Periferie, i buchi neri delle città

 dal fatto quotidiano.it Prima dell’avvento dei mezzi di comunicazione di massa, le città erano il mondo; ora, il mondo è una città. Dentro ai flussi di connessione e interdipendenza, le città continuano ad avere evidenti buchi neri. Nell’ultima campagna elettorale uno dei temi più ricorrenti ha riguardato la condizione delle periferie, luoghi nei quali i candidati-sindaco si presentano in campagna elettorale, salvo scomparire durante i mandati di governo. Nella nostra cultura urbana esiste un errore di fondo: concepire le periferie, sia in fase di progettazione che in fase di gestione, come corpi separati. Siamo incapaci di elaborare l’ambiente urbano come un unico insieme dotato di più centri, un territorio nel quale, omogeneamente, le amministrazioni irradiano i loro servizi.

Persino nelle strategie di comunicazione ciò che accade in centro riguarda tutta la città, mentre ciò che accade in periferia appartiene solo a quella porzione di territorio. Nel recente convegno della Media ecology association presso l’Università di Bologna, tenutasi dal 23 al 25 giugno, (un’associazione mondiale di professionisti le cui competenze diverse si incrociano con la comunicazione) è emersa l’ambizione delle più grandi città del mondo (per l’Italia il caso più evidente è Milano) di esercitare un ruolo internazionale, nelle comunicazioni, nella finanza, nel commercio, quasi nel tentativo di scavalcare lo stato nazionale. Un gigantismo che stride con territori periferici poveri di relazioni.

A Roma, con il tema Olimpiadi, è andata in scena la sproporzione tra ambizioni di crescita, disagio e impossibilità. Tema sul quale esistono visioni contrastanti, tra chi ha avanzato l’idea di ridisegnare la città “sfruttando” l’evento sportivo internazionale (Giachetti) e chi ha continuato a ricordare che la voragine del bilancio comunale, peraltro non ancora esattamente quantificata, non consente avventurosi titanismi (Raggi). Nella recente tornata elettorale, i temi legati all’ambiente sono rimasti in parte oscurati, sovrastati dai richiami alla sicurezza, all’emergenza immigrati e alla corruzione. Eppure la città resta un ambiente dove è altrettanto importante l’aria che respiriamo, la qualità dell’acqua (come e dove si smaltiscono i rifiuti), la tutela degli spazi verdi, aspetti connessi alla salvaguardia della salute dei cittadini.

Sulla più bassa qualità della vita in area urbana incide anche la difficoltà a creare un tessuto associativo al di fuori delle organizzazioni di natura economica. La nuova divisione internazionale del lavoro ha portato alla deindustrializzazione e allo smembramento di reti associative che offrivano occasioni per creare varie comunità. I flussi migratori hanno acuito le sacche di isolamento e di disadattamento sociale. Una tra le principali preoccupazioni di un sindaco dovrebbe essere quella di stimolare, su più livelli, il coagulo associativo. Il web crea straordinarie comunità virtuali, ma non genera coesione sociale e non ha sempre un ancoraggio sulle attività locali dei territori. Quanto emerge dai contributi della Media Ecology Association, in tema di politiche urbane, guarda alla possibilità di creare occasioni di incontro ludiche nelle città, sostenendo che anche il gioco (non virtuale) è un elemento di coesione sociale per fare partecipare e integrare pubblici diversi.

Esiste un movimento mondiale (Playable City Movement) che punta a creare momenti ludici negli spazi urbani, con interessanti iniziative avviate nel recente passato a Stoccolma e a Bristol. Momenti legati al tempo libero ci sono anche in Italia, con la proliferazione di fiere locali e feste di strada, ma quello che ci manca è la messa in sistema delle varie iniziative, al fine di ritessere trame comunitarie. Il gioco è un ponte che accorcia le distanze sociali e le politiche del gioco godono di facile attuabilità poiché, generalmente, sono a basso costo.

