Periferie, i buchi neri delle città

 dal fatto quotidiano.it Prima dell’avvento dei mezzi di comunicazione di massa, le città erano il mondo; ora, il mondo è una città. Dentro ai flussi di connessione e interdipendenza, le città continuano ad avere evidenti buchi neri. Nell’ultima campagna elettorale uno dei temi più ricorrenti ha riguardato la condizione delle periferie, luoghi nei quali i candidati-sindaco si presentano in campagna elettorale, salvo scomparire durante i mandati di governo. Nella nostra cultura urbana esiste un errore di fondo: concepire le periferie, sia in fase di progettazione che in fase di gestione, come corpi separati. Siamo incapaci di elaborare l’ambiente urbano come un unico insieme dotato di più centri, un territorio nel quale, omogeneamente, le amministrazioni irradiano i loro servizi.

Persino nelle strategie di comunicazione ciò che accade in centro riguarda tutta la città, mentre ciò che accade in periferia appartiene solo a quella porzione di territorio. Nel recente convegno della Media ecology association presso l’Università di Bologna, tenutasi dal 23 al 25 giugno, (un’associazione mondiale di professionisti le cui competenze diverse si incrociano con la comunicazione) è emersa l’ambizione delle più grandi città del mondo (per l’Italia il caso più evidente è Milano) di esercitare un ruolo internazionale, nelle comunicazioni, nella finanza, nel commercio, quasi nel tentativo di scavalcare lo stato nazionale. Un gigantismo che stride con territori periferici poveri di relazioni.

A Roma, con il tema Olimpiadi, è andata in scena la sproporzione tra ambizioni di crescita, disagio e impossibilità. Tema sul quale esistono visioni contrastanti, tra chi ha avanzato l’idea di ridisegnare la città “sfruttando” l’evento sportivo internazionale (Giachetti) e chi ha continuato a ricordare che la voragine del bilancio comunale, peraltro non ancora esattamente quantificata, non consente avventurosi titanismi (Raggi). Nella recente tornata elettorale, i temi legati all’ambiente sono rimasti in parte oscurati, sovrastati dai richiami alla sicurezza, all’emergenza immigrati e alla corruzione. Eppure la città resta un ambiente dove è altrettanto importante l’aria che respiriamo, la qualità dell’acqua (come e dove si smaltiscono i rifiuti), la tutela degli spazi verdi, aspetti connessi alla salvaguardia della salute dei cittadini.

Sulla più bassa qualità della vita in area urbana incide anche la difficoltà a creare un tessuto associativo al di fuori delle organizzazioni di natura economica. La nuova divisione internazionale del lavoro ha portato alla deindustrializzazione e allo smembramento di reti associative che offrivano occasioni per creare varie comunità. I flussi migratori hanno acuito le sacche di isolamento e di disadattamento sociale. Una tra le principali preoccupazioni di un sindaco dovrebbe essere quella di stimolare, su più livelli, il coagulo associativo. Il web crea straordinarie comunità virtuali, ma non genera coesione sociale e non ha sempre un ancoraggio sulle attività locali dei territori. Quanto emerge dai contributi della Media Ecology Association, in tema di politiche urbane, guarda alla possibilità di creare occasioni di incontro ludiche nelle città, sostenendo che anche il gioco (non virtuale) è un elemento di coesione sociale per fare partecipare e integrare pubblici diversi.

Esiste un movimento mondiale (Playable City Movement) che punta a creare momenti ludici negli spazi urbani, con interessanti iniziative avviate nel recente passato a Stoccolma e a Bristol. Momenti legati al tempo libero ci sono anche in Italia, con la proliferazione di fiere locali e feste di strada, ma quello che ci manca è la messa in sistema delle varie iniziative, al fine di ritessere trame comunitarie. Il gioco è un ponte che accorcia le distanze sociali e le politiche del gioco godono di facile attuabilità poiché, generalmente, sono a basso costo.

La tutela della sicurezza pubblica passa anche attraverso la possibilità di creare coesione sociale, senza dimenticare che una comunità coesa è anche una comunità più solidale. Un’accorta politica mediatica deve partire dall’idea che la città è un mezzo di comunicazione per diffondere ciò che intende realizzare: rendere ciascuno parte di un tutto. In definitiva, una fra le possibili risposte alla disaggregazione del tessuto urbano passa attraverso il recupero collettivo del senso del luogo: di quello che può offrire nel presente, di ciò che ha raccontato nel passato.

di | 30 giugno 2016

Sempre più verde in città, meglio se sostenibile.

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Parchi, aiuole e boschi sono essenziali per la salute e la vivibilità, soprattutto nelle aree urbane. Con opportune scelte, tecnice e politiche, possono rappresentare la miglior risposta alle esigenze della cittadinanza con un approccio sostenibile dal punto di vista economico e ambientale.

Aumentare il verde in ambiente antropizzato: obiettivo migliorare salute e vivibilità

E’ ormai ampiamente dimostrata, ma è sempre bene ricordarla, l’importanza degli spazi verdi e degli alberi in ambiente urbano: producono ossigeno, abbattono i rumori e bloccano le polveri.

Per questi motivi, oltre che per l’esigenza di avere spazi pubblici ricreativi dove questi scarseggiano, cresce sempre più la richiesta e l’attenzione sulle aree verdi: parchi, aiuole, boschi e orti urbani, anche se molte scelte politiche ancora non comprendono, o peggio, trascurano tale aspetto.

