Consumo di suolo. L’Italia perde ancora tre metri quadrati al secondo

Ruspe

Tra il novembre 2015 e il maggio 2016, il nostro Paese ha “alterato” 50 chilometri quadrati di territorio. 30 ettari al giorno. Spendendo oltre 900 milioni di euro l’anno. È quanto emerge dal nuovo Rapporto dell’ISPRA presentato il 22 giugno. A questa velocità -lenta, “grazie” alla crisi- perderemo 3.270 chilometri quadrati entro il 2050. Termine che l’Unione europea ha previsto per il “consumo zero”

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Tre metri quadrati al secondo. È la velocità di trasformazione alla quale il nostro Paese ha perso irreversibilmente territorio naturale e agricolo tra il novembre 2015 e il maggio 2016, il periodo d’osservazione del “Rapporto sul consumo di suolo in Italia 2017”curato dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) e presentato il 22 giugno.

Rispetto al 2000 -quando si registravano picchi di 8 metri quadrati al secondo- il consumo di suolo italiano ha visto “consolidarsi” un rallentamento che però non è ancora “sufficiente”. “Le nuove coperture artificiali hanno riguardato altri 50 chilometri quadrati di territorio -si legge infatti nel Rapporto-, ovvero, in media, poco meno di 30 ettari al giorno”.

“È un valore pari a 200mila nuove villette o 2.500 chilometri di autostrada -spiega ad Altreconomia Michele Munafò, del Dipartimento ISPRA per il Servizio geologico d’Italia nonché coordinatore tecnico-scientifico della ricerca-. A questa velocità, peraltro piuttosto bassa a causa della crisi economica, perderemmo ulteriori 3.270 chilometri quadrati entro il 2050, con punte di 8.326 chilometri quadrati nel caso di una rincorsa impressa dalla ripresa economica”. Il 2050 è il termine che l’Unione europea ha posto per “fermare” il consumo di suolo, cioè azzerare la velocità di trasformazione. È un obiettivo fondamentale per un Paese che -dati del del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) alla mano- vede ormai “intaccati” dal consumo di suolo oltre 23mila chilometri quadrati, il 7,6% della superficie territoriale.

Tra il 2000 e il 2006 la perdita media nell’Ue è cresciuta del 3%, con picchi del 14% in Irlanda e Cipro e del 15% in Spagna. Nel periodo 1990-2006, 19 Stati Membri hanno perso una potenziale capacità di produzione agricola pari complessivamente a 6,1 milioni di tonnellate di frumento (ISPRA, 2017)

“Le aree più colpite -spiega l’ISPRA- risultano essere le pianure del Settentrione, dell’asse toscano tra Firenze e Pisa, del Lazio, della Campania e del Salento, le principali aree metropolitane, delle fasce costiere, in particolare di quelle adriatica, ligure, campana e siciliana”. In testa c’è la Lombardia, “con quasi 310 mila ettari del suo territorio coperto artificialmente (circa il 13% dei 2,3 milioni di ettari del consumo di suolo nazionale è all’interno della regione Lombardia), contro i 9.500 ettari della Valle d’Aosta”.

Volgendo lo sguardo al livello provinciale, invece, quella di Monza e della Brianza si conferma “quella con la percentuale più alta di consumo di suolo rispetto al territorio amministrato (oltre il 40%), con una crescita ulteriore, tra il 2015 e il 2016, di 22 ettari”. Seguono Napoli e Milano (oltre il 30%), Trieste, Varese, Padova e Treviso. Proprio a Treviso c’è stato l’incremento maggiore: “186 ettari tra il 2015 e il 2016, il valore più alto a livello nazionale”.

La distribuzione territoriale del consumo di suolo dà conto del fatto che “quasi un quarto della fascia compresa entro i 300 metri dal mare è ormai consumato”. Con Marche e Liguria a guidare questa classifica (quasi il 50% del suolo è consumato). Il Paese “mangia terra” non si ferma nemmeno davanti al rischio idraulico, di frana o alla pericolosità sismica: “Il consumo di suolo all’interno di aree classificate a pericolosità da frana -affermano gli autori del Rapporto- è circa l’11,8% (quasi 273.000 ettari) del totale del suolo artificiale in Italia”. Del resto, “Il suolo nelle aree a pericolosità sismica alta e molto alta è consumato con una percentuale di oltre il 7% nelle aree a pericolosità sismica alta e di quasi il 5% nelle aree a pericolosità molto alta, pari ad oltre 860.000 ettari di superficie consumata”.