La tutela della sicurezza pubblica passa anche attraverso la possibilità di creare coesione sociale, senza dimenticare che una comunità coesa è anche una comunità più solidale. Un’accorta politica mediatica deve partire dall’idea che la città è un mezzo di comunicazione per diffondere ciò che intende realizzare: rendere ciascuno parte di un tutto. In definitiva, una fra le possibili risposte alla disaggregazione del tessuto urbano passa attraverso il recupero collettivo del senso del luogo: di quello che può offrire nel presente, di ciò che ha raccontato nel passato.

di | 30 giugno 2016

Bergamo e le periferie dimenticate.

Area gasometroDai dati rilevati pare che il nuovo sindaco di Bergamo abbia raccolto maggior consenso nei quartieri periferici rispetto al centro o a Città Alta. Eppure dalle prime interviste di Gori e dei suoi assessori e dalle priorità annunciate restano  sempre fuori le periferie e il degrado progressivo che le accompagna. Si discute di cosa mettere ad Astino, della rivitalizzazione del centro, di un concorso di progettazione per il Sentierone, del recupero del Diurno, della pedonalizzazione eccc.

La realtà ci consegna una sperequazione nella qualità urbana tra  i vari comparti della Città, evidente soprattutto tra i quartieri a nord e quelli a sud della fascia dei binari ferroviari. Il percorso dalla Malpernsata (area del gasometro) che passa per via Gavazzeni, Boccaleone, Celadina fino al confine con Seriate presenta zone di degrado rilevante e progressivo.Il tratto alle spalle del macello e del mercato ortofrutticolo tocca il massimo di livello di degrado urbano di una città.

In altri quartieri ci sono marciapiedi impraticabili anche fuori dalle scuole materne ed elementari, scuole pubbliche piene di erbacce incolte, pulizia scadente. Per non parlare del servizio di trasporto pubblico in alcune zone.

Eppure nono solo non si trovano rimedi, ma, addirittura,il problema  è stato rimosso in un dibattito cittadino che sembra adeguato più a un Rotary che alla concreta politica amministrativa.

Proprio oggi sul sito del Corriere della Sera viene ripresa l’iniziativa di alcuni cittadini che non si rassegnano all’ìnsopportabile degrado che avvolge Boccaleone soprattutto nel tratto sottostante al ponte.  Interessante e significativo un pezzo presente nell’articolo: “Non pare dello stesso avviso il nuovo assessore all’edilizia Francesco Valesini che in una intervista di programma al Corriere le periferie non le ha neppure nominate: il focus è la stazione, la risalita di Città Alta, la Gamec, la Montelungo, il Sentierone da rivitalizzare, i cantieri del centro… Tutti attratti al centro, tutti concentrati lì, ad appassionarsi a domande stonate: ma certe giostre delle notti bianche non sono troppo kitsch per stare davanti al Donizetti? E non vi pare che piazza Vecchia trasformata in giardino sia uno sfregio, un’intollerabile mancanza di stile? S’avanza un nuovo effimero, ma le Grandi Opere sono altrove. Sotto i cavalcavia”

lu.na

Foto da L’Eco di Bergamo

 

Il rammendo delle periferie (Renzo Piano)

Questo articolo di Renzo Piano è stato proposto come tema ai candidati per gli esami di maturità:

 