Ancor più profonda quanto fondamentale per la vita dell’uomo è la conservazione della biodiversità che si traduce in recupero ambientale e di qualità in quelle aree dove l’azione antropica ha generato una riduzione e un appiattimento. E’ sicuramente più bello e colorato un ambiente naturale e vario ed è certamente più utile per la regolazione climatica e la salute, avendo inoltre un più alto grado di mitigazione degli impatti inquinanti.

Riqualificazione sostenibile degli spazi verdi: obiettivo diminuire i costi di manutenzione

Per i comuni rispondere a questa esigenze aumentando le aree a verde urbane e quindi la vivibilità vuol dire inevitabilmente aumento dei costi, a meno che non si adottino tecniche e colture che consentono una riqualificazione sostenibile degli spazi verdi.

Risparmiare nei consumi d’acqua e nei costi di gestione è possibile. Se n’è parlato lo scorso 31 maggio a Roma, nell’ambito dell’evento ”Specie erbacee spontanee mediterranee per la riqualificazione di ambienti antropici: rendere sostenibile il verde urbano e aumentare la biodiversità” organizzato presso l’Istituto Nazionale di Economia Agraria dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e della Società di Ortoflorofrutticoltura Italiana (SOI)

E’ possibile risparmiare acqua e cure colturali – dicono gli esperti di architettura del paesaggio – Il verde urbano è spesso banale, omologato, si vedono ovunque le stesse piante che non sempre sono autoctone e vi si insediano malvolentieri in un contesto che non è il proprio. Si pensi al “prato all’inglese” che è climaticamente fuori luogo nelle città mediterranee. Se il prato sempreverde è un classico nelle umide pianure britanniche, negli ambienti mediterranei diventa un estraneo, un ecosistema in perenne crisi, sempre assetato, sempre bisognoso d’acqua e strepitosamente costoso. E dal punto di vista morale c’è da domandarsi se un Paese in difficoltà possa permettersi spese cospicue derivanti da irrigazioni e da cure eccessive del verde o se non debba, invece, trovare il modo di portare la semplicità, la biodiversità, il “verde di casa nostra” dentro le zone urbane non solo per ridurre i costi ma anche per rendere la scena urbana, come è logico che sia, una naturale continuità del paesaggio extra muros.
Il messaggio che si vuole diffondere è che le piante erbacee spontanee non solo non sono erbacce ma rappresentano uno strumento indispensabile per camminare verso la sostenibilità del verde.

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Tecniche e scelte che sono già realtà. L’esempio forse più conosciuto a livello internazionale è l’ High Line di New York: un parco lineare che attraversa parte della città essendo realizzato sul tracciato di una linea ferroviaria sopraelevata da tempo abbandonata. Un progetto di recupero che si basa sulla scelta di piante erbacee spontanee, a bassa manutenzione e irrigazione ridotta.

Portare il paesaggio dentro le città: obiettivo la tutela del territorio

Non solo aiuole e parchi. Tornando in Italia, in molte zone del milanese, prendono forma da tempo importanti interventi di forestazione urbanaIl bosco, che una volta copriva gran parte del territorio, è anch’esso serbatoio di ossigeno e biodiversità, ancor più importante per creare una difesa “di legno” dove il cemento avanza.

Quindi i pochi ambiti boschivi rimasti devono essere conservati e dove è opportuno, anche ricostruiti, con la possibilità per i cittadini di trarne vantaggio attraverso una fruizione “leggera” dell’area e non intensa come avviene invece per i più classici parchi urbani. Una buona soluzione che, quando la normativa renderà obbligatoria la compensazione delle emissioni per le aziende inquinanti, potrebbe diventare addirittura fonte di guadagno per le casse pubbliche con la cessione di crediti di CO2. Così da compensare i costi di manutenzione e consentire, anche in questo caso, una gestione sostenibile delle aree.

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Con la speranza che parallelamente si possa conservare e recuperare spazio vitale per l’agricoltura, anch’essa in sofferenza a causa dell’urbanizzazione. Scegliendo quindi di puntare sulla strada più “colorata” della rinaturalizzazione e dell’uso sostenibile del territorio ed abbandonare definitivamente quella irreversibilmente “grigia” della diffusione del cemento.

 Luca D’Achille

Basta con la dispersione urbana. Investiamo nello sviluppo intelligente delle città.

Non è purtroppo il programma di nessun partito italiano alle elezioni politiche, ma un appello delle associazioni britanniche. Speriamo che trovi eco nei loro, e magari nostri, rappresentanti . Dal sito web Campaign to Protect Rural England (f.b.) Traduzione di Fabrizio Bottini

Titolo originale dell’appello:

‘Smart growth’ investment in cities, not more 1980s-style sprawl 

Un nuovo coordinamento di associazioni tematiche per l’ambiente, i diritti, i trasporti, composto da Campaign to Protect Rural England (CPRE), Campaign for Better Transport, e Civic Voice, lancia un appello per un modello di “sviluppo urbano sostenibile” da adottare per tutte le grandi trasformazioni del territorio. Il coordinamento trova il sostegno di importanti personalità in tutti i principali partiti, fra cui il Tory ed ex ministro per l’Ambiente Lord Deben (John Gummer).

