Ma perché si considera possibile ed anzi auspicabile la costante crescita di uno scalo che è innestato in un territorio fortemente e fittamente antropizzato, quindi con oggettivi, indiscutibili limiti al suo sviluppo? Per quanto ci risulta, in nessun altro Paese europeo ci sono situazioni così preoccupanti; in nessun altro Paese europeo si condannano aree residenziali, con migliaia di residenti, di scuole e di altri siti sensibili, a diventare zone di rispetto aeroportuale, cioè a dover subire un livello di rumorosità superiore a quello indicato dall’OMS come limite imprescindibile per la salvaguardia della salute!

 

«Solo nelle parole del sindaco di Orio abbiamo letto un senso di preoccupazione, un forte richiamo alla necessità di garantire la salute dei cittadini; per il resto, percentuali di sviluppo e di ricchezza sembravano presentati come dati assolutamente positivi, senza se e senza ma. Noi siamo invece convinti che il primo, fondamentale presupposto, affinché lavoro e ricchezza siano veramente una risorsa, sia quello di garantire la salute della popolazione: in caso contrario lavoro e ricchezza diventano armi contro la gente, diventano disvalore e non valore aggiunto!».

 

Potremmo citare molti casi in cui il prevalere degli interessi economici ha provocato gravissimi danni e lutti (ad esempio la produzione industriale di eternit a Casale Monferrato), ma preferiamo concludere riportando un passo importante della sentenza della Coste Costituzionale del 9 maggio 2013 che ha imposto l’alt all’Ilva di Taranto: sulla vita non si mercanteggia, non c’è contrapposizione tra diritto alla salute e diritto al lavoro perché quest’ultimo presuppone che il lavoro debba essere rispettoso dei diritti fondamentali della persona: salute, sicurezza, libertà e dignità umana».