Renzo Piano. Il rammendo delle periferie

otrantoSiamo un Paese straordinario e bellissimo, ma allo stesso tempo molto fragile. È fragile il paesaggio e sono fragili le città, in particolare le periferie dove nessuno ha speso tempo e denaro per far manutenzione. Ma sono proprio le periferie la città del futuro, quella dove si concentra l’energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli. C’è bisogno di una gigantesca opera di rammendo e ci vogliono delle idee. Siamo un Paese che è capace di costruire i motori delle Ferrari, robot complicatissimi, che è in grado di lavorare sulla sospensione del plasma a centocinquanta milioni di gradi centigradi. Possiamo farcela perché l’invenzione è nel nostro Dna. Come dice RobertoBenigni, all’epoca di Dante abbiamo inventato la cassa, il credito e il debito: prestavamo soldi a re e papi, Edoardo I d’Inghilterra deve ancora renderceli adesso. Se c’è una cosa che posso fare come senatore a vita non è tanto discutere di leggi e decreti, c’è già chi è molto più preparato di me. Non è questo il mio contributo migliore, perché non sono un politico di professione ma un architetto, che è un mestiere politico. Non è un caso che il termine politica derivi da polis, da città. Norberto Bobbio sosteneva che bisogna essere «indipendenti» dalla politica,ma non «indifferenti» alla politica. Se c’è qualcosa che posso fare, è mettere a disposizione l’esperienza, che mi deriva da cinquant’anni di mestiere, per suggerire delle idee e per far guizzare qualche scintilla nella testa dei giovani. Una scintilla di una certa urgenza, con una disoccupazione giovanile che sfiora una percentuale elevatissima. Quindi con il mio stipendio da parlamentare ho assunto sei giovani, che ruoteranno ogni anno e che si occuperanno di come rendere migliori le nostre periferie.

Perché le periferie? Le periferie sono la città del futuro, non fotogeniche d’accordo, anzi spesso un deserto o un dormitorio, ma ricche di umanità e quindi il destino delle città sono le periferie. Nel centro storico abita solo il 10 per cento della popolazione urbana, il resto sta in questi quartieri che sfumano verso la campagna. Qui si trova l’energia.
I centri storici ce li hanno consegnati i nostri antenati, la nostra generazione ha fatto un po’ di disastri,ma i giovani sono quelli che devono salvare le periferie. Spesso alla parola «periferia» si associa il termine degrado. Mi chiedo: questo vogliamo lasciare in eredità? Le periferie sono la grande scommessa urbana dei prossimi decenni. Diventeranno o no pezzi di città? Diventeranno o no urbane, nel senso anche di civili? Qualche idea io l’ho e i giovani ne avranno sicuramente più di me. Bisogna però che non si rassegnino alla mediocrità. Il nostro è un Paese di talenti straordinari, i giovani sono bravi e, se non lo sono, lo diventano per una semplice ragione: siamo tutti nani sulle spalle di un gigante. Il gigante è la nostra cultura umanistica, la nostra capacità di inventare, di cogliere i chiaroscuri, di affrontare i problemi in maniera laterale. La prima cosa da fare è non costruire nuove periferie. Bisogna che le periferie diventino città ma senza ampliarsi a macchia d’olio, bisogna cucirle e fertilizzarle con delle strutture pubbliche. Si deve mettere un limite alla crescita anche perché diventa economicamente insostenibile portare i trasporti pubblici e raccogliere la spazzatura sempre più lontano. Oggi la crescita anziché esplosiva deve essere implosiva, bisogna completare le ex aree industriali, militari o ferroviarie, c’è un sacco di spazio disponibile. Parlo d’intensificare la città, di costruire sul costruito. In questo senso è importante una green belt come la chiamano gli inglesi, una cintura verde che definisca con chiarezza il confine invalicabile tra la città e la campagna.