La convinzione è che il tipo di espansione a carattere sostanzialmente suburbano degli anni ’70 e ’80, a orientamento automobilistico, come la città nuova di Milton Keynes o Bradley Stoke a Bristol, non sia un modello da perseguire nel futuro. Le nuove trasformazioni dovranno invece unire il tipo di ambienti ben concepiti delle periferie giardino tradizionali britanniche novecentesche, a cui si devono unire elementi di avanguardia importati dal resto del mondo, come per esempio gli ‘eco-quartieri’ di Friburgo in Germania, o di Stoccolma.

Quartieri che:

– offrano case energeticamente efficienti e con elevate densità residenziali
– si realizzino soprattutto recuperando superfici già urbanizzate
– risultino ben collegati ai centri di servizio e occupazione coi trasporti pubblici
– siano concepiti in modo tale da consentire di norma spostamenti a piedi o in bicicletta

L’appello coincide con le decisioni importanti governative in materia di trasformazioni urbane. Si è purtroppo parlato troppo poco della proposta del mondo delle costruzioni per una nuova generazione di “città giardino” nel sud-est inglese, con 250.000 nuove abitazioni su aree extraurbane, 170.000 delle quali localizzate nei corridoi autostradali M11 e A14 , o fra Oxford e Cambridge. Secondo un criterio che rischia di portarci esattamente nella direzione opposta a uno sviluppo territoriale sostenibile, alimentando la congestione stradale e obbligando i cittadini a spostarsi in auto.

L’esponente conservatore della camera alta ed ex ministro dell’Ambiente Lord Deben, dichiara: “Il suolo, risorsa scarsa e preziosa, lo diventerà sempre di più col mondo in lotta per materie prime alimentari sempre più scarse e costose. Concentriamoci sul riuso delle superfici già urbanizzate. Dove esistono già spazi più che sufficienti per le abitazioni di cui c’è bisogno. Ci vuole solo un po’ di innovazione, decisione, e orientamento da parte del governo, per renderle disponibili al riuso.Mentre edificare aree extraurbane oggi verdi vuol dire distrattamente mettere a repentaglio il nostro futuro”.

Il parlamentare laburista del collegio di Stoke on Trent, nonché storico, Tristram Hunt, aggiunge: “Alla Gran Bretagna è stato sinora risparmiato il tipo di trasformazioni in stile americano che devastano le campagne con un fronte urbano che avanza, ma i progetti per nuove città nel corridoio della M11 sono una vera ricetta per lo sprawl suburbano. Il governo deve invece pensare a rivitalizzare le città, e tutelare le campagne, attraverso un modello di sviluppo sostenibile. La priorità va data a quartieri ben progettati ad alta densità su aree di recupero”.

Il parlamentare liberaldemocratico del collegio di Cheltenham, Martin Horwood, dichiara: “I principi di sviluppo urbano sostenibile offrono una alternativa a certa crescita determinata dall’emergenza. I costruttori tendono a inseguire basse densità su territori aperti senza badare alle conseguenze ambientali e sociali, solo per fare profitti. C’è bisogno di una visione alternativa, che promuova il riuso delle superfici dismesse, dei contenitori dismessi,la riqualificazione urbana, per quartieri davvero sostenibili, e tuteli i preziosi spazi verdi”.

Il responsabile CPRE, Shaun Spiers, ritiene che “Abbiamo bisogno di tante nuove case, ma è egualmente urgente non ripetere gli errori del passato. C’è bisogno di nuovi quartieri che siano magnifici, non consumino prezioso spazio delle campagne, evitino agli abitanti di dipendere dalle automobili. Se il governo vuole impegnarsi in nuovi insediamenti, deve anche dimostrarne la sostenibilità. A partire da un impegno ad applicare principi coerenti nella loro costruzione”.

Conclude l’esperto di riqualificazione Chris Brown: “Le città si sanno rinnovare continuamente e organicamente per il benessere dei propri cittadini, è logico usare spazi e infrastrutture che già esistono, ed è questo il senso dello sviluppo urbano sostenibile”.

Emergenza smog città. Bergamo al 15° posto tra le peggiori.

Legambiente presenta Mal’aria 2012

 
Fuori legge per pm10 il 67% dei capoluoghi di provincia monitorati. Al via il week-end di mobilitazione per il diritto alla salute.“Necessarie serie politiche di mobilità sostenibile. Seguire l’esempio dell’Area C milanese”