Ogni anno in Europa è stimato che un’area pari a circa 1.000 chilometri quadrati, più o meno equivalente alla superficie di una città come Berlino, viene definitivamente persa in seguito alla costruzione di nuove infrastrutture e reti viarie (Commissione Europea, 2011)

Perdere suolo non comporta soltanto “degradazione dell’ambiente” o impatti “alti e consistenti”. Determina anche un costo in termini di perdita di servizi ecosistemici -come stoccaggio e sequestro del carbonio, protezione dall’erosione, regolazione del microclima, infiltrazione dell’acqua, etc-. Nel Rapporto c’è un’interessante “stima preliminare” dei costi annuali minimi e massimi dovuti al consumo di suolo avvenuto tra il 2012 e il 2016 in Italia. Il risultato è impressionante: “l’impatto economico del consumo di suolo in Italia varia tra i 625,5 e i 907,9 milioni di euro l’anno, pari ad un costo compreso tra 30.591 e 44.400 euro per ogni ettaro di suolo consumato”.

Michele Munafò elenca i “settori” che hanno contribuito al consumo di suolo. “Le principali trasformazioni che abbiamo misurato sono legate a opere pubbliche e a massicci interventi logistici, come ad esempio i poli del commercio. L’edilizia è concentrata nelle zone urbane e periurbane a bassa densità”.

L’obiettivo “consumo zero” fissato al 2050 ha bisogno di un alleato che per Munafò deve essere “una legge chiara ed efficace che orienti in maniera netta le politiche locali, perché è a quel livello che si assumono le decisioni”. Il punto, però, è che la legge in discussione in Parlamento –attualmente è ferma al Senato– desta più di una perplessità. Il Rapporto è netto. A proposito delle definizioni contenute nel testo rileva come “contrariamente a quelle utilizzate dall’Unione europea”, queste “appaiono limitative, non considerando il consumo di suolo in tutte le sue forme e rappresentando allo stesso tempo un potenziale ostacolo al suo reale contenimento”. Una situazione “ambigua” che “potrebbe, tra l’altro, causare anche un rischio di shifting, con la possibilità di ottenere un effetto negativo legato alla localizzazione nelle aree ‘non vincolate’ del consumo di suolo previsto nelle aree ‘vincolate’”. Motivo per cui “sarebbe auspicabile una revisione del testo normativo finalizzata a semplificare la procedura e a rivedere i criteri di esclusione contenuti nel disegno di legge”.

Con Gori diminuisce la vivibilità di Bergamo

ImmagineIlComune

La Giunta Gori non sta facendo molto per migliorare la vivibilità di Bergamo. Anzi, sta producendo provvedimenti che vanno in direzione contraria. Chi vive la città non può non accorgersi che alcune politiche risultano contraddittorie e confuse, producendo l’abbassamento della qualità della vita dei bergamaschi. Questa mattina, domenica, è entrata in vigore la disposizione che prevede il pagamento della sosta in città. Quindi, chi non vuole pagare il parcheggio è pregato di servirsi dei mezzi pubblici. Bene. Guardo la tabella degli orari e mi accorgo che la linea 2 prevede appena due corse ogni ora (nel mio caso la prima alle ore 10,08 e la seconda alle 10, 32 (questa linea, tra l’altro, è quella che serve il nuovo ospedale alla Trucca). E allora? Cosa scegliere il salasso del parcheggio o una lunga sosta al freddo in attesa del bus?  Scelgo la seconda via anche perché da una vita sono abbonato all’ATB.. Sabato pomeriggio si va al cinema in centro, spettacolo delle ore 18. Bene, 7,50 euro per il biglietto e 6 euro per il parcheggio. Il tutto perché il bus in città dopo le 20 è merce rara e l’attesa alla fermata è lunghissima. Con queste temperature è una vera tortura.  Allora per il futuro sarà meglio andare all’UCI cinema di Curno con parcheggio gratuito. Ma so che questo comporterebbe la chiusura delle sale cinematografiche in centro con tutte le conseguenze sulla sua progressiva  desertificazione . Cosi come, per fare un esempio, conviene molto di più andare da Zara all’Orio Center piuttosto che a quello di via XX settembre. Meglio dimenticare, per carità, l’affermazione dell’assessore: “aumentiamo le tariffe per incentivare il trasporto pubblico”. Abbiamo un sindaco che ha vissuto pochissimo questa città, che non conosce la quotidianità dei problemi e, quindi, non ci lavora. Un sindaco che si appassiona molto di più agli eventi. Pare che di questi eventi il più significativo sia stato l’abbraccio lungo le mura……e questo è tutto.

l.n.