Un’altra idea guida nel mio progetto con i giovani architetti è quella di portare in periferia un mix di funzioni. La città giusta è quella in cui si dorme, si lavora, si studia, ci si diverte, si fa la spesa. Se si devono costruire nuovi ospedali, meglio farli in periferia, e così per le sale da concerto, i teatri, i musei o le università. Andiamo a fecondare con funzioni catalizzanti questo grande deserto affettivo. Costruire dei luoghi per la gente, dei punti d’incontro, dove si condividono i valori, dove si celebra un rito che si chiama urbanità. Oggi i miei progetti principali sono la riqualificazione di ghetti o periferie urbane, dall’Università di New York a Harlem al polo ospedaliero di Sesto San Giovanni che prevede anche una stazione ferroviaria e del metrò e un grande parco. E se ci sono le funzioni, i ristoranti e i teatri ci devono essere anche i trasporti pubblici.
Dobbiamo smetterla discavare parcheggi. Penso che le città del futuro debbano liberarsi dai giganteschi silos e dai tunnel che portano auto, e sforzarsi di puntare sul trasporto pubblico. Non ho nulla contro l’auto ma ci sono già idee, come il car sharing, per declinare in modo diverso e condiviso il concetto dell’auto. Credo sia la via giusta per un uso
più razionale e anche godibile dell’automobile. Servono idee anche per l’adeguamento energetico e funzionale degli edifici esistenti. Si potrebbero ridurre in pochi anni i consumi energetici degli edifici del 70-80 per cento, consolidare le 60mila scuole a rischio sparse per l’Italia. Alle nostre periferie occorre un enorme lavoro di rammendo, di riparazione. Parlo di rammendo, perché lo è veramente da tutti i punti di vista, idrogeologico, sismico, estetico. Ci sono dei mestieri nuovi da inventare legati al consolidamento degli edifici, microimprese che hanno bisogno solo di piccoli capitali per innescare un ciclo virtuoso. C’è un serbatoio di occupazione.

Consiglio ai giovani di puntarci: startup con investimenti esigui e che creano lavoro diffuso. Prendiamo l’adeguamento energetico con minuscoli impianti solari e sonde geotermiche che restituiscono energia alla rete, l’Italia è un campo di prova meraviglioso: non abbiamo né i venti gelidi del Nord né i caldi dell’Africa, però abbiamo tutte le condizioni possibili dal punto di vista geotermico, eolico e solare. Si parla di green economy però io la chiamerei italian economy.
Nelle periferie non c’è bisogno di demolire, che è un gesto d’impotenza, ma bastano interventi di microchirurgia per rendere le abitazioni più belle, vivibili ed efficienti. In questo senso c’è un altro tema, un’altra idea da sviluppare, che è quella dei processi partecipativi. Di coinvolgere gli abitanti nell’autocostruzione, perché tante opere di consolidamento si possono fare per conto proprio o quasi che è la forma minima dell’impresa. Sto parlando di cantieri leggeri che non implicano l’allontanamento degli abitanti dalle proprie case ma piuttosto di farli partecipare attivamente ai lavori.
Sto parlando della figura dell’architetto condotto, una sorta di medico che si preoccupa di curare non le persone malate ma gli edifici malandati. Nel 1979 a Otranto abbiamo fatto qualcosa di molto simile con il Laboratorio di quartiere, un progetto patrocinato dall’Unesco per “rammendare” il centro. Un consultorio formato da architetti condotti potrebbe essere un’idea per una startup. Nelle periferie non bisogna distruggere, bisogna trasformare. Per questo occorre il bisturi e non la ruspa o il piccone. C’è ancora una cosa che voglio consigliare ai giovani: devono viaggiare. Mica per non tornare più, però viaggiare secondo me serve a tre cose. Prima e più scontata per imparare le lingue, seconda per capire che differenze e diversità sono una ricchezza e non un ostacolo.
Terza per rendersi conto della fortuna che abbiamo avuto a nascere in Italia, perché se non si va all’estero si rischia di assuefarsi a questa grande bellezza e a viverla in maniera indifferente. Si tratta di una bellezza che non è per nulla inutile o cosmetica, ma che si traduce in cultura, in arte, in conoscenza e occupazione. E’ quella che dà speranza,che crea desideri, che dà e deve dare la forza ai giovani italiani.

[Renzo Piano]

Questo articolo è stato pubblicato il 26 gennaio 2014 sul Domenicale del Sole24 ore.
Archphoto ringrazia Giovanna Giusto/RPBW per aver concesso il testo.

Fondazione Renzo Piano