La qualità dell’aria delle città italiane è pessima e continua a peggiorare. Lo confermano i dati del dossier Mal’aria, lo studio annuale di Legambiente sull’inquinamento atmosferico. I principali imputati sono le polveri sottili: nel 2011, il 67% dei capoluoghi di provincia monitorati non ha rispettato il limite consentito di superamenti della soglia di PM10, un aumento del 12% rispetto all’anno precedente. Torino, Milano e Verona sono in testa con 158, 131 e 130 superamenti registrati nella centralina peggiore di ognuna delle tre città. Crescono, inoltre, le dimensioni degli sforamenti. Ed è una vera e propria emergenza, perché il particolato emesso dagli scarichi delle autovetture, dagli impianti di riscaldamento e dai processi industriali, sono sostanze altamente dannose per la salute umana per la loro capacità di penetrare in profondità nell’apparato respiratorio. Ecco perché contro smog e traffico, per rivendicare il diritto alla salute, prende il via oggi il week-end di mobilitazione di Legambiente lungo la penisola: banchetti informativi, flash mob, incontri con le amministrazioni e i cittadini per discutere proposte sui problemi piccoli e grandi legati alla mobilità in città.
Nel 2011, secondo la classifica di Legambiente “PM10 ti tengo d’occhio”, sulle 82 città monitorate, 55 hanno esaurito i 35 superamenti all’anno del limite di legge giornaliero per la protezione umana del PM10 (50 µg/m3). In particolare l’area della pianura Padana rimane la zona più critica. Tutti i capoluoghi lombardi hanno superato il “bonus” dei 35 giorni, in Piemonte si salva solo Verbania, in Veneto Belluno, Cesena in Emilia Romagna e Gorizia in Friuli Venezia Giulia.
A saltare all’occhio, però, oltre al numero di città che non rispettano i limiti, sono i giorni di sforamento e il loro pauroso aumento da un anno all’altro. Ben 13 città hanno registrato oltre 100 superamenti del limite di protezione della salute umana e 29 hanno superato di due volte il limite annuale dei 35 giorni fuorilegge. Se, per ipotesi, si potessero esaurire in anticipo i 35 superamenti consentiti ogni anno, Torino avrebbe già esaurito il bonus per i prossimi tre anni e mezzo, Milano e Verona per due anni e otto mesi, Alessandria e Monza per i prossimi 2 anni e mezzo. Rispetto al 2010, in alcune città la situazione è peggiorata in modo drammatico: Cremona ha registrato quasi tre mesi in più di aria irrespirabile, Verona due mesi in più, Treviso 50 giorni, e numeri allarmanti si leggono anche per Milano (44 giorni in più), Terni (42), Cagliari e Vercelli (entrambe hanno registrato un aumento di 38 giorni).
E se diminuiscono le città che hanno superato più di 25 volte il valore giornaliero dell’ozono, sono 18 quelle in cui gli sforamenti sono stati più del doppio di quelli concessi. Addirittura il triplo a Lecco, Mantova e Novara. È in leggera crescita anche il numero di città che non rispettano i limiti del biossido di azoto.
Le cause dell’inquinamento atmosferico sono chiare e conosciute da tempo. Analizzando il dettaglio cittadino delle fonti di emissione, si vede come il contributo del traffico veicolare sia rilevante per le polveri fini (come a Roma, Milano, Palermo e Aosta) e ancora di più per gli ossidi di azoto. Un’altra fonte sempre più influente in città è quella dei riscaldamenti, che in alcuni casi supera anche il contributo delle automobili, come ad esempio a Bolzano, Trento, Cagliari. E scendendo nel dettaglio delle emissioni che provengono dalle diverse categorie di veicoli, sono sempre le automobili le peggiori “inquinatrici”, e sebbene sul mercato compaiano modelli di auto sempre più efficienti e alcuni progressi siano stati fatti sulla riduzione degli inquinanti che escono dai tubi di scappamento, non vanno sottovalutate quelle 9mila tonnellate di polveri a livello nazionale che derivano dall’usura degli pneumatici, dei freni e del manto stradale, che in buona parte finiscono nei nostri polmoni.
“Al traffico – commenta Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente – si risponde troppo spesso con interventi occasionali di emergenza, come blocchi del traffico o targhe alterne, che possono servire a qualcosa solo se programmati in modo continuo nel tempo e associati a provvedimenti quali il pedaggio urbano. L’Area C recentemente introdotta a Milano è, ad esempio, un’iniziativa che va in questa direzione e che si dimostrerà tanto più efficace quanto più convincerà i milanesi a usare maggiormente i mezzi pubblici e la bicicletta. Sarebbe auspicabile integrarla con misure su zone più estese. Il tutto, poi, va coordinato a livello nazionale da un Piano di risanamento della qualità dell’aria, che ancora si fa attendere, e al quale si devono associare altre misure come quelle sul riscaldamento che in molte città contribuisce in maniera sostanziale all’aumento dell’inquinamento dell’aria. La soluzione è possibile, richiede però più coraggio da parte degli amministratori e più responsabilità da parte dei cittadini”.
Per limitare le auto in città servono, insomma, serie politiche di mobilità sostenibile e di potenziamento del trasporto pubblico locale, ma si deve pensare più seriamente anche al modo di ridurre il flusso del traffico pendolare in entrata nelle città. Sono circa 11milioni le persone che ogni giorno si spostano per recarsi al lavoro o ai luoghi di studio, e di questi solo 2,8milioni scelgono il treno. Le pessime condizioni del servizio ferroviario e dei treni sono continuamente peggiorate dai continui tagli delle risorse e dei collegamenti, le difficoltà di muoversi in città una volta usciti dalla stazione, rendono il treno poco appetibile come mezzo di trasporto. Eppure aumentare di mille unità i treni in circolazione o investire a lungo termine per portare i passeggeri ad almeno 4 milioni, porterebbe benefici non solo alla qualità della vita, ridurrebbe le congestioni da traffico, e comporterebbe un risparmio di emissioni in atmosfera stimate da Legambiente in una riduzione dal 3,3% al 5,5% di PM10.