Il balletto del sottopasso dell’ospedale di Bergamo

Ospedale di BergamoL’ Accordo di programma per la realizzazione del nuovo ospedale prevede come obbligo a carico del Comune di Bergamo la realizzazione del sottopassaggio ferroviario in via Martin Luther King. Non occorre spendere tante parole per descrivere l’importanza e l’utilità di tale struttura. Ebbene, nonostante questa priorità naturale, l’opera non è mai stata presa in considerazione dalle varie amministrazioni. Il cantiere dell’ospedale è partito dieci anni fa, cinque anni fa i lavori sono finiti e non si è mai pensato di porre mano all’intervento.  In particolare risulta insopportabile la presa in giro adottata per l’occasione. Nessuna amministrazione si è assunta la responsabilità di cancellare la previsione del sottopasso. E allora cosa hanno fatto? Dal 2005 in avanti è stata iscritta nel programma delle opere pubbliche per farla scivolare all’anno successivo. Spostato al 2006, poi da qui al 2007, al 2008 …e via così. Il programma del Comune approvato l’anno scorso prevedeva l’inizio dei lavori nel 2016. Ed ecco che in questi giorni il Consiglio Comunale sta approvando il rinvio al 2018 e da qui si andrà ancora avanti. Uno stile amministrativo (parlo delle varie amministrazioni) discutibile con il quale il Comune si sottrae ai propri obblighi senza assumersi le proprie responsabilità. P.S. In caso di malaugurato incidente il sindaco rischia e non poco.

 

Trivellazioni: Il grande inganno del governo

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COMUNICATO STAMPA CONGIUNTO (11.1.2016)

IL GRANDE INGANNO DEL GOVERNO

Sulle trivellazioni petrolifere la Regione Puglia difenda la propria dignità e il proprio ruolo

Il nuovo anno ha portato in dono ai pugliesi un nuovo permesso di ricerca petrolifera: quello noto convenzionalmente come B.R274.EL, rilasciato alla Petroceltic Italia srl al largo delle coste del Gargano, per la durata di sei anni, che si aggiunge agli altri undici già rilasciati a partire da giugno scorso, ma non ancora attivati dal MISE. Altro che smobilitazione petrolifera.

Il permesso, che ha il grande sapore della beffa, è stato rilasciato dal MISE e pubblicato sul BUIG del 31 dicembre 2015, il giorno prima dell’entrata in vigore della Legge di Stabilità che, di fatto, ne avrebbe determinato il preavviso di rigetto e la successiva riperimetrazione (in quanto, pur di poco, parzialmente interferente con la linea delle 12 miglia marine dalla costa).

E’ questo uno degli atti che dimostra come il restyling normativo sul tema degli idrocarburi, previsto dal Governo nella Legge di Stabilità sia l’ennesima presa in giro a danno dei territori, questa volta con l’intenzione di eludere i referendum.

A questa conclusione è giunta anche la Corte di Cassazione che, con un’Ordinanza emessa l’8 gennaio, ha riammesso il referendum sul mare (quello sulle dodici miglia marine) chiarendo che l’emendamento introdotto dal Governo non soddisfa la proposta referendaria ma, anzi, tende a raggirarla. Alcuni permessi di ricerca, infatti, verrebbero “congelati” nelle stanze del Ministero, in attesa di tempi migliori e di una nuova svolta normativa (che il Governo spera possa esservi in autunno prossimo, con il referendum costituzionale che dovrebbe riconsegnare la potestà energetica nelle mani del Governo).

Per altri due quesiti (durata dei permessi e Piano delle Aree) le Regioni promotrici del referendum stanno sollevando il conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale nei confronti del Parlamento. Nel caso in cui la Corte Costituzionale riconoscesse il tentativo di elusione, verrebbero annullate le modifiche parlamentari su quei due argomenti e si potrebbe celebrare il referendum su tre quesiti.

Tutti elementi a conferma di una trappola ben studiata da parte del Governo, ordita alle spalle dei territori e finanche dei Consigli Regionali che, su pressione dei movimenti notriv e di duecento associazioni ambientaliste e non, avevano promosso il referendum, il cui spirito viene completamente tradito.

La Puglia, attraversata da una serie di scempi ambientali, ha visto i suoi cittadini diventare in questi anni protagonisti della richiesta di cambiamento che, sul tema delle trivellazioni petrolifere, ha portato a grandi manifestazioni di piazza, assemblee permanenti e a una deliberazione del consiglio regionale all’unanimità a pieno sostegno dei quesiti referendari.

Ecco perché, mai come in questo momento in cui le avances del Governo si fanno sottili e ambigue, è quanto mai necessario un cambio di passo sostanziale, che restituisca dignità all’ente regionale e dimostri ai pugliesi la volontà di essere protagonisti di un percorso reale di ridiscussione delle politiche energetiche, fatto senza pregiudizi ma anche senza costrizioni.

La Regione Puglia ha dato procura per promuovere il conflitto di attribuzione. Un atto importante, cui devono seguirne altri, tesi a rafforzare il peso reale dei territori e a prendere adeguate precauzioni contro gli attacchi perpetrati a due passi da casa nostra.