 

PM10 ti tengo d’occhio– superamenti del limite medio giornaliero di protezione della salute umana (50 µg/m3) nei capoluoghi di provincia nel 2011, rispetto alla centralina peggiore. Superamenti consentiti in un anno: 35

 

Città capoluogo

Centralina peggiore

Superamenti

 

Città capoluogo

Centralina peggiore

Superamenti

1

Torino

Grassi

158

28

Rimini

Abete

74

2

Milano

Senato

131

29

Como

Viale Cattaneo

76

3

Verona

Borgo Milano

130

30

Ferrara

Via Bellonci

72

4

Alessandria

D’Annunzio

125

31

Varese

via Copelli

69

5

Monza

via Machiavelli

121

32

Bologna

Porta San Felice

69

6

Asti

Baussano

117

33

Roma

Tiburtina

69

7

Brescia

Villaggio Sereno

113

34

Pescara

Viale Bovio

69

8

Vicenza

Quartiere Italia

112

35

Ravenna

Caorle

68

9

Cremona

via Fatebenefratelli

109

36

Terni

Le Grazie

68

10

Frosinone*

Scalo

108

37

Lecco

Via Amendola

64

11

Mantova

via Ariosto

108

38

Palermo

Di Blasi

63

12

Pavia

Piazza Minerva

103

39

Napoli

Oss. Astronomico

62

13

Treviso

Via Lancieri di Novara

102

40

Firenze

Mosse

59

14

Bergamo

Via Garibaldi

98

41

Benevento

Osp. Civili Riuniti

58

15

Rovigo

Centro

98

42

Macerata

Via Vittoria

54

16

Lodi

Viale Vignati

96

43

Avellino

Ospedale Moscati

48

17

Cagliari

Piazza Sant’Avendrace

94

44

Forlì

Roma

48

18

Padova

Mandria

94

45

Pordenone

Centro

47

19

Parma

Montebello

93

46

Taranto

Via Machiavelli

45

20

Venezia

Parco Bissuola

91

47

Trento

via Bolzano

45

21

Modena

Via Nonantola

90

48

Pisa

Borghetto

44

22

Vercelli

Campo CONI

90

49

Sondrio

via Mazzini

44

23

Ancona

Via Bocconi

88

50

Udine

P.le Osoppo

44

24

Reggio nell’Emilia

Timavo

86

51

Perugia

Ponte San Giovanni

43

25

Novara

Roma

84

52

Prato

Roma

43

26

Piacenza

Giordani-Farnese

81

53

Trieste

Via Carpineto

43

27

Biella

Lamarmora

77

54

Pesaro

via Scarpellini

39

 

 

 

 

55

Cuneo

Alpini

36

Fonte: elaborazione Legambiente su dati Arpa, Comuni, Province, Regioni

 

La classifica, che Legambiente stila dal 2006, elenca i capoluoghi di provincia in base al numero dei giorni di superamento del PM10 della centralina peggiore presente sul territorio urbano (a prescindere dal tipo di centralina) per numero di superamenti, raccogliendo i dati disponibili e diffusi sui siti delle Arpa Regionali. Si è scelto questo criterio per il confronto tra le città in quanto le Regioni scelgono modalità diverse nella comunicazione dei dati.

L’ufficio stampa Legambiente 06 86268399 – 79 – 76 – 53

Pubblicato il20 gennaio 2012

Le città congestionate.

Legambiente.it

Urbanistica

 
 
 
 
 
 
 

Le città ospitano più della metà della popolazione mondiale, e si trovano a dover affrontare un forte inasprimento di fenomeni come il sovraffollamento, la povertà e il degrado ambientale. L’urbanistica – la disciplina che si occupa dell’analisi e della pianificazione dello sviluppo delle città e del territorio – è dunque uno dei campi su cui si decide lo sviluppo sostenibile e la qualità della vita degli abitanti del Pianeta. E non è una coincidenza se a livello mondiale numerosi Paesi – in Cina o nel deserto degli Emirati Arabi, come in Francia o in Gran Bretagna – stiano costruendo da zero delle ecocittà, centri urbani realizzati col primario obiettivo della qualità ambientale.

Polveri sottili e ozono, traffico, rumore, poco verde pubblico, trasporti collettivi inefficienti, disagio abitativo: anche in Italia le città sono diventate la nuova frontiera dell’impegno non solo per migliorare la vita dei cittadini, ma anche per combattere i cambiamenti climatici e avviare un nuovo modello di sviluppo. Pur essendo tra le più belle e invidiate del mondo, infatti, le nostre città sono anche tra quelle più inquinate e congestionate e tra le meno efficienti d’Europa. Nei grandi centri urbani si perdono circa 200 ore nel traffico ogni anno. Il pendolarismo è un fenomeno in crescita, e quasi un quarto della popolazione italiana si sposta quotidianamente fuori dal proprio Comune per lavoro o studio. E lo fa soprattutto in automobile: il traffico cittadino, da cui arriva la gran parte delle emissioni di CO2, è uno dei maggiori responsabili del surriscaldamento globale. E il contributo delle città italiane alle energie rinnovabili è irrisorio. Mentre le isole pedonali scarseggiano e la totalità delle piste ciclabili italiane non supera quelle della sola Vienna, o di Helsinki e Copenaghen.

Vendita area ospedaliera di Bergamo: una beffa per la Città

ospedali riuniti di bergamo.jpgPeggio di ogni possibile previsione negativa! Così si può definire l’accordo  in merito alla presenza dell’Università all’interno del progetto per la futura riqualificazione dell’area ospedaliera di Bergamo.

Per ben quindici anni gli strumenti urbanistici avevano previsto nel comparto una ripartizione al cinquanta per cento tra destinazioni private e destinazioni pubbliche (Università) per un totale di 140.000 metri quadrati. Opzione condivisa da tre amministrazioni di colore politico diverso, da un Piano Regolatore e da due accordi di programma (2000 e 2004).

Il Piano Regolatore nel 1999 prevedeva una estensione del Campus universitario fino a un massimo di 95.000 metri quadrati ridotti a 70.000 con l’Accordo di programma del maggio 2000. Il rettore riteneva eccessiva le superfici indicate.

Nel 2008 i 70.000 mq a disposizione dell’Università si sono ridotti a 20.000aumentando naturalmente  gli spazi disponibili per gli investitori immobiliari.

Ieri i 20.000 mq ad uso università sono stati cancellati e sostituiti dalla previsioni di alcuni impianti sportivi e qualche palestra. 

A questo punto ( non si sa se ridere o piangere) qualcuno dei protagonisti dell’accordo  ha avuto i coraggio di affermare che invece del CAMPUS avremo il MINICAMPUS.  Proprio così: Laddove era prevista la localizzazione di tutta l’Università con centinaia di aule, uffici , rettorato ecc. ci sarà qualche campo sportivo per un totale di circa 5.000 mq. E tanto è bastato per affibbiare la definizione di minicampus: “Una suggestione per il previsto Campus”.

Ma l’aspetto tragico di questa vicenda è questo: In tutti questi conciliaboli e incontri non è stata posta al centro una prospettiva per lo sviluppo della qualità del territorio in termini, appunto, di  qualità dei servizi. No! Il tema centrale era e rimane il seguente : Bisogna rendere l’area appetibile per gli imprenditori immobiliari che si faranno avanti per l’acquisto.

E fa niente se alla fine si venderà a un prezzo notevolmente più basso del suo valore venale, senza parlare del  notevole valore paesaggistico di un comparto destinato ad ospitare case, alberghi, negozi, uffici e altro. Si è capito o no che l’affare lo faranno gli acquirenti? Si è tentato un paragone con le vendite di altri edifici pubblici a Bergamo?

Otto anni fa con  95.000  mq destinati a campus universitario  si prevedeva di incassare circa 67,150 milioni di euro.  Oggi con la trasformazione totale dei 130.000 mq (salva la quota standard)  in negozi, alberghi e appartamenti si ipotizza di incassare la stessa cifra o anche meno. Assurdo, non c’è logica.

Altro elemento importante: i cittadini sono stati tagliati fuori in quanto non hanno potuto dire la loro con osservazioni alle varianti come dovrebbe avvenire normalmente.

La cosa che lascia sgomenti è che alla fine gli autori di questi accordi sono tutti soddisfatti e beati e anche alcuni giornali hanno   apprezzato. E Bergamo arretra.

 

 

Troppo cemento affoga le città.

di Emanuele Rigitano

Legambiente.it

cemento affoga le città.jpg

L’alluvione che ieri mattina si è abbattuta su Roma e che oggi sta creando seri problemi nel napoletano, ha riacceso i riflettori sul problema, fin troppo trascurato, del dissesto idrogeologico di sui soffre l’Italia. Le precipitazioni si fanno sempre più intense e violente, ma di azioni di prevenzione non se ne vede neanche l’ombra. Non è bastata la devastazione accaduta in Veneto meno di un anno fa, con migliaia di aziende in difficoltà in un territorio soffocato dal cemento, al punto che l’area compresa nelle città di Verona, Vicenza e Padova è diventata un unico agglomerato urbanistico, una sorta di enorme città.

Proprio su questo argomento è stato creato un dossier dell’Istituto per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), che spiega come «dal secondo dopoguerra le aree urbane si sono espanse secondo criteri guidati spesso più da interessi particolari» che non da seri piani che tenessero conto dei territori interessati e degli impatti che l’edificazione avrebbe comportato. Incredibile come spesso siano stati scelti proprio terreni fertili e più adatti per l’agricoltura che non per ospitare palazzine o fabbriche, anche per i rischi dovuti alla conformazione del territorio circostante. Si è “allegramente” costruito a ridosso degli alvei dei fiumi, come nelle aree ad alto rischio sismico e su vulcani ancora attivi, di cui Napoli è un caso emblematico.

La sostituzione della terra e dell’erba con il calcestruzzo e l’asfalto non permette più l’assorbimento dell’acqua da parte dei terreni né il corretto drenaggio e flusso, arrivando a provocare eventi che mettono a rischio l’incolumità dei cittadini, come abbiamo potuto tragicamente assistere proprio a Napoli e nella Capitale in questi giorni. Per quanto riguarda le frane il documento dell’Ispra ci dice che in ambito urbano sono proprio le attività umane, quali scavi, presenza di cavità e perdita degli acquedotti e delle fogne a diventare causa degli smottamenti.

STIMA DEL CONSUMO DI SUOLO NELLE AREE URBANE

L’indagine Ispra ha voluto analizzare il consumo di suolo, in settantamila punti studiati, considerando la quantità di suolo permeabile perso in questi decenni. Quel che ne esce fuori è che «le superfici coperte in maniera permanente con materiali impermeabili siano passate dal 2,38% del secondo dopoguerra al 6,34% del 2006, con un incessante consumo di suolo naturale, agricolo o forestale» (100 ettari al giorno, in Italia, tra il 1999 e il 2006; ISPRA, 2010).