Chiediamo al Presidente Emiliano e al Consiglio Regionale una serie di atti urgenti e indifferibili:

  • di diffidare formalmente il Ministero dello Sviluppo Economico a provvedere all’immediata emanazione ed alla conseguente pubblicazione sul BUIG dei decreti di rigetto per i procedimenti tuttora in corso entro le dodici miglia e a dare preavviso di rigetto per quelli parzialmente interferenti (tra questi ricadono diversi permessi che riguardano la Puglia)
  • di chiedere formalmente al Ministero dello Sviluppo Economico, con riguardo al progetto “Tempa Rossa”, che le autorizzazioni necessarie per l’ampliamento delle infrastrutture, siano riviste sulla base di una reale intesa con la Regione e non secondo procedura semplificata, così come ripristinato secondo le nuove norme della Legge di Stabilità. La regione si faccia, dunque, portavoce delle istanze del territorio in maniera forte e chiara
  • di ricorrere al TAR contro il permesso di ricerca B.R274.EL, rilasciato alla Petroceltic Italia srl, al largo delle coste del Gargano

Se fosse rimasto qualche dubbio sulle reali intenzioni del Governo, ci poniamo questa domanda finale: cosa se ne fa Petroceltic di un permesso di ricerca se, per quelle stesse aree, secondo le nuove norme, non potrà mai avere un permesso per trivellare?

Comitato No Petrolio, Sì Energie Rinnovabili
Comitato per la Tutela del Mare del Gargano
Comitato No Trivelle Capo di Leuca
Rete No Triv Gargano
A.B.A.P. Associazione Biologi Ambientalisti Pugliesi
Comitato Tutela Porto Miggiano
Movimento Stop Tempa Rossa
Legamjonici
Movimento ambientalista di tutela del Gargano
Gargano libero
Capitanata in rete
Gruppo Archeologico Garganico Silvio Ferri
No Triv Taranto
No Triv Trani
Garganistan
Coordinameno No Triv – Terra di Bari

La telenovela della Gamec arriva al Palazzetto dello Sport.

La-nuova-sede-della-GAMeC-Ex-Magazzini-Generali-di-via-Rovelli-Bergamo-1-e1425306441113Si comincia a parlarne nel 2010 Il progetto viene presentato in Comune in via preliminare nel giugno del 2012. Il Piano Integrato d’Intervento (o P.I.I.) è approvato provvisoriamente nell’ottobre dello stesso anno dal Consiglio comunale, successivamente (nel luglio 2013) avanzato in via definitiva con tutte le integrazioni necessarie ed approvato esattamente un anno dopo, nel luglio del 2014. Prevede un cantiere di «un anno o due» del costo complessivo di 4,5 milioni di euro, interamente a carico della Fondazione.

 Nel 2014 con la nuova giunta maturano altre idee e nuove proposte. In proposito riportiamo un articolo scritto da Elena Bordignon per ATP Diary il 2 marzo 2015 “Che sia un problema di concorso da fare,  di poca sensibilità (si pensi che in un articolo recente, il sindaco di Bergamo Giorgio Gori ha detto: “La Gamec a Palazzo della Libertà sarebbe un sogno. Per quell’edificio esiste però un progetto di trasferimento della Prefettura. Anche il Palazzetto dello Sport è un’ipotesi suggestiva: la forma circolare dell’edificio mi ricorda il Guggenheim di New York e ha l’indubbio vantaggio di essere di nostra proprietà. Certo, a quel punto si aprirebbe il problema di una nuova collocazione del palazzetto”.) Non so se avete mai visto il Palazzetto dello Sport o, sarebbe più giusto chiedersi, se Giorgio Gori ha mai visto il Guggenheim…”

 Nel 2016, nonostante tutto, due giorni fa l’assessore del Comune di Bergamo Francesco Valesini, dichiara al Corriere: “Senza dubbio, portare la Gamec al Palazzetto dello sport sarebbe la soluzione migliore dal punto di vista qualitativo”……e conclude “Per trovare una soluzione ci siamo dati due anni di tempo”.

Facciamo i conti e arriviamo al 2018, otto anni solo per individuare la soluzione. In poche parole..dei fulmini.

 

 

Referendum contro la trivellazione dell’Adriatico.

ReferendumAnche a Bergamo Sabato 29 agosto dalle ore 15 è possibile firmare per il referendum contro la trivellazione dell’Adriatico. Si inizia con un banchetto in Piazza Pontida, angolo via XX Settembre.