Altri due punti del rapporto riguardano la percentuale di suolo impermeabilizzato e l’intensità d’uso. Per quanto riguarda la superficie impermeabile per cause antropiche si riscontra un sensibile aumento nelle aree di dispersione urbana. Tra le città oggetto di studio solo poche città possono vantare una diminuzione della crescita della quantità di terreno impermeabile.

Sul dato dell’intensità d’uso, cioè il rapporto tra suolo consumato e abitanti, un risultato che salta all’occhio è quello di Roma: in poco meno di vent’anni da 110 abitanti per ettaro di suolo consumato a 80. Sono valori che indicano chiaramente la tendenza alla dispersione urbana nella Capitale.

DISSESTO DA FRANA NEL TERRITORIO COMUNALE

l’area dei 48 comuni presi in considerazione, che hanno subito delle frane, si attesta sui 167,17 km2, circa l’1,68 per cento rispetto alla superficie totale dei comuni interessati. Il dato risulta ben più alto (6,9%) se si considera l’intero territorio nazionale, che comprende le aree collinari e montane, più soggette ad eventi franosi. Trento, Genova, Ancona e Perugia presentano i valori più elevati di area in frana sul territorio comunale, mentre Genova, Ancona, Perugia e Torino presentano i valori più elevati di superficie urbanizzata interessata da frane.

«L’unica vera grande opera da fare in Italia è un piano per la messa in sicurezza del territorio dal rischio idrogeologico», è quanto ha dichiarato il presidente dei Verdi Angelo Bonelli dopo la pubblicazione del rapporto. «I dati Ispra indicano che le superfici impermeabili in Italia hanno raggiunto livelli elevatissimi: 1.911.960 ettari. E c’è ancora chi ha il coraggio di parlare di eventuali condoni edilizi». Il leader del “Sole che ride” ha concluso sottolineando come «mettere in sicurezza il territorio non solo aumenterebbe la sicurezza e la qualità della vita degli italiani ma consentirebbe di creare oltre 500 mila posti di lavoro per l’unica vera opera utile di cui il paese ha bisogno».

 

 

 

Vendita area ospedaliera: Il Comune tuteli la Città

 

Vendita, area, ospedaliera, Comune, tuteli, CittàUlteriore riduzione delle destinazioni pubbliche a vantaggio di quelle private

Questa vicenda della vendita dell’area di Largo Barozzi diventa ogni giorno sempre più incomprensibile. A distanza ormai di due anni dalla prima asta andata deserta la pratica viene gestita da lunghi silenzi seguiti da colpi di scena, come avvenuto di recente. Il tutto senza il consenso preventivo dei soggetti destinati a decidere. Infatti, da Milano la Regione e la società Infrastrutture Lombarde (emanazione del Pirellone) hanno deciso di stravolgere le destinazioni urbanistiche relative al comparto senza alcun coinvolgimento del Consiglio Comunale di Bergamo.

In particolare per rendere più “appetibile” l’area per gli acquirenti si propone di azzerare 20.000 metri quadrati a destinazione pubblica ovvero all’Università. Quest’ultima si sposterebbe per circa 16.000 metri nella Casa Rossa (all’ingresso) in precedenza riservata alla Fondazione degli ospedali Riuniti.

La Città di Bergamo sarà così depauperata di un’altra grossa fetta di area pubblica per permettere alla Regione di incrementare l’incasso. Appena qualche anno fa l’area era destinata per metà (70 mila mq) a Campus Universitario e metà a destinazioni private. Poi le destinazioni pubbliche erano rimaste a poco più di 30.000. Oggi si prevede di ridurle ad appena 16.000 per l’università più poche briciole.

Tra l’altro nulla si dice dei 20.000 metri quadrati che, secondo l’accordo di programma del 2004, “devono essere” ceduti al Comune di Bergamo a titolo gratuito.

Il comparto dei Riuniti rappresenta ad oggi un patrimonio inestimabile della Città non solo in termini patrimoniali, ma per l’aspetto paesaggistico e storico. Lo si sta trattando come una qualsiasi area dismessa e con l’occhio al calderone finanziario del nuovo ospedale anch’esso fonte di polemiche interminabili.

 

In questi due anni trascorsi dalla prima asta, nessuna istituzione bergamasca ha alzato la voce né ha chiesto spiegazioni convincenti ai manovratori di Milano.

Il rischio vero è quello di una svalutazione dell’area a vantaggio dell’acquirente che verrà.  Sarà interessante, in proposito, confrontare il valore attribuito nel 2003 all’area con il Campus Universitario presente e il valore di vendita attuale con l’area quasi totalmente privata. Qualche problema serio verrà fuori. 

Leggere anche 

 

 

http://associazionelaurora.myblog.it/archive/2011/04/04/vendita-area-ospedaliera-i-conti-non-tornano.html

 http://www.bergamonews.it/bergamo/articolo.php?id=45437

 

 

http://associazionelaurora.myblog.it/archive/2011/05/13/bergamo-vendita-edifici-pubblici-valutazioni-incomprensibili.html

 http://www.bergamonews.it/bergamo/articolo.php?id=45437

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bergamo: Città in retromarcia

Accantonati progetti importanti senza produrre alcun tentativo di realizzazione.