La partecipazione è importante per impedire una manovra rovinosa per l’ambiente naturale e per l’economia di larga parte del nostro Paese:

SCOPO DEL QUESITORicondurre nell’ambito di procedure ordinarie la attività di trivellazione

Si tratta di un quesito strettamente legato al quesito numero 3. Attraverso lo “Sblocca Italia”, il Governo ha incluso le attività di ricerca e coltivazione (estrazione) di idrocarburi tra le attività strategiche indifferibili e urgenti che, pertanto, possono usufruire di iter autorizzativi facilitati e in deroga (cancellando importanti elementi di garanzia e di controllo quali il vincolo preordinato all’esproprio e depotenziando la partecipazione delle Regioni e degli enti locali ai relativi procedimenti amministrativi), oltre a prevedere tempi più lunghi per le concessioni di esplorazione (fino a 12 anni) e di sfruttamento del giacimento.
Il quesito mira a eliminare il carattere strategico della ricerca e trivellazione di idrocarburi, riportando l’iter autorizzativo alla procedura ordinaria e, al contempo, riducendo la durata delle autorizzazioni di esplorazione e sfruttamento (rispettivamente 6 e 30 anni).

L’obiettivo è abrogare quelle parti dell’articolo 38 del decreto “Sblocca-IItalia” (governo Renzi) che, a partire da una qualificazione delle trivellazioni come opere strategiche indifferibili e urgenti, le sottraggono alle procedure autorizzative ordinarie, cancellando tra l’altro per tali tipologie di interventi importanti elementi di garanzia e di controllo quali il vincolo preordinato all’esproprio e depotenziando la partecipazione delle Regioni (e degli enti locali per quanto riguarda l’intesa in conferenza unificata) ai relativi procedimenti amministrativi.

 

Incenerire e trivellare.

Stefano Ciafani

Vicepresidente Legambiente

Dopo il via libera alle nuove trivellazioni di petrolio, arriva anche la bozza di Decreto del presidente del consiglio dei Ministri (Dpcm) sulla realizzazione di nuovi impianti di incenerimento.