ImmagineIlComune.jpgBasta avere un minimo di memoria storica per poter registrare tutta una serie di occasioni perse a Bergamo negli ultimi tempi. Negli anni novanta, a partire dalla prima stesura del Piano Regolatore Secchi, si posero le basi per modernizzare la Città aumentandone la qualità urbana e la vivibilità soprattutto attraverso la previsione di nuove infrastrutture. Il dibattito che ne scaturì si rilevò estremamente interessante sia a livello istituzionale che a livello politico con la partecipazione di associazioni e comitati. Lo sviluppo a sud della stazione fu uno degli argomenti più toccati. Nacque l’idea, recepita sulle tavole urbanistiche, delle due risalite meccaniche per Città Alta: una da via Baioni e l’altra dalla zona piscine Italcementi. Contemporaneamnte si pensò al tram veloce, con un  percorso cittadino e una eventualità di collegamento con le valli. Emerse in tutta evidenza la grave carenza di un Polo fieristico in grado di assecondare lo sviluppo del sistema economico bergamasco e, quindi, se ne mise in conto la realizzazione. Il Campus Universitario nella sede degli Ospedali Riuniti era stata una soluzione accettata per quindici anni da tutte le amministrazioni comunali a prescindere dal colore politico. Così come il nuovo ospedale il cui accordo di programma è stato il primo e più importante strumento di intesa instituzionale sottoscritto a livello cittadino. A seguire sono stati individuati altri interventi come il nuovo mercato ortofrutticolo e sono stati creati alcuni strumenti attuatitvi come la società Porta Sud per gestire il recupero dell’ex scalo merci e  tutta l’area degradata a sud del fascio di binari. La  Caserma Montelungo era stata individuata come punto fondamentale per la realizzazione di un polo ecologico-culturale in coerenza con le altre istituzioni presenti nel comparto. Di tutto questo vasto programma solo qualche capitolo è stato realizzato (fiera) e qualche iniziativa ( nuovo ospedale) arranca con fatica. Il resto è stato sbianchettato rimuovendo le priorità messe in fila da un decennio e più di discussioni appassionate. Lo sviluppo,a sud si è arenato senza giustificazioni convincenti e dopo tutte le risorse spese. Il Campus universitario ha ceduto il passo ad una lottizzazione di un’area che sarà (lo possiamo già affermare oggi) venduta ad un prezzo inferiore non solo al suo valore storico e culturale, ma anche al valore venale. In proposito è da considerare incomprensibile l’atteggiamento di Comune e Provincia in merito al percorso di alienazione seguito dalla Regione Lombardia e dalla società preposta. Del collegamento su ferro in città non si parla più da un pezzo nonostante gli alti livelli di inquinamento registrati. Contrordine anche sul nuovo ortomercato che appena sette anni fa veniva presentato come una grossa priorità. Tutta una serie di obiettivi accantonati senza  slancio o  un semplice tentativo di dare corpo ad uno di quei progetti. Anzi da qualche giorno è stata messa in vendita parte del patrimonio culturale dell città. Si è deciso di alienare edifici destinati al sociale o a alla cultura, altro che nuovi investimenti. E’ diventato un problema insormontabile anche la costruzione di un sottopasso ferroviario. Per Porta Sud gli unici movimenti derivano dal valzer delle poltrone che si vanno ad occupare a prescindere da qualsiasi obiettivo. In compenso si va in sollucchero per il nuovo stadio proposto da un privato senza neanche sapere cosa costerà alla Città in termini di riduzione del territorio disponibile.

Il Comune di Bergamo vende i gioielli della Città

ImmagineIlComune.jpgMolti hanno sottovalutato nei mesi scorsi le conseguenze della politica del governo in materia di cultura e beni storici. Certamente a far notizia sono state alcune vicende come il crollo di importanti edifici  di Pompei e il degrado di altri siti di rilievo sul territorio nazionale. Quanto sta accadendo a Bergamo dimostra che le scelte del governo Berlusconi producono ripercussioni a catena. Questo avviene soprattutto per una politica di bilancio che ha falcidiato i fondi per la ricerca,la scuola, e per tutto quello che è inserito nel capitolo della cultura con la C maiuscola. Ieri sera in Consiglio Comunale è arrivata la delibera per le alienazioni di edifici storici ed è stato registrato un durissimo scontro tra maggioranza e opposizione. E’ stata sfiorata quasi la rissa quando è arrivato il turno dell’edificio in Piazza Vecchia destinato all’Università.

Al di là degli schieramenti politici non si può non esprimere una ferma contrarietà rispetto a queste scelte assurde. Spesso utilizziamo le nostre vacanze per visitare luoghi della cultura in Italia e all’estero. Il nostro Paese è uno dei più ricchi al mondo di bellezze e di testimonianze di storia e antiche civiltà. Scattiamo foto, giriamo filmati che custodiamo gelosamente. E poi che facciamo? Mettiamo all’asta i gioielli che arricchiscono la nostra Comunità? Si produce un degrado del patrimonio culturale. La città, invece di fare passi in avanti, perde pezzi importanti.

Sindaco e maggioranza giustificano queste alienazioni con la scarsità di fondi  per le opere pubbliche scaricando il barile sui parlamentari dello stesso colore politico. Onorevoli “nominati” alle prese  a tempo pieno con il tormentone dei processi del premier. Gli altri argomenti importanti, come ad esempio la cultura, interessano poco.

riportiamo la cronaca da Bergamonews:

http://www.bergamonews.it/politica/articolo.php?id=40894