Chi pensava che con lo Sblocca Italia, l’estrazione degli idrocarburi, le nuove grandi e inutili opere, il governo avesse toccato il fondo delle politiche ambientali, sbagliava di grosso. L’ultima conferma arriva con lo schema di Dpcm sull’incenerimento dei rifiuti in attuazione dell’articolo 35 del decreto Sblocca Italia che prevede 12 nuovi inceneritori in Italia (3 nel nord Italia, 4 nel centro, 3 nel Sud e 2 in Sicilia) che si aggiungerebbero a quelli già attivi, di cui non si prevede lontanamente lo spegnimento, neanche di quelli evidentemente “cotti” e quindi da dismettere (e ce ne sono diversi).
Si tratta di una proposta da respingere al mittente per tanti  motivi evidenti.
Il primo motivo è che Palazzo Chigi fa finta di non vedere che ancora una volta manca l’oggetto del contendere, e cioè i quantitativi di rifiuti. Sfidiamo chiunque a garantirsi quelle quantità di rifiuti da bruciare previste nella bozza di Dpcm ed è impossibile non tener conto dell’aumento inesorabile delle quantità avviate a riciclo, oltre che di quelle oggetto delle inevitabili politiche di prevenzione. I quantitativi da bruciare in nuovi impianti sono sovrastimati dal governo perché sono calcolati su un obiettivo del 65% di raccolta differenziata già ampiamente superato in diverse regioni (a partire da Veneto, da Friuli Venezia Giulia, Marche). Non si considerano né il programma nazionale di prevenzione (ma il ministro Galletti si ricorda che il suo predecessore ha approvato quel piano nel 2013 e che lui stesso ha messo in piedi un Comitato scientifico presieduto dal professor Andrea Segrè per la sua attuazione?) né il fatto che l’altra lobby concorrente, quella del cemento, sta cercando di bruciare nuovi quantitativi di combustibili da rifiuti (Css) nei loro impianti. Tra l’altro già oggi gli impianti da poco costruiti, come ad esempio quello di Parma, sono in grande difficoltà perché grazie alle raccolte differenziate domiciliari e la tariffazione puntuale non hanno più i rifiuti dal territorio che li ospita e sono costretti a cercarli da altre regioni. Lo stanno facendo utilizzando proprio l’articolo 35 dello Sblocca Italia che smonta il condivisibile principio di prossimità, moltiplicando i viaggi dei rifiuti urbani da una parte all’altra del paese (opzione che andrebbe invece minimizzata), e permette anche di ri-autorizzare gli impianti sul carico termico massimo, aumentando i quantitativi di rifiuti da bruciare (a proposito, le capacità di trattamento descritte nella bozza di Dpcm non tengono conto di queste nuove autorizzazioni).  Insomma sull’incenerimento il governo dà veramente i numeri.
Il secondo motivo è che ancora una volta si guarda agli interessi di poche società e non a quelli del paese. Si tratta infatti di una bozza di decreto che è a nostro avviso il frutto della sommatoria delle richieste singole delle aziende di gestione dei rifiuti, soprattutto delle multiutilities del nord, che ancora non hanno capito che in questo paese il vento è cambiato e che non c’è più spazio per nuovi inceneritori. Opzione che va invece ridotta inesorabilmente nel prossimo futuro a vantaggio della economia circolare di cui si è tornato a parlare finalmente in Europa (è curioso notare come la responsabile del dossier su questo tema sia la parlamentare europea PD Simona Bonafè, molto vicina al premier Renzi). Ancora una volta il governo scrive un decreto sotto dettatura di una lobby: del resto, vedendo la distribuzione territoriale dei 12 impianti, è abbastanza semplice capire chi sono i promotori dei singoli progetti che il governo ha prontamente fatto propri. Il Paese invece avrebbe bisogno di tanti impianti che non ci sono e che servirebbero molto ai cittadini e alle loro tasche. Serve realizzare, soprattutto nel centro sud, gli impianti per trattare l’organico differenziato (recuperando energia con il biogas), raccolto dai sempre più numerosi Comuni ricicloni, che purtroppo continua a viaggiare quotidianamente su gomma per diverse centinaia di chilometri, spendendo inutilmente soldi in inquinanti trasporti e consumando gasolio. Serve costruire la rete capillare degli impianti per la massimizzazione del riciclaggio (ecodistretti, fabbriche dei materiali, etc) e per la preparazione per il riutilizzo dei rifiuti. Tutti quegli impianti che alla base della legge di iniziativa popolare “Rifiuti zero”, curiosamente in discussione in Commissione Ambiente della Camera dei deputati, mentre il Governo spinge sull’incenerimento.
Insomma gli impianti servono, e ce ne vogliono davvero tanti nuovi sul territorio nazionale, ma non quelli che hanno in testa le società di igiene urbana quotate in Borsa, a partire da A2A, Hera e Iren, tutte aziende che guidano la “nuova confidustria dei rifiuti, dell’acqua e del gas” da poco costituita, che si chiama Utilitalia.
Il terzo motivo è che questo schema di dpcm non fa altro che spostare l’attenzione su un piano che non si concretizzerà mai per questioni politiche (tutte le Regioni hanno già detto “no grazie”), sociali (quali sono i territori disponibili ad ospitare impianti di questo tipo?), ma soprattutto economiche. I potenziali prezzi di conferimento dei nuovi impianti non sarebbero infatti competitivi con gli inceneritori esistenti, a partire da quelli del nord Europa, che continuerebbero inevitabilmente a bruciare anche i rifiuti italiani con buona pace di chi ha scritto lo Sblocca Italia (non è un decreto che definisce le rotte dei rifiuti ma è il costo di conferimento all’impianto: gli impianti nord europei sovradimensionati e costruiti negli anni ’90 garantiscono prezzi bassissimi che nessun inceneritore italiano, vecchio o nuovo, è in grado di assicurare). Tutto questo ci farà purtroppo perdere altro tempo che soprattutto in alcune regioni critiche (come ad esempio Sicilia, Puglia o Lazio) non abbiamo.
Insomma non scherziamo: se il governo vuole lavorare sul serio sulla gestione dei rifiuti cancelli questa bozza di Dpcm e scriva un nuovo testo che punta davvero all’economia circolare. Basterebbe rivedere completamente il principio di penalità e premialità economica nel ciclo dei rifiuti e il cambio di passo sarebbe garantito. Serve tartassare le discariche utilizzando al meglio l’ecotassa (perché non cambiare quello strumento ormai datato, approvato nel lontano 1995, trasformando il tetto massimo di 25 euro/t della tassa in un tetto minimo di 50 euro/t come da nostra proposta?): in questo modo il costo della discarica schizzerebbe in alto e si ridurrebbe in pochi mesi il flusso di rifiuti smaltiti sotto terra. Gli incentivi alla produzione di elettricità da incenerimento vanno cancellati e questo è il momento giusto: in questi mesi infatti sono in discussione nella bozza di decreto sulle rinnovabili non fotovoltaiche, dove nella prima bozza del decreto erano ancora previsti mentre nella seconda sono fortunatamente spariti (la loro ricomparsa sarebbe uno schiaffo al mondo delle vere rinnovabili).
Se invece l’esecutivo continuerà sulla strada del Dpcm in discussione, ci sarà un solo risultato: lo stallo totale che farà felici ancora una volta i tanti signori delle discariche che continuano a fare soldi e governare il ciclo dei rifiuti grazie alle inesistenti politiche di settore. In barba alle tante esperienze virtuose messe in campo dai comuni ricicloni e dalle aziende serie che hanno sottoscritto con entusiasmo il nostro manifesto per un’Italia rifiuti free.

Agosto 2015

 

 

Rigenerare il territorio si può.

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Reggio Emilia: la rigenerazione è un’opportunità e le terre tornano agricole

da salviamo ilpaesaggio.it

Le tendenze di mercato lo confermano e anche ai cittadini conviene: meglio puntare sul recupero dell’esistente invece di realizzare nuove costruzioni consumando suolo. L’Assessore alla rigenerazione urbana e del territorio Alex Pratissoli ci racconta l’esperienza avviata nella città emiliana dove si raccolgono le domande per far tornare agricole le aree potenzialmente urbanizzabili.

Rivedere gli strumenti urbanistici riducendo le superfici edificabili. Diversi comuni hanno fatto questa scelta, in regioni e contesti differenti. Tra questi ricordiamo Desio (MB), Fermignano (PU), San Lazzaro (BO) e Vinchio (AT).
In altri comuni invece si teme che l’edificazione possa proseguire senza interruzione.

Ci si chiede quindi come sono state affrontate queste scelte di riduzione. La perplessità principale è sempre quella economica: come è possibile ottenere una riduzione dell’edificabile? a quali conseguenze legali si va incontro? quali rimborsi in termini di oneri già versati devono essere messi in conto?

Ne abbiamo parlato con Alex Pratissoli, Assessore alla rigenerazione urbana e del territorio del Comune di Reggio Emilia dove si è fatta la scelta di ridurre le aree urbanizzaibili.

Qual è stata la procedura adottata per questa riduzione?

Nel mese di Febbraio abbiamo avviato la procedura di variante per la riduzione delle previsioni di espansione in territorio agricolo finalizzata a stralciare aree urbanizzabili programmate in territorio rurale. Per evitare contenziosi futuri, è stata anticipata da una manifestazione di interesse al fine di raccogliere le richieste di riclassificazione urbanistica di aree potenzialmente urbanizzabili in territorio agricolo.

E’ stata quindi avviata una procedura partecipativa che permetterà all’ente di definire l’entità della riduzione.

Le richieste pervenute ad oggi interessano 22 ha di residenziale (pari a circa 420 alloggi) e 12 ha di produttivo e potrebbero essere ancora di più.

La rigenerazione del territorio

La variante in riduzione sostiene ed accelera il raggiungimento degli obiettivi già previsti di rigenerazione del territorio urbanizzato e di riduzione del consumo di suolo. Il mercato è infatti già oggi votato per oltre il 70% al recupero dell’esistente, e questo rtappresenta una straordinaria occasione per liberare risorse ambientali ed economiche da reinvestire sul territorio. Nel nostro caso, infine, agli obiettivi di sostenibilità territoriale del piano e alle dinamiche di mercato, si associa una ulteriore valutazione relativa alla significativa attenuazione del trend di crescita demografica che aveva caratterizzato il primo decennio degli anni 2000 – continua l’Assessore.

Come è stata valutata le restituzione degli oneri già versati? Come è stata affrontata la questione dell’inevitabile ricorso legale da parte del privato e delle relative spese?

Di fronte ad una assenza di domanda, alla proprietà conviene trasformare il proprio terreno ad agricolo, non pagando più l’IMU e l’Amministrazione coglie l’occasione per ridurre difinitivamente le alternative al recupero dell’esistemte. Per gli anni precedenti non verrà restituita l’imu già pagata, ma solo l’ICI del biennio 2010-2011 come del resto prevede lo specifico regolamento comunale.

In tutto questo l’Amministrazione ha un ruolo chiave: proporre la rigenerazione del patrimonio edilizio non come alternativa ma come unica opportunità di rilancio del settore delle costruzioni e dell’intero territorio.

Opportunità sostenuta anche con un’altra variante, al Regolamento urbanistico edilizio approvata il 4 maggio dal Consiglio Comunale, finalizzata a semplificare le procedure edilizie e urbanistiche per gli interventi di rigenerazione del patrimonio esistente e ad introdurre la possibilità del riuso temporaneo dei luoghi negli ambiti di riqualificazione. Un’attenzione quindi alla sostenibilità ed una scelta da cui trarrà beneficio anche il settore agricolo:

Sarà rafforzato, anche attraverso una specifica variante urbanistica, il ruolo dell’agricoltura intesa come fondamentale settore economico e che in una visione troppo spesso urbanocentrica non ha trovato in passato lo spazio che merita nelle politiche di sviluppo e nei piani di utilizzo del territorio.

In attesa di una legge nazionale chiara, soprattutto sul delicato tema dei diritti acquisiti nel caso in cui i proprietari abbiano pagato in questi anni le imposte sui terreni edificabili, i risultati di questa variante daranno risposte importanti su come muoversi per il futuro.

Diverse situazioni ma analoghe esigenze

Anche a Femignano (PU) con una variante generale al Piano Regolatore, sono state accolte numerose richieste dei cittadini di “retrocessione” dei terreni da edificabili a agricoli. Essendo le richieste per la maggior parte pervenute dai cittadini, – ci dice l’Assessore all’Urbanistica e Ambiente Andrea Guidarellisi è ritenuto di non dover restituire alcun tipo di onere. L’Amministrazione prevede che eventuali ricorsi sarebbero numericamente limitati.

Sarà sempre così? I contesti in cui si ritrovano i comuni italiani sono come già detto differenti. In determinate regioni un ritorno all’agricoltura è probabilmente più facile rispetto ad altre dove, nonostante tutto, si spinge sempre e comunque l’edificazione. Ma le esigenze di un territorio e i pericoli dello spropositato consumo di suolo sono gli stessi, da nord a sud. Le esperienze descritte rappresentano preziose anticipazioni in attesa che, sostenuti o meno da una legge nazionale, tanti altri comuni scelgano di muoversi nella stessa direzione.

Luca D’Achille

Pubblicata la seconda edizione del rapporto sul consumo di suolo in Italia

Ruspe

 

da audis.it

 
Il documento fornisce un quadro completo sull’avanzata della copertura artificiale del nostro territorio
Nel nostro Paese si continua a consumare suolo. La seconda edizione del Rapporto ISPRA fornisce un quadro completo sull’avanzata della copertura artificiale del nostro territorio.
Il Rapporto sul consumo di suolo in Italia 2015 integra nuove informazioni, aggiorna le precedenti stime sulla base di dati a maggiore risoluzione e completa il quadro nazionale con specifici indicatori per regioni, province e comuni.
Sono, inoltre, approfonditi alcuni aspetti che caratterizzano le dinamiche di espansione urbana e di trasformazione del paesaggio a scala nazionale e locale con riferimento alla fascia costiera, alle aree montane, ai corpi idrici, alle aree protette, alle aree a pericolosità idraulica, all’uso del suolo, alle forme e alle densità di urbanizzazione, ai fenomeni dello sprawl urbano, della frammentazione, della dispersione e della diffusione insediativa.È possibile scaricare la pubblicazione integrale all’indirizzo: http://www.isprambiente.gov.it/files/pubblicazioni/rapporti/Rapporto_218_15.pdf 

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http://www.isprambiente.gov.it/files/pubblicazioni/rapporti/Rapporto_218_15.pdf

Aeroporto e giravolte di Gori

aeroporto orio

10 Agosto 2014: dichiarazioni dell’assessore all’ambiente del Comune di Bergamo: «Orio non può più crescere»  L’assessore Ciagà stoppa l’aeroporto….«L’aeroporto più di così non può crescere. È il buon senso che lo impone» continua l’assessore e le parole fanno un certo effetto e rappresentano una sottolineatura tutt’altro che banale. Perché il concetto, anche se in maniera più sfumata, nel programma elettorale era già stato espresso, ma ora rappresenta anche l’occasione per rileggere la questione alla luce dei suoi più recenti sviluppi.>>

Il Giorgio Gori di oggi:  ” Se la notizia del giorno è che Ryanair ha rinnovato per altri 5anni il proprio contratto con Sacbo, e nel frattempo progetta per il 2020 di raggiungere e forse superare ad Orio i 9 milioni di passeggeri, ho l’impressione che qualcuno (anche tra noi) se ne dispiaccia, quando dovremmo invece essere i primi a rallegrarcene.   Arrivano i ma e i distinguo “Il Comune di Bergamo considera la salute dei cittadini una priorità, è impegnato per una concreta riduzione dell’inquinamento acustico e atmosferico sugli abitati oggi più colpiti, ma non perde di vista che l’aeroporto è un fattore assolutamente decisivo per lo sviluppo economico”

Questa è bella…….. continua Gori: ” aldilà dei tecnicismi, la ragione per cui la scorsa settimana il Comune di Bergamo – a malincuore, dopo aver inutilmente cercato un punto di mediazione – ha ritenuto di non poter firmare la lettera del Tavolo dei Sindaci: concordavamo su tutto, non sull’idea che l’aeroporto debba bloccarsi di fronte ad un “tetto” tanto infondato (a più riprese i ministeri interpellati hanno chiarito che il numero di movimenti indicato nel decreto VIA non può essere letto come un limite) quanto inattuale (sappiamo tutti che l’aeroporto ha già ampiamente varcato quella soglia).”

Tutto coerente …….o no?